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domenica 21 gennaio 2018

SUNDAY MAGAZINE


IL VETRO ROTTO

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Tutto si muove contro te. Il maltempo,
le luci che si spengono, la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere un rifiuto
d’obbedienza alle cose.
E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.

(Umberto Saba)

venerdì 19 gennaio 2018

AMAZON, O IL MONOPOLIO AL RIBASSO


da  http://thevision.com/innovazione/amazon-corsa-ribasso/




Fino a poche ore fa – è l’orizzonte temporale dei patrimoni finanziari – Jeff Bezos era ancora l’uomo più ricco del mondo: 105 miliardi di dollari contro i 93,3 di Bill Gates. Eppure, secondo quanto riporta la Cnbc, ogni mattina il fondatore, CEO e primo azionista di Amazon, accompagna al lavoro la moglie guidando una Honda Accord del 1996: a quanto pare, tiene molto a farlo sapere ai media. L’uomo più ricco del mondo è ossessionato dalla cheapness e dall’immateriale. Gli oggetti non contano, è da sempre la filosofia di Amazon. Non conta “che cosa” o “chi”, ma “quanto velocemente” e su quale scala. Gli oggetti, la loro qualità, i loro autori sono secondari e interscambiabili: decisivo è dominare il circuito. Come la sua vecchia Honda, i prodotti sono solo un mezzo per muoversi altrove.


Prezzi bassi, salari bassi, utili negativi: ecco il surreale modello di business che Amazon impone a se stessa e ai concorrenti, imprimendo una feroce spinta deflativa a tutti i fondamentali dell’economia reale. Se non fosse per i proventi dei servizi cloud che gli garantiscono un utile risicato, l’ebit (earnings before interest and taxes) del colosso dell’e-commerce sarebbe infattinegativo di 2 miliardi. In altre parole, Bezos sceglie di non guadagnare dalle vendite retail continuando a vendere sottocosto. Di contro, nel 2016 – il dato del 2017 non è ancora disponibile – il fatturato di Amazon ha superato i 135 miliardi di dollari. Nel 2010 era di 34 miliardi: quadruplicato in appena sei anni.





Negli ultimi sette anni l’azienda ha registrato un aumento medio del fatturato di più del 20% annuo. Di conseguenza Amazon rappresenta una sorta di Santo Graal per gli investitori: a oggi il suo valore di capitalizzazione ammonta a più di 600 miliardi di dollari, e la società di Seattle si situa stabilmente fra le prime cinque società al mondo per valore finanziario. Come per molti altri colossi digitali, ma in versione ancor più radicalizzata, la ricchezza di Amazon sta nel valore delle azioni, non negli utili attuali. La tendenza al monopolio rischia allora di diventare a un tratto strutturale e quasi obbligata. Nel momento in cui imprese come Amazon assumono un valore di capitalizzazione che corrisponde a più del triplo del loro fatturato, e dato che tale valutazione borsistica è giustificata solo dalle attese di ritorni futuri, diventerebbe sconveniente, se non catastrofico, cominciare a fare utili alzando i prezzi e smettendo di vendere sottocosto: il prezzo delle loro azioni crollerebbe. Il “ritorno futuro” deve essere allontanato sine die e l’unica corsa possibile per simili colossi è quella verso il controllo totale del mercato.
Posto che si possa già parlare di monopolio, quello di Amazon si configurerebbe però come lo strano caso di un monopolio deflativo: ed è perciò che le nostre legislazioni anti-trust, pensate per difendere gli interessi dei consumatori, non sono in grado di colpirlo. Tradizionalmente i monopoli provocano un artificiale aumento dei prezzi; al contrario, Amazon impone una corsa al ribasso dei prezzi che favorisce sì il consumatore, ma penalizza il lavoratore e il produttore, poiché le imprese che non possono contare su quella stratosferica mole di profitti finanziari non possono far altro che tagliare i salari (specialmente nella UE, dove gli Stati non possono più proteggere le imprese locali né con sgravi fiscali né con l’aggiustamento del cambio, per via del sistema di cambi fissi e del fiscal compact). D’altra parte il caso Amazon non era facilmente prevedibile dai legislatori, perché nessuno aveva mai immaginato che si potesse protrarre così a lungo una simile politica di prezzi senza determinare il fallimento dell’azienda.



