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giovedì 17 agosto 2017

LA SCUOLA VELOCE CHE PIACE AI PADRIONI


da http://popoffquotidiano.it/2017/08/16/liceo-di-4-anni-la-scuola-veloce-che-piace-ai-padroni/

Liceo di 4 anni: serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro

di Matteo Saudino

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In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico. Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo. Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista. Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi. Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona. Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica. La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.
La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.
Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8  paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).
In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento di quell’idea di scuola democratica ormai incompatibile con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.
Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.
In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie. La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale. Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva. E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo. Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico. Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e del vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa. Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.
Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente. Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.
Un albero per crescere necessità di tempo. L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo. La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo. Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo. La bellezza necessita di tempo. Per essere felici ci vuole tempo.
La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

mercoledì 16 agosto 2017

BREVE STORIA DELLA ALT-RIGHT



da   http://www.ilpost.it/2017/08/14/breve-storia-della-alt-right/


Alt-right

Venerdì scorso, poco dopo il tramonto, centinaia di persone appartenenti alla cosiddetta “alt-right”, la nuova estrema destra statunitense, hanno sfilato lungo le strade di Charlottesville stringendo in mano torce del tipo che si usano nei giardini per tener lontane le zanzare. Protestavano contro la decisione di rimuovere una statua dedicata a Robert E. Lee, il generale che guidò l’esercito del Sud schiavista durante la Guerra civile americana. Molti di loro hanno fatto il saluto nazista e cantato slogan contro neri, stranieri ed ebrei. In molti hanno ironizzato sulla manifestazione e su quelli che emulavano le sfilate naziste di Norimberga stringendo torce anti-zanzare, ma il giorno dopo nessuno aveva più voglia di scherzare.
La mattina di sabato un uomo di vent’anni che aveva partecipato alla manifestazione dell’estrema destra è salito a bordo della sua auto e si èlanciato contro un corteo anti-razzista. Una donna è morta e altri 19 sono rimasti feriti. L’attacco e le difficoltà che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato nel criticarlo – al contrario del suo vice e di sua figlia, Trump non ha ancora espresso nessuna condanna contro il suprematismo bianco e il neonazismo dell’alt-right – hanno riportato l’attenzione della stampa sul fenomeno della destra radicale americana, sulle sue origini e sulla sua forza in questo periodo storico.
In realtà nessuno ha chiaro cosa sia davvero oggi l’estrema destra americana: è un movimento fluido, fatto di decine di sigle diverse, senza un leader e senza un vero programma politico. Nel marzo 2016 un articolo del New Yorker definì l’alt-right «un movimento eterogeneo di estrema destra che esiste soprattutto su internet». A differenze dell’estrema destra europea, quella americana non ha un partito, una sigla, un simbolo e degli iscritti: negli Stati Uniti non esistono la Lega Nord, Alba Dorata o il Front National. Al posto di questi partiti – che in Europa competono alle elezioni nazionali e locali, a volte ottenendo discreti risultati – negli Stati Uniti ci sono decine di sigle diverse. Dai gruppi neonazisti alle milizie anti-immigrati, dai paramilitari anti-governo agli anarco-libertari, nazionalisti cospirazionisti e razzisti nostalgici del Sud ai tempi della Guerra civile; alcuni di questi sono nuovi, altri – moltissimi – non lo sono per niente.
Per quanto diverse organizzazioni non governative abbiano registrato una crescita di visibilità e presenza sul territorio di queste forze, la loro reale capacità di mobilitare consenso non è ancora chiara. Attivisti ed esponenti noti dell’alt-right, come l’opinionista e troll Milo Yiannopoulos, sostengono che l’alt-right rispecchia gli ideali di una grossa fetta degli americani, addirittura una maggioranza tra i conservatori. Le organizzazioni che rappresentano l’alt-right, però, di solito hanno poche centinaia di affiliati e le loro manifestazioni raramente attraggono grandi folle. Ogni volta che la più antica tra di loro, il Ku Klux Klan, prova a manifestare per strada, si trova quasi sempre soverchiata dal numero dei contro-manifestanti.
Gli esponenti dell’alt-right sostengono quasi tutti Donald Trump e dicono che il loro appoggio è stato determinante per la sua elezione. Non è chiaro, però, quanto Trump sia un convinto aderente delle dottrine dell’alt-right o quanto il suo sia semplice opportunismo politico, anche se è evidente che le idee nazionaliste, protezioniste e anti-immigrazione dell’estrema destra statunitense non hanno mai avuto un rappresentante più potente di oggi. Di fatto, comunque, l’alt-right è un movimento senza un leader, senza un’ideologia comune e senza un programma. I numerosi movimenti che la compongono sono spesso in lotta tra loro. Il Southern Poverty Law Center, il principale centro che studia l’estremismo politico americano, ha scritto che nelle settimane che hanno preceduto la manifestazione di Charlottesville, ribattezzata “Riunire la destra”, i vari leader dell’alt-right si sono scambiati accuse e colpi bassi, con il risultato che in molti hanno preferito non partecipare.
Per quanto divisi su quasi tutto, i leader dell’alt-right hanno qualcosa in comune. Tutti gli analisti del fenomeno sono concordi nel dire che esiste una linea che di fatto li unisce tutti: il rifiuto del multiculturalismo e l’ostilità nei confronti di tutto quello che è considerato “politicamente corretto”, definizione che estendono a qualsiasi cosa – politica, decisioni, modi di dire – tenga conto che negli Stati Uniti non esistono solo i bianchi, e che i non bianchi vadano trattati esattamente come i bianchi. Come molti hanno notato, non è un terreno molto vasto su cui formare la base di un’unità politica: infatti finora l’alt-right non è riuscita ed esprimere nessuna sorta di azione politica coerente, anche se ci prova da parecchio.
Anche se di alt-right si parla soprattutto dalla scorsa estate, infatti, alcuni dei movimenti che la compongono esistono fin dalla fine della Guerra civile, come il Ku Klux Klan. Arciconservatori e anarco-libertari esistono da sempre nella politica statunitense, mentre milizie e altri gruppi anti-governativi hanno conosciuto un periodo di grande fortuna negli anni Novanta. Anche il termine “destra alternativa” è molto meno recente di quanto molti pensino: fu inventato nel 2008 dal professor Paul Gottfried, uno studioso molto conservatore che lo utilizzò per definire la nuova estrema destra americana che stava conoscendo un periodo di rinascita dopo l’elezione a presidente di Barack Obama. Due anni dopo Richard Spencer, un suprematista bianco con tendenze neonaziste, coniò il termine abbreviato “alt-right” e lo promosse come escamotage tattico: un nome nuovo senza connotati negativi per sostituire quelli utilizzati in precedenza e oramai carichi di significati.
Difficilmente, però, la nuova notorietà dell’alt-right è dovuta a persone come Spencer o al vecchio Ku Klux Klan. Come notava il New Yorker, il terreno dove è più facile percepire la presenza dell’alt-right è internet. Una delle attività in cui i suoi sostenitori sono più prolifici, infatti, è la produzione di meme su siti come 4chan e 8chan, poi diffusi su Reddit e Twitter, accompagnata al cosiddetto “trolling”: sabotare le discussioni online, organizzare campagne di minacce e insulti, diffondere notizie false. Il luogo dove è più probabile incontrare un sostenitore della alt-right è in una discussione nei commenti a un articolo oppure sui social network, dove in genere recita il ruolo del provocatore. Un’indaginegiornalistica di BBC, senza nessuna pretesa di affidabilità statistica, ha mostrato che molti degli utenti che frequentano forum e discussioni sulla alt-right sono uomini di 20 o 30 anni, spesso poco realizzati, con problemi sullo studio o al lavoro, che utilizzano un linguaggio violento o provocatorio con lo scopo di dissacrare tutto ciò che la parte preponderante della società ritiene intoccabile: dalla parità tra i sessi all’Olocausto.
Tra le cause sociologiche che sono state spesso indicate per l’ascesa dell’alt-right c’è la reazione dei maschi bianchi conservatori alla vista della sparizione del mondo nel quale sono cresciuti, fatto di superiorità sia etnica nei confronti delle minoranze, che sessuale sulle donne. L’ascesa di Obama avrebbe accelerato questo processo. Il ritratto che faBBC fa pensare che ci sia anche una componente di ribellione giovanile che, a differenza di precedenti momenti di rivolta generazionale, trova il suo sfogo nella politica di destra più che in quella di sinistra (un fenomeno a cui in Italia e in diversi paesi europei siamo più abituati rispetto agli Stati Uniti).
In mancanza di un riscontro politico e senza sapere quanto del consenso di Trump si deve a questo eterogeneo movimento, possiamo giudicare l’alt-right soprattutto per la sua capacità di produrre meme su internet e scatenare lunghi e infiammati dibattiti su questioni su cui, per la maggior parte delle persone, non ci sarebbe molto di cui dibattere. Alcune delle figure principali di questo movimento, come lo stesso Yiannopoulos, sembrano l’incarnazione di questa apparente incapacità di ottenere risultati. Yiannopoulos, un cittadino britannico di origine greca, dichiaratamente gay, rappresenta per molti versi esattamente l’opposto dei valori dell’alt-right, dal cosmopolitismo all’orientamento sessuale. Come quella del movimento in generale, la sua posizione politica e la sua agenda non sono sempre chiare e in più di un’occasione è sembrato abbracciare cause e argomenti più per il gusto di suscitare scandalo che per ragioni politiche. Ad esempio, la sua carriera ha subito una brusca frenata lo scorso marzo quando un sito conservatore ha pubblicato una vecchia registrazione in cui Yiannopoulos diceva che il sesso tra 13enni e uomini adulti può essere consensuale e positivo per il ragazzo, attirandosi le accuse degli stessi membri dell’alt-right perdendo il suo lavoro a Breitbart News, uno dei principali siti dell’alt-right.
Molti però sono realmente preoccupati e si chiedono se le provocazioni su internet di ragazzi che hanno difficoltà a laurearsi non siano la spia di un movimento sotterraneo più grande e pronto a diventare una forza politica vera. Dopotutto, come ha scritto il giornalista Vann Newkirk su The Atlantic, il Ku Klux Kaln aveva solo poche decine di membri nel 1915, ma appena dieci anni dopo portò in piazza 50 mila persone per le strade di Washington. L’attentato di Charlottesville sembra dare una nuova sostanza ai loro timori. Come era scritto in un editoriale del Los Angels Times: «Possiamo solo sperare che Charlottesville sia il culmine della loro ascesa e non, come alcuni sperano, la prima scintilla di un grande incendio».