Oltre ai profitti finanziari, l’altro asset cardinale che permette ad Amazon non solo di non fallire, ma di erodere continuamente quote di mercato ai concorrenti, è il sistema di logistica avanzata su cui si basano i suoi servizi. Nella sua lettera agli azionisti del 2008, Bezos affermava orgogliosamente di aver dichiarato guerra al “muda” (“spreco, ostacolo” in giapponese), ovvero a ogni genere di barriera o intermediario: costi marginali, negozi fisici, spazio, tempo. Una sfida per lui “incredibilmente energizzante”, scriveva, secondo i toni usualmente entusiastici e visionari con cui ama presentare il suo disegno futuribile: un circuito chiuso delle merci, epurato da ogni ostacolo residuo e gestito dalla piattaforma, in cui offerta e domanda si incontrano in maniera perfetta. Nessun interstizio improduttivo, nessuna posizione vincolata, nessun limite spazio-temporale o legale alla possibilità di far arrivare la merce dove serve, quando serve. Corrieri sottopagati – o magari in futuro droni e auto senza conducente – provvedono alla consegna, spesso in meno di 24h. E se l’acquirente non è in casa? Nessun problema: all’arrivo del corriere, l’app della piattaforma genera una password temporanea che può aprire (una sola volta) la sua porta di casa. Negli States Amazon key è già una realtà in 37 città: al costo di 249 dollari si può richiedere l’installazione della serratura smart e di una cloud cam con cui monitorare in remoto le operazioni di consegna. Lo stesso vale per il prelievo dell’oggetto dal venditore. Ma il sistema si potrebbe estendere facilmente a servizi come pulizie, baby e dog-sitting, affitto di camere o intere proprietà. È un’innovazione di notevole valore simbolico non meno che effettivo: lasciare letteralmente le chiavi di casa ad Amazon. Cade così l’ultimo intermediario, l’ultimo vincolo fisico e morale: la soglia di casa, il diaframma fra casa e piazza, fra spazio dell’intimità e spazio commerciale. L’ultima «barriera architettonica» che limitava e orientava il circuito dello scambio.
Del resto, anche il rapporto di Amazon con l’architettura è ambiguo e del tutto sui generis. A differenza dei sodali tech giants come Facebook o Google, Amazon non segue la moda corrente, non fa largo uso dello spazio fisico come veicolo di propaganda. Se non fosse per l’esotismo delleAmazon Spheres, tre cupole bioclimatiche in centro a Seattle, parte del campus Amazon, si direbbe che Bezos è completamente immune alla retorica progressista che vede i colossi del web come riformatori illuminati dello spazio di lavoro. In realtà il greenwashing è una pratica che accomuna trasversalmente le compagnie leader del settore: Apple sta piantando una foresta di 8mila alberiintorno al disco volante di Foster a Cupertino. Airbnb accoglie i visitatori con un muro verde di 120 metri quadrati nella hall della sua sede principale a San Francisco. Google e Facebook prevedono giardini pensili di ogni genere in quasi tutte le loro sedi attuali o in fase di costruzione. Amazon, anche in questo caso, fa le cose in grande: le tre sfere, adibite principalmente a spazi di rappresentanza, ospiteranno più di 400 specie di piante. Possiamo dire però che il verde è il solo legame tra Bezos e gli altri magnati le cui sedi operative sono disegnate da architetti à la page. Bezos non sembra preoccuparsi della coolness dello spazio di lavoro, non negli uffici e men che meno nei centri di logistica avanzata dove, stando a quanto riportato da autorevoli inchieste giornalistiche, le condizioni di lavoro sono proibitive. Ritmi serratissimi, rumori molesti e sottofondo musicale imposto sono tre caratteristiche che non rendono di certo gli anonimi capannoni Amazon dei luoghi confortevoli. D’altro canto stiamo parlando di macchine perfette, dove il “muda” è ridotto al minimo e tutto è controllato nel minimo dettaglio. Ingressi, uscite, merci, persone, macchine. I macchinari sono il fiore all’occhiello della straordinaria organizzazione che consente ad Amazon di fornire un servizio che non ha concorrenti: si tratta per la quasi totalità di tecnologie proprietarie, coperte da brevetti e in grado di processare e smistare merci ad alta velocità. L’involucro che le contiene è una pura facility, purtroppo ineliminabile, una barriera architettonica che protegge uomini e macchine dagli agenti atmosferici





Altre barriere stanno invece già cadendo: concorrenti, diritti dei lavoratori, tasse (Amazon le paga in Lussemburgo e, stando a quanto contestato dalla Commissione UE – vedi la recente sanzione pecuniaria – nemmeno le paga). Non è forse del tutto folle immaginare un futuro in cui pagheremo i nostri «tributi», o la maggior parte di essi, non più allo Stato ma a una piattaforma apolide, che controllerà e implementerà tutte le infrastrutture commerciali fisiche e virtuali, risultando dunque depositaria di ogni possibile “politica economica”. O almeno, questo sembra essere il sogno di Jeff Bezos: “vendere tutto”, come recita il titolo di una sua recente biografia (a sua volta in vendita sulla piattaforma). La prevedibile dead end del processo è chiara a tutti: o la crescita si arresta, la bolla scoppia e il valore delle azioni di Amazon crolla a picco, oppure Bezos arriva fino in fondo, imponendo il suo modello di circolazione delle merci a livello globale. In entrambi i casi, c’è da chiedersi quale paesaggio economico e sociale ci avrà lasciato il passaggio del ciclone Amazon. Non è il caso di lasciarsi trasportare dalla fantasia o dal catastrofismo. Tuttavia Bezos un’idea sembra avercela, dato che di recente, dopo aver finanziato ambiziosi progetti di turismo spaziale, ha deciso di investire una parte non esigua del suo patrimonio in proprietà fondiarie, diventando, fra le altre cose, uno dei maggiori proprietari terrieri degli Stati Uniti. Nel dubbio, sarà forse bene premunirsi di falce e rastrello – meglio se ordinati sulla piattaforma, ovviamente.

TERMINATOR


da   https://ilmanifesto.it/contratti-per-il-2018-un-nuovo-bagno-di-lavoro-precario/

Lavoro. Gli ultimi dati Inps sulla fine dell'anno scorso confermano il trend: aumentano i rapporti a termine, mentre quelli a tempo indeterminato crollano del 30%