domenica 13 agosto 2017

FERIAE AUGUSTI (13-14-15 AGOSTO)

Il blog si prende tre giorni di ferie. Torniamo il 16. Buone vacanze o buon lavoro a tutti!


AGOSTO

Risultati immagini per agosto garcia lorca

Agosto.
Controtramonti
di pesca e zucchero,
e il sole dentro la sera,
come il nocciolo in un frutto.
La pannocchia conserva intatta
la sua risata gialla e dura.
Agosto.
I bambini mangiano
pane nero e luna piena.



(Federico Garcia Lorca traduzione di Elena Clementelli e Claudio Redina)

sabato 12 agosto 2017

RADICALI E PD, INSIEME COI PADRONI


da  http://popoffquotidiano.it/2017/08/10/atac-successo-di-radicali-e-pd-servizio-pubblico-sotto-attacco/

Atac, Pd e radicali, con l’appoggio di Repubblica, hanno raggiunto l’obiettivo delle firme per un referendum per privatizzare il servizio di trasporto pubblico

di Checchino Antonini



Privatizzazione del trasporto pubblico, attacco all’Atac di Roma: i radicali esultano per il raggiungimento delle firme necessarie al referendum. Con più di 33 mila firme raccolte, i Radicali hanno raggiunto e superato il traguardo delle circa 29 mila necessarie a indire il referendum consultivo il prossimo anno. La consegna delle firme in Campidoglio è prevista per domani, venerdì 11 agosto, intorno alle 12, con i promotori che giungeranno in Campidoglio a bordo dei due minibus della campagna «Se non firmi t’ATtACchi» carichi di scatoloni con le firme.  Tutto ciò nel deserto politico di una città sfiancata dalle ondate di calore e dalle beghe dell’amministrazione a cinque stelle che, sul caso Atac, non ha concesso nemmeno la semplice oratoria di un consiglio comunale ad hoc.
Obiettivo centrato, dunque, per la campagna referendaria «Mobilitiamo Roma» per la messa a gara del trasporto pubblico della Capitale che la narrativa mainstream mostrerà come l’impresa eroica di un pugno di radicali mentre è stata l’ennesima operazione del Pd e del partito di Repubblica. Il vero regista dell’operazione è Giachetti, doppia tessera radicali e Pd, non solo e non tanto contro la Giunta Raggi (tutt’altro che destabilizzante per i poteri forti della Capitale basti vedere alle manovre dell’assessore Colomban sulle partecipate) quanto in nome del liberismo sfrenato e antipopolare.
Decine di attivisti, continuamente ripresi da telecamere e cronisti, hanno adescato i cittadini con voce suadente, chiedendo l’ovvietà a passeggeri in balìa di un servizio massacrato negli anni dai tagli dei governi Pd e di un’azienda saccheggiata dalle clientele di centrodestra e centrosinistra: «Scusi, è soddisfatto del servizio dell’Atac? Vorrebbe mettere una firmetta per la liberalizzazione, contro il monopolio?».
Sono bastati un megafono, qualche volantino e quattro attivisti (due Clash city workers e due lavoratori Ama) per costruire servizi di tg e pezzi di cronaca sulla fantomatica provocazione “squadrista” a un banchetto dei privatizzatori a Tor Bella Monaca tra i quali lo stesso Giachetti.
Il non detto è che non è mai esistito nella storia un processo di “liberalizzazione”, di privatizzazione virtuosa, che abbia migliorato il servizio e non abbia piuttosto massacrato i lavoratori e fatto impennare le tariffe. Perché mai un privato dovrebbe assicurare un servizio se non è redditizio? La vicenda dell’acqua di Roma, che si disperde nel sottosuolo perché alla privatissima Acea non conviene adeguare la rete idrica, sta lì a dimostrarlo. Eppure Roma sperimenta da tempo (dall’epoca del Giubileo con Rutelli sindaco) l’appalto del 20% delle linee di superficie a Roma TPL, azienda privata famosa per disservizi continui con attese infinite alle fermate, intere corse che la domenica spariscono, stipendi più bassi per i lavoratori e a volte con ritardi di mesi nel pagamento. E sarebbe interessante confrontarsi con lavoratori e cittadii di Firenze e Padova dove la “liberalizzazione” è un fatto compiuto: riduzione delle corse in periferia, riduzione dei notturni e peggioramento delle condizioni di lavoro.
Colpisce molto la presa di posizione di Manconi Luigi, senatore della “sinistra” Pd e frequentatore del circo Pisapia. E firmatario anche lui. Mettere a gara il servizio del trasporto pubblico romano sarebbe «una scelta inevitabile e un provvedimento popolare: l’unico che oggi può ridurre quella intollerabile fatica cui sono sottoposti tutti i giorni i cittadini romani, quelli che usano i mezzi pubblici e quelli che non li usano ma li pagano lo stesso: ovvero pagano quel debito di 1miliardo e 300milioni che grava su Atac. In questo caso il fatto che il trasporto sia pubblico, non garantisce certo l’equità tra i cittadini ma li danneggia e li sacrifica in maniera, questa sì, ugualitaria. Per queste ragioni oggi ho firmato la richiesta di referendum di Mobilitiamo Roma, promosso da Radicali italiani e Radicali Roma». Non sarebbe stato più giusto un audit su quel debito? Un’indagine pubblica e partecipata per capire che cosa abbia intossicato i conti dell’azienda di trasporto pubblico proprio come chiedono soggetti come il Cadtm, il Comitato per l’Abolizione dei debiti illegittimi che lavora per l’abbandono delle politiche di aggiustamento strutturale e di austerity. Il suo lavoro principale consiste nell’elaborazione di alternative radicali (e ai radicali, evidentemente) che mirino alla soddisfazione universale dei bisogni, delle libertà e dei diritti umani fondamentali. Ossia anche del trasporto pubblico. «E’ legittimo o illegittimo quel debito? – si chiede, assieme a Popoff, Marco Bersani di Attac e del Cadtm – e dunque va pagato o rigettato?».
Una firma pesante, quella di Manconi, perché getta benzina sul fuoco sulle chiacchiere che accompagnano il dibattito su liste e listoni, “a sinistra” del Pd. Dovè l’invocata discontinuità con le politiche liberiste evocata da tutti i soggetti in campo. Ora dovrebbero essere i lavoratori di Atac, delle partecipate e delle aziende pubbliche a costruire il comitato per il no alla privatizzazione e per il rilancio dei servizi pubblici insieme a tutte le energie che si battono in città per i beni comuni e contro le politiche di austerità. Il Tpl. Perché l’operazione Atac potrebbe essere il cavallo di Troia per ribaltare quella che fu la prima (e unica, finora) bocciatura di massa delle politiche di privatizzazione e austerità: il referendum sull’acqua del 2011 che il Pd prova ad aggirare fin da quel giugno di sei anni fa. Oppure l’occasione per ricostruire un’alleanza tra lavoratori e cittadini in nome di un’altra idea di servizio pubblico tra settori subalterni di questa città spesso messi uno contro l’altro da chi costruisce le guerre fra poveri, i cosiddetti conflitti orizzontali.
«L’effetto di questo referendum può essere dirompente», spiega infatti Riccardo Magi, segretario dei radicali, dal punto di vista opposto. Dirompente per la vita di migliaia di lavoratori pubblici, 12mila solo all’Atac, per milioni di passeggeri. Magi è persuaso che «proprio nel settore dei servizi pubblici locali che la mancanza di gare e di concorrenza danneggia maggiormente i cittadini».
«Il referendum promosso dai radicali ha l’obiettivo di privatizzare il trasporto pubblico a Roma. Per la sinistra deve diventare invece occasione per un grande dibattito pubblico contro la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e nello specifico sul futuro di Atac», fa sapere infine Paolo Cento, responsabile nazionale Enti locali di Sinistra Italiana, un partito che non riesce a venir fuori dalle secche del rapporto ambiguo con Mdp e Pisapia.

venerdì 11 agosto 2017

IL FRONTE DEL LAVORO: 473 MORTI IN SEI MESI


da  http://www.senzasoste.it/primo-semestre-2017-473-le-vittime-sul-lavoro/


Non si arresta il fenomeno delle morti bianche in italia. Roma, Torino, Pescara e Milano le province più colpite dal dramma.