Nel primi 11 mesi del 2017 sono diminuite le nuove assunzioni a tempo indeterminato mentre sono cresciuti in modo consistente i contratti a termine e quelli a chiamata. L’ha certificato ieri l’Osservatorio Inps sul precariato. Sono stati infatti stipulati, comprese le trasformazioni, 1,43 milioni di contratti a tempo indeterminato con un calo del 4,4% rispetto ai primi 11 mesi del 2016. Il dato è stato particolarmente negativo a novembre con appena 88.815 contratti stabili firmati (incluse le trasformazioni), un calo del 30,3% rispetto allo stesso mese del 2016. Contemporaneamente, le chiusure di contratti stabili l’anno scorso sono state 1,45 milioni. Sono cioè stati cancellati 21.489 contratti in più di quanti ne siano stati attivati.
È INVECE POSITIVO l’andamento dei contratti a termine: tra gennaio e novembre 2017 ne sono stati firmati 4,4 milioni con un aumento di oltre 910mila unità rispetto al 2016 (più 26%). Crescono del 23,9% le assunzioni in apprendistato e del 21,4% le stagionali. La crescita dei contratti a termine e la flessione dei nuovi rapporti stabili ha prodotto una riduzione del 23,4% della quota dei contratti a tempo indeterminato. Nel 2015, quando era in vigore lo sgravio triennale sui contributi per le assunzioni stabili (govverno Renzi), la quota era al 38,8%. Le imprese l’anno scorso hanno preferito puntare sul lavoro flessibile visto il boom dei contratti a chiamata, dopo l’abrogazione dei voucher: nel 2017 sono stati 392mila con una crescita del 119,2% rispetto al 2016.
GLI INCENTIVI PREVISTI nel 2017 per l’occupazione stabile (Garanzia giovani e Occupazione Sud) hanno portato nei primi 11 mesi a poco più di 158mila nuovi contratti (103.907 per Occupazione Sud). La cassa integrazione è calata nel 2017 del 39,3%, il dato più basso dal 2008. Ma su questo ha influito la riforma della normativa sugli ammortizzatori sociali, che ne ha ridotto l’utilizzo. Tra gennaio e ottobre 2017, a fronte di 302,7 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps, ne sono state utilizzate effettivamente 101,7 con un tiraggio del 33,6%, in calo rispetto al 43,7% del 2016.
I dati dell’Inps hanno provocato la reazione della Cgil: «Nei primi undici mesi del 2017 si è generato in Italia solo un lavoro mordi e fuggi – spiega la segretaria confederale, Tania Scacchetti – Finiti o ridotti gli sgravi, il lavoro cresce ma è più povero in termini di stabilità, è più debole per durata e ore lavorate. È necessario spostare il baricentro sugli investimenti per generare occupazione».
L’INPS HA FATTO UN bilancio anche delle pensioni: nel 2017 i nuovi assegni sono stati 516.806, in aumento del 6,3% sul 2016, anno nel quale è scattato l’incremento di quattro mesi legati all’aspettativa di vita per tutti, oltre allo scalino per le donne. Sono cresciuti anche gli importi medi degli assegni, sforando quota mille euro: si è passati dai 970 euro medi del 2016 a 1.039 euro, con gli assegni di vecchiaia in media a 667 euro e quelli di anzianità a 1.993 euro. I lavoratori dipendenti sono usciti con una pensione di 1.293 euro; gli autonomi con 807 euro, i coltivatori diretti al gradino più basso con 660 euro. Quelli messi peggio sono i parasubordinati con 221 euro, in aumento sui 198 del 2016. Nel 2017 si è poi registrata una crescita sostenuta per gli assegni sociali, la prestazione erogata dall’Inps alle persone con più di 65 anni e sette mesi in stato di bisogno economico. I nuovi assegni liquidati sono stati 43.249 con una crescita del 17,7% rispetti ai 36.740 erogati nel 2016.
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, Pier Carlo Padoan, ieri alla Sapienza ha tirato le somme della politica economica del governo: «Il numero dei laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso. Troppi giovani lasciano il paese per migliori opportunità all’estero. C’è il rischio di tornare indietro se il percorso di rafforzamento del paese nella direzione degli investimenti e della stabilizzazione venisse frenato». Per poi ammettere: «Molto è stato fatto ma siamo ancora lontani da risultati accettabili. Per superare definitivamente la crisi è necessario rilanciare la produttività nel lungo periodo e far aumentare strutturalmente l’occupazione con riforme mirate a rafforzare il capitale umano, a migliorare e accrescere gli investimenti e a sviluppare innovazione». Infine ha citato lo studio dell’Ocse che intravede per l’Italia il rischio di uno scenario «low-skills equilibrium, con alte percentuali di lavoratori sotto-qualificati o non qualificati e i giovani con alti livelli di formazione che lasciano l’Italia».
PER I 5S LE PAROLE del ministro sono una bocciatura delle misure targate Matteo Renzi: «Padoan finalmente ammette il fallimento del Pd» commenta Laura Castelli. E da Leu si fa sentire Nicola Fratoianni: «Chiaro a cosa è servito e a cosa serve il Jobs Act? A lasciare i lavoratori in mutande e senza tutele. Non è un caso che Renzi, Berlusconi e Salvini siano dell’idea che vada bene così».

giovedì 18 gennaio 2018

QUANDO LAVORO SIGNIFICA BOMBE

da   https://www.internazionale.it/reportage/enrico-pitzianti/2018/01/15/domusnovas-rwm-bombe-yemen
Per le vie del centro di Domusnovas c’è silenzio. Sui marciapiedi stretti si incontrano poche persone e basta distrarsi un attimo e svoltare all’incrocio sbagliato per ritrovarsi affacciati sulla campagna, davanti alle colline chiazzate da ulivi. Secondo le statistiche ufficiali, nel piccolo centro del sud della Sardegna vivono circa seimila persone, ma i numeri non tengono conto di tutti quelli che se ne sono andati per studiare o lavorare, senza però spostare la residenza. Qui, molti hanno un parente che ormai vive da qualche parte in Lombardia o in Veneto, a Roma, a Torino o all’estero.
Ma non è sempre stato così. In queste campagne, un tempo le miniere occupavano migliaia di persone. Da inizio ottocento a metà novecento, quasi cinquanta siti assorbirono la tradizionale forza lavoro dell’area, fatta di agricoltori e pastori. Alla fine dell’ottocento, circa diecimila persone lavoravano nelle cave. Il capoluogo di provincia, Carbonia, fu fondato negli anni del ventennio fascista proprio per ospitare chi avrebbe lavorato nelle miniere di carbone da cui prende il nome.
Il declino cominciò nel dopoguerra a causa della diminuzione dei prezzi dei metalli estratti e degli alti costi di produzione. Le miniere sono state sostituite dalla grande industria, quella chimica e metallurgica, ma poi anche queste sono andate in crisi durante gli anni novanta e duemila tra fallimenti e delocalizzazioni. Il risultato è un vuoto occupazionale che, accentuato dalla crisi economica mondiale cominciata nel 2007, ha fatto della provincia del Sud Sardegna una delle più povere d’Italia.
Dalla Sardegna all’Arabia Saudita
È questo il contesto da tenere presente se si vuole capire qualcosa in più di Domusnovas, tornata al centro dell’attenzione nazionale perché ospita l’azienda Rwm, parte del gruppo tedesco Rheinmetall defense, che fabbrica ed esporta armi in tutto il mondo. A sollevare nuove polemiche è stato un video del New York Times che mostra alcuni ordigni prodotti in Sardegna e venduti all’Arabia Saudita, che a sua volta li utilizza nella guerra nello Yemen.