Secondo l’ultima elaborazione dei dati INAIL effettuata dagli esperti dell’Osservatorio Sicurezza di Vega Engineering, è tragico il bilancio degli infortuni sul lavoro in Italia nel primo semestre 2017.
Sono 473 le vittime registrate di cui 337 in occasione di lavoro e 136 in itinere.
Nella graduatoria nazionale, le regioni che contano il maggior numero di vittime in occasione di lavoro sono l’Emilia Romagna e la Lombardia entrambe con 36 casi, seguite da Sicilia (31 vittime) e Veneto (29 decessi).
L’unica regione in cui non è stato rilevato alcun incidente mortale è la Valle D’Aosta.
A livello provinciale, si mantiene stabile al primo posto Roma con 14 casi registrati e un indice di incidenza sugli occupati pari a 7,9. Subito dopo si trovano Torino (12 morti), Pescara e Milano con 11 decessi.
La fascia d’età che comprende lavoratori tra i 55 e 64 anni continua a rimanere la più colpita: l’indice di incidenza sugli occupati è pari al 28,2 (31,5% del totale) con 106 casi registrati.
A seguire troviamo la fascia dei 45 – 54 anni con 104 casi (indice di incidenza di 15,0, pari al 30,9% del totale).
Analizzando la graduatoria in base all’indice di incidenza sugli occupati, il Sud e le Isole risultano essere le aree maggiormente colpite dal triste fenomeno delle morti bianche con un valore pari al 23,2 e 17,7.
Segue il Nord Est con un indice del 16,2.
Gli uomini coinvolti sono stati 314 pari al 93,2% dei casi, mentre il restante 6,8% è rappresentato dalle donne con 23 casi registrati.
Gli stranieri ad aver perso la vita sul lavoro sono stati 49 (14,5% del totale), in particolare, nella zona Nord-Ovest della Penisola.
Il settore economico non è determinabile per il maggior numero degli infortuni mortali accaduti sul lavoro (125 casi, pari al 37,1% sul totale).
I settori determinati più colpiti sono le Costruzioni e le Attività Manifatturiere (50 e 45 casi) seguiti da Trasporto e Magazzinaggio (33 incidenti mortali).

giovedì 10 agosto 2017

SURRISCALDATI


da http://popoffquotidiano.it/2017/08/09/clima-la-mini-tregua-di-lucifero-i-verdi-20mila-morti-di-caldo/


Clima, previsioni del tempo e conseguenze delle ondate di calore. Dossier dei Verdi, agenzie scientifiche Usa contro Trump


di Francesco Ruggeri

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Il caldo estremo di Lucifero, l’anticiclone africano, pare concedere un break tra domani e venerdì, quando una veloce bassa pressione atlantica raggiungerà il nord Italia, portando piogge e temporali che potrebbero estendersi fino alla regioni del centro. Domani il caldo torrido persisterà soprattutto al centro-sud (16 le città con ‘bollino rosso’), mentre venerdì la situazione migliorerà in tutta la penisola, con temperature in calo e ‘bollino verde’ per 11 località. E’ il Bollettino delle ondate di calore del ministero della Salute. Le città con ‘bollino rosso’ domani saranno: Ancona, Bari, Cagliari, Campobasso, Catania, Frosinone, Latina, Messina, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Viterbo. Si torna a respirare invece a Bolzano, Brescia, Genova, Milano, Torino, Venezia e Verona. Per la giornata di venerdì, le città con ‘bollino verde’ saranno: Bologna, Bolzano, Brescia, Civitavecchia, Firenze, Genova, Milano, Torino, Trieste, Venezia, Verona. Sul resto d’Italia il bollino sarà ‘giallo’, ad eccezioni di Catania, dove non si placa l’emergenza caldo. Il ‘bollino rosso’ indica «condizioni di emergenza con possibili effetti negativi sulla salute di persone sane e attive e non solo sui sottogruppi a rischio come gli anziani, i bambini molto piccoli e le persone con malattie croniche».
Ma un dossier dei verdi, Le città resilienti, presentato da Angelo Bonelli, rivela che l’impennata di temperature, anche di 3°C in alcune grandi città, ha causato 20mila morti in un anno riconducibili alle ondate di calore. Negli ultimi 40 anni Luglio ha visto Milano + 3°C, +2,5°C a Napoli, + 2,2°C a Bologna, +2,1°C a Bari e +1,8°C a Roma, 1,6°C a Torino.
Per gli esperti dell’IPCC, sono proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del global warming in particolare nell’area del Mediterraneo. Il fenomeno è conosciuto, anche uno studio del CNR lo ha evidenziato, segnalando che “Nel sotto-periodo 1998-2015 sono stati osservati, in confronto al 1980-1997, aumenti di durata e intensità delle ondate in oltre il 60% delle capitali europee, in particolare di area centro e sud-orientale: da una frequenza dei giorni diondata di calore del 7-8% dei giorni estivi al 12-14%”.
L’effetto Isole di calore delle grandi città
Nelle grandi città si crea l’effetto “isole di calore”, che per i soggetti più vulnerabili possono risultare perfino fatali. Si tratta di un fenomeno fisico semplice: durante il giorno, le città immagazzinano il caldo derivante dall’irraggiamento solare e dal traffico, liberandolo durante la notte. In caso di ondate di caldo eccessive, la notte e dei cittadini, spesso con conseguenze nefaste, con temperature già roventi, innescando un circolo vizioso.