Della vendita di armi ai sauditi parlava già un articolo di Malachy Browne del 2015. Browne ricostruiva gli spostamenti di due spedizioni di ordigni dall’aeroporto cagliaritano di Elmas a quello di Ta’if, nel sud dell’Arabia Saudita, vicino alle coste del mar Rosso. Anche in quel caso ci furono dibattiti accesi. Ma ad andarci di persona, tra le miniere dismesse nel sud della Sardegna, si capisce che il dibattito qui non è a intermittenza come quello nazionale.
Un paese diviso
Il sindaco Massimiliano Ventura, già dalla prima telefonata tira in ballo la Rwm: “Te lo dico subito, io sto dalla parte dei posti di lavoro”. E aggiunge: “Su questa cosa sono pronto a fare le barricate”.
Lo incontro la mattina del 5 gennaio e di persona è ancora più netto: “Parliamoci chiaro, lo sappiamo tutti cosa produce la Rwm e nessuno è contento di quello che succede nello Yemen, ma alla riconversione non ci credo”.

La parola “riconversione” a Domusnovas la usano tutti, ma con significati diversi. C’è chi la pretende, invocando l’articolo 11 della costituzione secondo cui l’Italia ripudia la guerra. E chi invece ne parla per mettere in guardia dalle sue conseguenze, e cioè il licenziamento di 270 persone. Il 70 per cento delle quali, precisa Ventura, è residente a Domusnovas. Anche loro fanno appello alla costituzione, ma invece che l’articolo 11, citano l’articolo 1, specificando che il lavoro viene prima di tutto.
Ulivi e ferro spinato
Nella campagna intorno alla Rwm, a pochi minuti dal centro di Domusnovas, pascoli e greggi disegnano i campi tra le colline. Il paesaggio non è certo quello di una zona industriale: agli ulivi si alternano staccionate e reti che separano terreni agricoli, mentre tra i boschi del monte Linas, oltre ai siti nuragici, ci sono i ruderi delle miniere dismesse.
Poco prima della fabbrica d’armi, la strada provinciale viene usata anche come posteggio: una fila ordinata di auto sulla destra ricorda quelle dei matrimoni nelle case di campagna. Oltre la fila, la strada è sbarrata, e il guardiano avverte che non si possono fare foto della Rwm, nemmeno dall’esterno, e che da quel tratto in poi l’accesso è riservato ai pastori che lavorano da quelle parti.
Non c’è molto da vedere, comunque. Sulle mura scrostate che cingono l’azienda c’è il filo spinato tipico delle zone militari, mentre l’edificio all’interno è piuttosto anonimo, qualche finestra sbarrata si affaccia sui colli a est. A colpire è il silenzio, un silenzio tombale, di quelli che non ci si aspetterebbe vicino a un impianto industriale di queste dimensioni. A un centinaio di metri dalle transenne, a pochi metri dalle auto posteggiate in fila indiana, c’è una scatola di cartone abbandonata sull’erba verde: sul cartone si legge “pericolo, esplosivo da mina”.
Qualcosa che somiglia a un ricatto
Tornando in paese, a dominare è lo scetticismo, soprattutto tra gli operai. Del resto, si era parlato di riconversione anche per la sede della danese Rockwool a Iglesias, per l’Alcoa di Portoscuso, per il polo industriale di Iglesias e per una serie di aziende che poi sono fallite, come la Binex.
Tutte queste storie non hanno fatto altro che far aumentare la sfiducia e la disoccupazione, tanto che in questa provincia un giovane su due non ha un lavoro. Gli stessi amministratori locali definiscono la zona come “depressa” e “in crisi perenne”.

È per questo che per buona parte degli abitanti di Domusnovas, la Rwm, che ha guadagnato quasi 500 milioni nel solo 2016 è una sorta di salvagente. Secondo molti sono stati i tedeschi a evitare che un’altra azienda di qui chiudesse i battenti per sempre.
Il riferimento è alla Sarda esplosivi industriali che, prima dell’arrivo della Rheinmetall nel 2010, produceva esplosivi usati nelle miniere della zona. Chiusi gli impianti minerari a causa della crisi, è arrivata la proprietà tedesca, che usa l’esplosivo per le sue mine e bombe.
Come in molti altri casi, gli operai non hanno avuto alcuna vera alternativa: in queste terre o si lavora in industrie che possono avere conseguenze sull’ambiente e sulle vite di molte persone, o si resta a spasso. Se sembra un ricatto, è perché per molti versi lo è, ed è contro questo ricatto che si battono alcuni movimenti locali.
Gli operai e gli attivisti
“Siamo riusciti a bloccare la strada provinciale che porta alla Rwm con un sit-in, ma poi i lavoratori sono riusciti a passare dal retro”, mi racconta Lorenzo, uno dei molti giovani della zona che si oppongono alla Rwm. Le proteste contro l’azienda sono frequenti, e sono promosse da associazioni pacifiste e antimilitariste come il comitato No Basi, già attivo in Sardegna in zone come Quirra o Capo Teulada – un promontorio di settemila ettari a meno di un’ora di auto da Domusnovas, occupato da uno dei poligoni militari più discussi dell’isola.
Il Comitato per la riconversione Rwm, il 3 dicembre 2017 scriveva della necessità di “creare i presupposti per uno sviluppo del territorio che sia pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, come segno di volontà di pace dal basso che possa costituire uno stimolo alla cittadinanza attiva e alla politica”.
Le proteste nascono da preoccupazioni ambientali, ma anche da questioni etiche. Le aziende che producono armi preoccupano sia per la segretezza in cui operano sia per gli eventuali scarti industriali. Inoltre, a sollevare dubbi è anche la creazione di un “campo prove”, che fa parte della richiesta di ampliamento dell’azienda e che evoca i campi di questo tipo che nel Sulcis non sono mai stati bonificati, com’è successo per esempio a Capo Teulada, dove ancora oggi si ritrovano ordigni inesplosi.

Tra gli oppositori più convinti del progetto c’è anche il deputato di centrodestra, poi passato al gruppo misto, Mauro Pili, che è stato sindaco di Iglesias e presidente della regione Sardegna dal 2001 al 2003. Pili, che è anche una delle fonti dell’inchiesta del New York Times, ha fatto della battaglia alla Rwm uno dei suoi obiettivi politici, documentando e filmando i vari carichi all’aeroporto di Elmas e al porto di Cagliari.
I lavoratori della Rwm hanno risposto alle richieste di riconversione con un’altra lettera aperta: “Le proposte sono fantomatiche e inconsistenti, e mirano ingannevolmente a far credere che qualcuno abbia veramente a cuore noi e le nostre famiglie. La verità è che molti colleghi provengono da realtà industriali fallite nel territorio e senza l’Rwm tanti di questi sarebbero oggi disoccupati”.
Un operaio di Domusnovas che preferisce rimanere anonimo, dopo avermi spiegato che qui l’economia si fonda prevalentemente su pensioni, casse integrazioni e assistenzialismo, ha concluso: “Ogni posto di lavoro ha la forma di un miraggio nel deserto”.
Lo scontro politico
Oltre alle divisioni tra attivisti e operai, ci sono anche quelle tra gli amministratori locali. Lo scontro, più o meno esplicito, è tra quelli di Domusnovas e quelli di Iglesias. Al centro della contesa c’è l’ampliamento della Rwm.
Il sindaco di Domusnovas è convinto che con il raddoppio delle dimensioni dell’impianto raddoppierebbe anche il numero degli operai, e per questo per lui “il progetto potrebbe partire domattina”.
Al comune di Iglesias sono più cauti. L’ampliamento ricadrebbe nel loro territorio, più precisamente nella zona di San Marco, che Domusnovas vorrebbe portare sotto la propria amministrazione, dando in permuta a Iglesias parte della foresta del Marganai. A Iglesias dicono che il via libera all’ampliamento sarà dato solo a condizione che l’intervento “acquisisca la necessarie autorizzazioni paesaggistiche”.
Il 1 dicembre 2017 il sindaco e il vicesindaco di Domusnovas hanno marciato a piedi sulla statale, chiedendo a gran voce di poter acquisire 1.400 dei 1.700 ettari di San Marco. Non era la prima volta che succedeva. In ottobre era stata l’intera giunta a mettersi in cammino per chiedere la stessa cosa. Ma per ora, la situazione resta sospesa.
Lo spettro della delocalizzazione
Intanto, mentre le amministrazioni si scontrano, sulla scena è apparso anche lo spettro della delocalizzazione. La Rwm potrebbe lasciare la Sardegna per trasferirsi a sud di Riyadh, in Arabia Saudita, dove nel marzo 2016 la multinazionale tedesca ha inaugurato uno stabilimento che produrrà gli stessi ordigni fabbricati a Domusnovas.
La scelta permetterebbe al gruppo tedesco di risparmiare sui costi di produzione, ma anche di allontanarsi dall’Europa, dove sempre più paesi – dalla Germania alla Norvegia, ai Paesi Bassi – hanno annunciato di non voler vendere più armi all’Arabia Saudita e agli altri paesi della coalizione coinvolti nella guerra in Yemen.
Che fare, dunque, se i tedeschi se ne vanno? Tra chi si oppone all’industria militare si parla molto di turismo. Chiunque percorra le strade del Sulcis, però, si accorgerebbe subito che è un settore da ricostruire da zero: qui di turisti se ne vedono veramente pochi rispetto alla media sarda.
Secondo i dati riportati dal Sole 24 ore, l’ex provincia di Carbonia-Iglesias, che oggi fa parte di quella del Sud Sardegna, è penultima per numeri di turisti accolti nel 2016 sull’isola. Le miniere prima, e le grandi industrie poi, hanno attirato capitali e investimenti andati successivamente in fumo nei fallimenti e nelle delocalizzazioni, e non è mai stato creato un sistema economico che prevedesse investimenti anche sul turismo

È un’impresa complicata, perché bisognerebbe lavorare anche sull’immaginario, far capire che il Sulcis non è fatto solo di poligoni militari e ruderi industriali da bonificare, ma anche di dune, foreste e strapiombi sul mare che disegnano un paesaggio unico.
Un buon punto di partenza potrebbe essere il parco geominerario della Sardegna. Riconosciuto patrimonio dell’Unesco nel 2015, si estende in tutta la regione su 3.500 chilometri quadrati e comprende il territorio di 81 comuni, concentrati soprattutto nel Sulcis. È un percorso storico e paesaggistico all’avanguardia, che mette sotto una nuova luce la storia delle attività estrattive. All’archeologia mineraria e industriale, e ai villaggi abbandonati resi finalmente visitabili, si sono affiancati musei, come quello dell’ossidiana a Monte Arci o del carbone nella miniera di Serbariu. Chilometri di cave, grotte, foreste e miniere dialogano in un percorso che dalla miniera di Montevecchio si affaccia sul mare dallo strapiombo di Porto Flavia.
È ancora presto per capire se il parco sia davvero un’alternativa possibile, ma potrebbe essere l’inizio di un cambio di prospettiva: quel miraggio di riconversione che il Sulcis desidera da decenni.

mercoledì 17 gennaio 2018

MARCHIONNE SCOPRE LE CARTE


da   https://ilmanifesto.it/anche-marchionne-ammette-niente-piena-occupazione-in-italia/