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L’OMS: 70.000 morti in Europa (più di 20mila in Italia) per l’ondata di calore del 2003
Uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dimostrato che l’eccezionale ondata di calore del 2003 ha provocato in Europa più di 70.000 morti, di cui più di 20.000 solo in Italia. Aumento dei ricoveri ospedalieri per gli anziani del 54% a causa del calore. Questi dati confermano che le ondate di calore e i cambiamenti climatici pregiudicano la salute dei cittadini spesso con conseguenze nefaste. In questi giorni, ad esempio, il Sant’Orsola di Bologna segnala un boom di accessi al Pronto soccorso per l’emergenza caldo, in particolare da parte di anziani. E cosi’ l’ospedale bolognese ha deciso di correre ai ripari mettendo a disposizione otto posti letto in piu’ per far fronte all’aumento dei ricoveri. Gli otto posti, che potrebbero diventare 10 se necessario, saranno aperti da domani fino al 20 agosto. Da oggi, inoltre, sono stati bloccati i ricoveri programmati. Le due misure, come spiega ancora l’ospedale, si sono rese necessarie per far fronte al picco di accessi al Pronto Soccorso e di ricoveri che si sono registrati in particolare tra gli over 75 negli ultimi giorni. Dal primo agosto a ieri gli accessi al Pronto Soccorso dei cosiddetti ‘grandi anziani’ sono passati da 50 a 77, con un aumento del 54%. Ancor più forte l’incremento dei ricoveri, più che raddoppiati nello stesso periodo, da 17 a 35 al giorno. La percentuale degli over 75 ricoverati tra tutti quelli che sono entrati in Pronto Soccorso del Sant’Orsola e’ passata dal 34% del primo agosto al 50% e 45% di domenica e lunedì. Anche al Caldarelli di Napoli, a causa del caldo si e rilevato un boom di ricoveri. Infatti il 2 agosto 2017 si rilevava “un aumento di circa il 30% degli accessi al pronto soccorso dell’ospedale. Il principale motivo è il caldo asfissiante che sta colpendo Napoli e provincia in questi giorni. Una serie di pazienti si sono recati allo storico ospedale partenopeo con tutte le patologie o i fastidi tipici dei periodi di caldo africano. In particolare in molti sono arrivati con febbre, polmonite o con gastroenteriti causate dall’assunzione di bevande fredde.”
La proposta: città resilienti
La resilient city, proposta dai Verdi, è un sistema urbano che non si limita ad adeguarsi ai cambiamenti climatici (in particolare il global warming) che negli ultimi decenni rendono sempre più vulnerabili le città con conseguenze sempre più drammatiche e costi ingentissimi. La città resiliente si modifica costruendo risposte sociali, economiche e ambientali nuove che le permettano di resistere nel lungo periodo alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia.
La resilienza è quindi oggi una componente necessaria per lo sviluppo sostenibile, agendo prima di tutto sui modelli organizzativi e gestionali dei sistemi urbani. Una città sostenibile è quindi una città resiliente.
Ecco i punti fondamentali per rendere resiliente una città: pianificazione territoriale; prevenzione, riduzione e gestione della vulnerabilità del territorio: assetto idrogeologico; pianificazione urbanistica, sistemi insediativi, edifici: comfort climatico della città pubblica; ciclo idrico in ambito urbano, conservazione della risorsa e sua qualità; verde urbano multifunzionale; servizi socio-sanitari e protezione civile; 5mila nuovi parchi urbani in un anno, 10 milioni di nuovi alberi e case convettive; case ispirate alla convenzione naturale  che trattengono il fresco d’estate e il calore in inverno.
Sintesi del rapporto sul clima degli scienziati Usa 
Recentemente è presentata in via non ufficiale una bozza di uno studio realizzato da scienziati di 13 agenzie federali per il clima degli Stati Uniti. Il report è stato completato quest’anno ed è una sezione particolare del National Climate Assessment che è commissionato dal congresso ogni 4 anni. L’Accademia Nazionale delle Scienze ha firmato la bozza del report e gli autori stanno aspettando il permesso dell’amministrazione Trump per la pubblicazione. Di conseguenza se il governo Trump non dovesse approvare il rapporto potrebbe non essere mai pubblicato. Una prima fase di approvazione potrebbe arrivare entro il prossimo 18 agosto. I punti salienti del dossier sono:  Dati sul riscaldamento globale e tendenze per fine secolo cambiando le emissioni di gas serra  Irreversibilità dello scioglimento dei ghiacci e scomparsa del ghiaccio artico entro la seconda metà del secolo.  Aumento del livello del mare che influenza sia l’andamento delle piogge e degli eventi straordinari come Cicloni, Tornadi ma anche in generale a livello di campo gravitazionale.  Il limite superato: anche se ad oggi limitassimo le emissioni del CO2 a 10 gigatonnellate per tornare ad una situazione precedente all’ultimo secolo ci vorrebbero almeno 66milioni di anni. Le nuove osservazioni e le nuove ricerche hanno incrementato la comprensione dei cambiamenti climatici presenti futuri e passati a partire dal Terzo Convegno U.S. per il clima (NCA3) che è stato pubblicato nel maggio del 2014. Questo Rapporto Speciale sul Clima (CSSR) stato organizzato per cogliere le nuove informazioni, consolidare il corpo scientifico esistente e riassumere l’attuale stato della conoscenza in materia. Prevedere come il clima cambierà nelle future decadi è un problema scientifico molto diverso dalla previsione meteo settimanale. Il cambiamento climatico significa che il meteo (che ha le sue caratteristiche specifiche di tempo e luogo) stanno cambiando in una direzione ben netta di decade in decade. Il mondo si è surriscaldato (secondo una media globale ed annuale della temperatura di superficie) di circa 0.9 °C negli ultimi 150 anni (1865-2015), e la non uniformità del riscaldamento a livello di spazio-tempo ha creato qualche difficoltà nella stima della temperatura della Terra. In questo particolare momento storico è evidente che ci sono stati dei problemi di cambiamento del clima diffusi dalle cime delle montagne ai fondali oceanici. Migliaia di studi condotti da decine di migliaia di scienziati in tutto il monderanno documentato i cambiamenti sulla superficie, sull’atmosfera e delle temperature oceaniche. Si sciolgono i ghiacciai, scompaiono le nevi perenni, si staccano porzioni di calotta artica nel mare, il livello del mare che aumenta e così anche il livello di vapore acqueo nell’aria. In molti casi dimostrati si nota che la causa primaria di tali cambiamenti sono le attività umane, specialmente le emissioni gassose. Negli ultimi anni abbiamo anche raggiunto il record relativo di temperature calde, ovvero abbiamo avuto gli anni già caldi stabilendo record globali.

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Temperature globali in crescita
Le osservazioni della temperatura a lungo termine sono molto più consistenti e mostrano chiaramente dei dati che indicano l’evidenza del riscaldamento globale. Le temperature influenzano la produzione agricola, il consumo energetico, la salute umana, le infrastrutture, gli ecosistemi naturali e molti altri aspetti essenziali della società e dell’ambiente naturale. Le stime di aumento delle temperature indicano che nei prossimi decenni avremo un pianeta molto più caldo degli ultimi 1700 anni. Per quanto concerne i dati osservati in passato possiamo notar che al 1951 al 2010 si è avuto un surriscaldamento globale di circa 0.65 °C solo in questo periodo. Quindi è estremamente probabile che tale aumento delle temperature globali a partire proprio dal ’51 sia dovuto alle interferenze di origine antropica, perché, sempre secondo tali studi, il processo naturale di surriscaldamento nella stessa porzione di anni sarebbe stato molto più basso. Per variazioni naturali si intende El Nino ed altri fenomeni ricorrenti di interazioni oceano-atmosfera che hanno però un impatto sul clima su una scala corta temporale ed oltretutto hanno un’influenza che si evidenzia soprattutto a livello regionale se parliamo di lungo termine (decenni o più). Per gli Stati Uniti e così come per il globo, l’aumento delle temperature previsto a breve termine saranno di almeno 1.4°C e sono proiettate nei prossimi decenni, con la variabile di una significante riduzione delle emissioni future, ciò significa che le temperature che sono state record degli ultimi anni diventeranno relativamente comuni nel prossimo futuro. Sempre considerando uno scenario a batto impatto a livello di emissioni, ma prendendo un lasso temporale più ampio possiamo vedere come la stima del surriscaldamento globale possa aumentare di circa 4.8°C nel 2100.
I ghiacci si stanno sciogliendo
Le persone che vivono in Alaska si trovano su quello che potremmo definire un fronte geografico influenzato pesantemente dal cambiamento climatico. In questo luogo e nell’Artico, sia sulla superficie che nell’aria l’aumento delle temperature è due volte più veloce rispetto alla media globale. Il sistema climatico è strettamente interconnesso: ciò vuol dire che i cambiamenti nell’Artico influenzano le condizioni climatiche al di fuori dell’artico. L’aumento delle temperature in Alaska sta causando una riduzione del Permafrost che sta diventando molto più rado; questi cambiamenti sono causati dal rilascio delle diossine del carbone e del metano derivante dalla decomposizione di materiale organico che in precedenza era congelato. A ciò si devono aggiungere le emissioni gassose globali che necessariamente sono in testa alle cause del cambiamento climatico. La dispersione di ghiacci Artici nel mare e l’assottigliamento della superficie ghiacciata della Groenlandia stanno accelerando e l’Alaska vede i suoi ghiacciai perenni che continuamente iniziano il processo di scioglimento: il ghiaccio sulla costa alaskiana supera le stime della media dell’Artico. Le attività antropiche hanno contribuito a tale riduzione della presenza di iceberg e di ghiacci sulla territorio. Tale scioglimento dei ghiacci nell’Artico sta avvenendo molto più velocemente che in passato: le tendenze dicono che ci si dovranno aspettare delle estati molto più lunghe che potrebbero causare la scomparsa di ghiacci dall’Oceano Artico a partire dalla prossima metà del secolo.
Le scelte di oggi decisive per l’impatto climatico futuro
Come detto in precedenza le attività umane sono la causa principale dei cambiamenti climatici osservati. Per questo motivo le proiezioni future sono basate su uno scenario in cui le emissioni di gas serra continueranno ad influenzare il clima in questo secolo ed oltre. Nel 2016 sono stati fatti passi importanti per limitare i futuri cambiamenti climatici: l’accordo di Parigi; un trattato per la riduzione l’emissione di CO2 riguardanti le Aviazioni Civili Nazionali ed un accordo per cessare le emissioni di idrofluorocarburi (HFC) sotto l’egida del protocollo di Montreal. Nonostante queste riduzioni pianificate di gas serra c’è ancora uno stato di incertezza sulle emissioni dovute ai cambiamenti economici, politici e demografici. Per questo motivo questo report quantifica i possibili cambiamenti climatici secondo dei parametri considerati fino alla fine del secolo. Gli studi mostrano un ritardo significativo nelle azioni di riduzione delle emissioni di CO2 e della sua conseguente concentrazione nell’atmosfera, che ovviamente contribuiscono al surriscaldamento della superficie terrestre: ciò vuol dire che i cambiamenti climatici a breve termine sono in gran parte determinati dalle emissioni di gas serra passate e presenti, modificate dalle variabili annuali. Limitando l’aumento della temperatura globale a 2°C attraverso la riduzione necessaria delle emissioni di CO2 dei comparti industriali e preindustriali rispetto alle medie odierne. Ciò vuol dire che bisogna mantenere le emissioni globali di anidride carbonica al di sotto delle 1000 Gigatonnellate di Carbone . Mantenenedo questo standard l’obiettivo dei 2°C si potrebbe ottenere entro il 2051 ed il 2065. Se invece le emissioni di CO2 fossero ridotte sotto le 400 Gigatonnellate la soglia si raggiungerebbe entro il periodo 2043-2050. Osservando le accelerazioni nelle emissioni di anidride carbonica negli ultimi 15-20 anni influenzano pesantemente lo scenario futuro; dal 2014, il tasso di crescita a livello di crescita economica è rallentato, ma non corrisponde a quello delle emissioni e quindi di conseguenza non ci sono i requisiti per raggiungere la stabilizzazione del clima tra l’1.5°C e i 2°C come previsto dagli obiettivi di Parigi. Continuando con la crescita delle emissioni di CO2 attraverso questo secolo ed oltre ci porteranno ad una concentrazione di questa sostanza mai provata in molti milioni di anni. Allo stato attuale anche se stimassimo le emissioni date per circa 10 GtC all’anno potremmo tornare alla situazione precedente a questo secolo solo tra 66 milioni di anni.