Ora lo ammette anche Sergio Marchionne. L’obiettivo della piena occupazione negli stabilimenti italiani entro il 2018 «non so se sarà raggiunto». Il Ceo di Fca lo dice parlando dal salone dell’auto di Detroit. Dopo due interviste (semi) esclusive in due giorni, si concede alla stampa specializzata, infarcita da qualche inviato di giornali italiani. Sono loro a far virare le domande dal futuro dell’auto a quello più prosaico del nostro strapaese. E allora l’attenzione mediatica si focalizza sulle parole dedicate all’ex amico Matteo Renzi caduto in disgrazia: «Mi è sempre piaciuto come persona, quello che gli è successo non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo io non l’ho più visto da un po’».
Una frase che mette fine alla luna di miele durata tutto il periodo Jobs act – che ebbe come atto finale l’annuncio in pompa magna di assunzioni a Cassino durante la campagna referendaria, due mesi fa tramutatesi in licenziamenti di interinali – con Marchionne che cinicamente scarica il cavallo perdente in vista delle elezioni. Non a caso il politico più lodato ora risponde al nome di Donald Trump. E le ragioni sono tre. La prima è che Fca è un gruppo ormai in gran parte americano per il quale l’Italia è semplicemente uno dei tanti mercati secondari. La seconda è la riforma fiscale appena varata dal presidente americano: «È stata una scelta intelligente» e «funzionerà». Fca è stata la seconda (dopo Walmart) a sfruttare il taglio delle tasse e farsi bella con le briciole elargite in beneficienza con il bonus da 2mila dollari dato a 60mila dipendenti statunitensi. La terza ragione ha molto a che fare con l’ambiente: «L’amministrazione attuale sembra certamente avere una visione diversa sulle emissioni e sui consumi di quella precedente», rottamando dunque anche quell’Obama che salvò Chrysler e gliela fece comprare: «Non sta a me giudicare Obama, ha avuto otto anni per governare e non può tornare», chiosa con parole che sarebbero piaciute a Gianni Agnelli.
Messa da parte la politica, la parte più innovativa (e grave) delle parole di Marchionne riguarda il futuro degli stabilimenti italiani. La linea è sempre quella di arrivare dopo gli Stati Uniti. «L’impegno come lo abbiamo preso qui, lo prendiamo anche in Italia. Se lo gestiamo bene questo tipo di futuro arriverà anche in Italia. Dateci il tempo per farlo», promette Marchionne. Ma entrando nel dettaglio del piano industriale che verrà svelato il primo giugno, si capisce subito che si parla della provincia dell’impero e che i segnali sono negativi. «Dobbiamo completare lo sviluppo di Alfa Romeo e Maserati. Se dovessimo riempire completamente la gamma Alfa Romeo e Maserati, riempio tutti gli stabilimenti. Le piattaforme sono già stabilite», ha detto Marchionne.
E il problema è proprio questo: già mancavano tre modelli per saturare gli stabilimenti più in difficoltà – uno a Mirafiori e due a Pomigliano dove dal 2019 non ci sarà più la Panda – ma ora i dazi cinesi e le difficoltà di mercato dei due nuovi modelli Alfa (Giulia e Stelvio) hanno portato la cassa integrazione sia a Cassino che a Melfi (dove si produce la 500X e la Jeep Renegade), le fabbriche su cui Marchionne ha puntato nel 2015. Il tutto condito dal fatto che proprio il Jobs act di Renzi ha ridotto la durata della Cig mettendo a rischio licenziamento per primi i lavoratori di Mirafiori, i cui ammortizzatori sociali scadranno a settembre.
Allora anche il velato riferimento ad una nuova Jeep da produrre in Italia («può essere») e del «primo suv Ferrari e la supercar elettrica» non può bastare nemmeno ai sindacati che hanno sempre firmato ogni accordo con Marchionne. «Chiediamo a Sergio Marchionne di utilizzare gli ottimi risultati finanziari e l’enorme capitalizzazione per fare altri investimenti su nuovi prodotti per saturare gli impianti di Pomigliano, Mirafiori, Melfi e Modena per la Maserati», attacca Ferdinando Uliano, responsabile auto della Fim Cisl.
Chi, come la Fiom, da mesi denuncia questa situazione e da anni invita inascoltata ad ogni governo di chiedere conto a Marchionne delle sue promesse, legge le parole del manager col maglioncino con una conferma: «Gli stabilimenti italiani non sono al centro dell’attenzione a Detroit». «Marchionne – attacca il segretario nazionale Fiom Michele De Palma – ha raggiunto gli obiettivi finanziari, un fatto che però non possono pagare i lavoratori degli stabilimenti italiani». E ribadisce la richiesta: «Ora è il momento di aprire un confronto, per affrontare l’emergenza occupazionale dei lavoratori di Mirafiori, Pomigliano e Nola». La speranza è nel prossimo governo. La certezza invece è che presto Marchionne non ci sarà più – rimarrà solo alla guida della Ferrari speranzoso di entrare nella storia riportando il titolo mondiale a Maranello – ma deciderà comunque il suo sostituto. La lotta è fra i due adepiti: Alfredo Altavilla o Mike Manlay. E anche qui l’Italia è seconda.

martedì 16 gennaio 2018

DESTRA, UNA CAMPAGNA MOSTRUOSA


da  https://ilmanifesto.it/destra-una-campagna-mostruosa/



Che gli alleati leghisti e postfascisti potessero essere un problema, Berlusconi – moderato, europeista e cocco della Merkel – lo sapeva benissimo e aveva messo nel conto qualche imbarazzo dall’inizio. Ma all’eventualità di trovarsi di fronte candidati governatori, conclamati o papabili, del tutto fuori controllo non aveva pensato neppure nei momenti di cupo pessimismo. E invece eccoli qua, Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, e Attilio Fontana, primo cittadino di Varese, uno più a ruota libera dell’altro. Come se non bastassero le passioni ducesche del laziale, anche il pacato lombardo si scatena e tuona contro la minaccia d’estinzione che incombe sulla «razza bianca».
L’analisi del candidato leghista in Lombardia, noto per la sua «moderazione», fa sembrare Marine Le Pen una colomba: «Sono molti più di noi, più determinati nell’occupare questo territorio. Dobbiamo ribellarci». Insomma, à la guerre comme à la guerre. Il guaio è serio e l’aspirante governatore se ne rende conto quando vede la tempesta montare e i suoi stessi sponsor irrigidirsi. Così prova a correggere, ma con la goffaggine propria di chi non sa cosa dire. «È stato un lapsus», giura e nessuno a squadernargli un bignamino della Piscopatologia della vita quotidiana, giusto per spiegargli che nei lapsus si dice ciò che in realtà si pensa.
Mentre il candidato di Liberi e Uguali, Rosati, chiede al paladino della razza bianca di fare un passo indietro, una Forza Italia assai imbarazzata prova in massa, dal capo dei senatori Romani alla pretendente sconfitta per il trono lombardo Mariastella Gelmini, a trincerarsi dietro la «frase infelice», le «scuse già presentate», i quarti di moderazione che al sindaco di Varese, insistono tutti, non difettano. Il Pd è contentissimo e rigira il coltello nella ferita che Fontana si è inflitto da solo: «Il derby fra rancore e speranza è la vera sfida che caratterizzerà il 4 marzo», tripudia Renzi. Per il Pd l’occasione per riprendere le pressioni su LeU è ghiotta. Per questo Loredana De Petris mette le mani avanti e chiarisce: «Parole ignobili e fasciste ma il bacino di coltura sono state le politiche dei governi Pd».
Di Maio si prende la rivincita per le accuse di xenofobia: «Se Fontana è un moderato io sono Gandhi». Probabilmente, invece, Fontana è davvero un moderato, alle prese con la necessità di accaparrarsi un elettorato che di moderazione non vuol proprio sentir parlare e di conseguenza portato a strafare. Berlusconi stesso suona una musica non molto diversa quando afferma che «500mila migranti vengono in Italia solo per delinquere» e Salvini, pur avendo l’accortezza di specificare che «il colore della pelle non c’entra affatto», conferma «il lapsus» di Fontana: «Siamo sotto attacco. Sono a rischio la nostra cultura, società, tradizioni, modo di vivere». E già che c’è aggiunge un altro pensiero raffinato, al quale peraltro informa di essere arrivato gradualmente: «Regolamentare e tassare la prostituzione come nei paesi civili, riaprendo le “case chiuse”, ne sono sempre più convinto».
Nel Lazio la situazione è per la destra anche più delicata. Pirozzi infatti non solo è un mussoliniano conclamato senza alcuna intenzione di addurre «lapsus» come scusanti, ma non intende neppure fare passi indietro: «Mi ritiro solo se me lo chiede la gente e finora non è successo. Sulle mie parole sul duce è intervenuto il fuoco di sbarramento dei pretoriani di Zingaretti. So’ ragazzi…».
Berlusconi era convinto di poter risolvere il problema del Lazio, evitando di ripetere il disastro della comunali a Roma, grazie a un candidato di destra e con un passato missino come Gasparri. «Non si è reso conto che nel Lazio i gruppi della destra si odiano. Non c’è caso che due come Alemanno e Rampelli si mettano d’accordo, così l’idea Gasparri era proprio sbagliata dall’inizio», commenta un ex missino ed ed An un tempo vicinissmo a Gianfranco Fini. Capito lo sbaglio, Berlusconi ha provato a ripiegare sull’ex capo della Protezione civile Piero Bertolaso, magari in tandem con lo stesso sindaco di Amatrice che avrebbe probabilmente accettato: «Bertolaso è un grand’uomo». Solo che il grand’uomo ha rifiutato e al Cavaliere non è rimasto altro che commissionare in fretta e furia un nuovo sondaggio ad Alessandra Ghisleri per individuare un possibile cavallo vincente, evitando il disastro di due candidature contrapposte a destra, il cui riflesso sulle politiche sarebbe inevitabile. Oggi i risultati.

lunedì 15 gennaio 2018

CHI HA PAURA DI AHED TAMIMI?


La narrazione israeliana ci dice che la famiglia Tamimi è dedita al terrorismo, perchè -prendendo le fonti israeliane- nel 2001 sua zia organizzò un attentato e un suo parente uccise un ebreo nel 1993, e dunque sarebbe cresciuta nell'odio,cosa che fa sorridere vista la lontananza crononologica delle date di cui si parla. Insomma, al di là del discorso politico sul sionismo, non sono certo questi i presupposti giuridici di una democrazia visto che nè lei nè i suoi genitori hanno commesso atti di tipo bellico, e che suo padre è militante di Fatah che da un bel pezzo non è certo un'organizzazione dedita alla lotta armata, anzi è accusata di collaborazionismo per le sue posizioni da molte ali (anche all'interno del medesimo mondo laico) della resistenza palestinese.



da   http://popoffquotidiano.it/2018/01/14/ahed-tamimi-e-la-paranoia-di-israele/

di Richard Seymour


Come tutto il mondo sa, Ahed Tamimi è una adolescente che ha preso a sberle un soldato di Israele. Di conseguenza è stata portata in giudizio davanti ad un tribunale militare. Al 99,7% sarà condannata (una percentuale totalitaria si potrebbe dire). 15 le accuse di cui dovrà rispondere, tra cui l’aggravante di aggressione contro un soldato, la minaccia a un soldato, l’aver impedito ai soldati di portare a termine il loro compito, l’incitamento e il disturbo della quiete pubblica, il lancio di pietre.
Lasciatemelo ripetere: una ragazza di 16 anni è stata portata in giudizio davanti a un tribunale militare israeliano per aver preso a schiaffi un soldato delle forze di occupazione. Lo so che Tamimi non è certo una ragazza ingenua, è una attivista anti-occupazione con esperienza. A questo si riferiscono gli odiosi video propagandistici israeliani dove la definiscono “Shirley Temper” e disprezzano le sue proteste definendola una “agitatrice”.
Tuttavia, una ragazza di 16 anni è stata portata in giudizio davanti ad un tribunale militare per aver preso a schiaffi un soldato super armato. Una protesta con una carica simbolica che davvero infastidisce gli occupanti. Una protesta, armata solo di forza morale (che non è quindi completamente disarmata), che Israele avrebbe potuto facilmente decidere di ignorare. Tuttavia la sberla, sentita in tutto il mondo, ha finito per essere un tema di conversazione penoso e scioccante, che gira tra espressioni rituali di orgoglio per l’eroismo militare e lamentele d’orrore per il danno all’orgoglio nazionale.
Miri Rege, del Likud [partito al potere in Israele, ndt] e già generale di brigata delle Forze di Difesa israeliane, ha commentato: “Quando ho visto l’accaduto mi sono sentita umiliata, distrutta”. Ben Ehrenrech ha riferito che diversi giornalisti israeliani hanno usando “parole come ‘castrato’ e ‘impotente’ per descrivere come si sono sentiti quando hanno visto il soldato col suo casco, il suo giubbotto antiproiettile, la sua arma, e la ragazza in camicetta rosa e la giacca a vento blu che lo umiliava. Nonostante la sua forza, potenza e arroganza, lo ha umiliato”.
Dall’altra riva del dibattito, il vigore e il potere fallico di Israele è stato di fatto dimostrato dall’eroismo tranquillo e silente delle truppe. Avi Buskila, che presiede l’organizzazione Peace Now fondata da Amos Oz, afferma che “i soldati hanno agito eroicamente, proprio come ci si aspettasse che facessero”. Che siano membri del Likud o pacifisti, la premessa concordata è che questi furbetti di palestinesi sono scesi in strada per provocare, molestare e umiliare i loro nobili e valorosi ragazzi.
Il rispettabile giornalista Ben Caspit, che scrive per la stampa progressista e orientato verso la pace, ha scritto sul quotidiano Maariv come potrebbe essere vendicata tale umiliazione: “Non c’è stomaco che non si rivolti guardando questo video… Io, per esempio, se mi fossi incontrato in una situazione simile, mi sarei fatto arrestate fino al processo… Per quanto riguarda la ragazza, dovremmo fargliela pagare in un altro contesto, nell’oscurità, senza testimoni né telecamere”.
Come sottolinea Jonathan Ofir, coloro che esigono la riparazione dell’orgoglio di Israele tramite rappresaglie violente dimenticano che, di fatto, lo schiaffo di Tamimi è stata una rappresaglia. Questa non è una sfumatura riguardo la violenza lenta e strutturale dell’occupazione: letteralmente, dice Ofir, il soldato ha colpito per primo. Se fosse vero, ciò è stato ignorato dalla maggior parte della stampa in inglese (anche se, tra parantesi, devo dire che il tono delle informazioni sulla Palestina è cambiato notevolmente in questi ultimi anni). Che Newsweek pubblichi articoli come questo questo, con video che descrivono la vera origine di Israele e della Nakba [l’esodo del 1948, ndt] palestinese, è sorprendente. Impensabile fino a pochi anni fa.
Secondo Lisa Goldman questo tipo di discussione nasce dal fatto che la copertura mediatica è trasmessa in modo schiacciante, anche tra i media di ala liberale. Alla riproduzione acritica e fallace della propaganda militare, la tesi argomenta che le truppe israeliane erano lì solo per impedire ai problematici e malintenzionati nativi di lanciare pietre. I e le Tamimi stavano protestando per essere stati privati da anni della terra e dell’accesso all’acqua da parte di una vicina colonia, racconta Goldman, e per tutti quegli anni non era stato lanciato un sasso.
Certamente tutta questa discussione è razzista. Anche gli utili e necessari interventi di Ofir e Goldman, per esempio, sono destinati a fare i conti con una premessa ingannevole e grossolana. Il fatto che dovremmo partecipare al tipo di narrativa, che inizia lanciando fango sugli oppressi e sui colonizzati, mostra quanto sono stati disumanizzati i palestinesi. Cosa? Il colonizzatore può avere i suoi arsenali ma il colonizzato non può neanche lanciare una pietra?
In ogni caso è totalmente grottesco. Che uno Stato fortemente militarizzato e con molti appoggi, che soggioga sistematicamente la sua opposizione, che reagisce in modo così fragile a una protesta in gran misura simbolica, è pazzesco.
Gil Gertel sostiene che, alla base di questo senso di umiliazione c’è che Tamimi ha sovvertito la mitologia sionista: chi è davvero Davide e chi Golia? Posso vedere la forza di questa spiegazione, anche se si potrebbe aggiungere che, nella pratica, lo stato di Israele è stato quello che ha sovvertito questa mitologia. Qui c’è un senso di colpa palpabile. A me, comunque, non evoca altro di così potente come le precarie gerarchie delle stati razzisti alla Jim Crow, la loro natura estremamente delicata, la loro sensibilità a qualsiasi affronto all’autorità e alla proprietà, la loro tendenza ad esplodere violentemente nel momento in cui una persona di colore “manchi di rispetto” all’uomo bianco, e il loro costante, controsovversivo allerta sui sobillatori. Come se l’intero sistema fosse così fragile che una prodezza troppo tollerata nel tempo possa farlo crollare.
Forse hanno ragione ad essere così paranoici. Tali piccoli atti di resistenza sono stati i sassolini che, insieme, anno fatto la valanga che ha fatto crollare le leggi di Jim Crow sulla segretazione (anche se non, ovviamente, la supremazia bianca, che si è dimostrata molto più resiliente). Ma per giustificare il trascinamento di una adolescente attraverso il sistema giudiziario e lo spettacolo mediatico internazionale devono dipingere se stessi come relativamente impotenti; i coraggiosi parvenu che affrontano la minaccia della violenza palestinese. Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà.
Tamimi è una eroina, come dicono i suoi simpatizzanti sui media. E con ragione suo padre è orgoglioso di sua figlia. Ma è anche, per sottolinearlo ancora una volta, una ragazza di 16 anni, che è stata portata in giudizio davanti ad un tribunale militare e deve affrontare il carcere. E se guardate ai media, quasi tutta la nazione di Israele crede di essere vittima di Tamimi.
Traduzione di Marina Zenobio – Fonte Red Pepper

sabato 13 gennaio 2018

WEEK END MAGAZINE


AMICIZIA

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Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni 
che, perduti nel tempo, c'incontrammo, 
alla nostra incresciosa intimità. 
Ci siamo sempre lasciati 
senza salutarci, 
con pentimenti e scuse da lontano. 
Ci siam riaspettati al passo, 
bestie caute, 
cacciatori affinati, 
a sostenere faticosamente 
la nostra parte di estranei. 
Ritrosie disperanti, 
pause vertiginose e insormontabili, 
dicevan, nelle nostre confidenze, 
il contatto evitato e il vano incanto. 
Qualcosa ci è sempre rimasto, 
amaro vanto, 
di non ceduto ai nostri abbandoni, 
qualcosa ci è sempre mancato. 

(Vincenzo Cardarelli)