mercoledì 9 agosto 2017

E LO CHIAMANO LAVORO....


Oggi riportiamo i risultati di uno studio che mostra come in Italia la crescita del livello occupazionale sia legata ad un enorme abbassamento salariale, e un caso concreto di tutto ciò dal mondo della ristorazione che esemplifica benissimo il discorso. Si badi bene che il settore ristorativo e alberghiero aveva già in molti casi, soprattutto a livello di lavoro stagionale, quei livelli di monte ore e quasi quei livelli di paga già da prima della crisi; si potrebbe forse dire che il dopo crisi ha diffuso tra altri settori un modello aziendale molto simile a quello.



da http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/07/24/news/i-nuovi-posti-di-lavoro-hanno-stipendi-da-fame-1.306609?ref=fbpu


I nuovi posti di lavoro? Hanno stipendi da fame Così l'Italia è tra i paesi peggiori d'Europa


Quando una persona inciampa gli può andare bene e tirarsi su in fretta, magari senza troppi danni, oppure prenderla male e cominciare a zoppicare. Per quanto riguarda il lavoro, non solo la crisi ha colpito gli italiani molto più a fondo che in tante altre nazioni europee, ma anche la ripresa ha lasciato cicatrici profonde.
Persino quando i posti tornano a crescere, com’è successo negli ultimi tempi, fra lavoro e lavoro può esserci una grande differenza. Se un posto con uno stipendio decente viene sostituito da uno con un salario da fame è meglio di nulla, certo: ma nulla di cui festeggiare.

Questa è esattamente la situazione dell’Italia, secondo un recente studio dell’agenzia europea Eurofound , che ha analizzato in che modo cambia il lavoro negli ultimi anni – dove migliora, con salari in crescita, e dove invece diventa più povero.

Dalla seconda metà del 2011 a quella del 2016, hanno mostrato gli autori, in Italia ci sono state due evoluzioni fondamentali. La prima è che la maggior parte dei nuovi posti creati risultano fra i lavori più poveri: esattamente nel 20 per cento inferiore degli stipendi. Al contrario le perdite sono arrivate nei lavori da classe media e medio-alta. C’è stato insomma un generale arretramento nella qualità del lavoro, con centinaia di migliaia di persone in più ora occupate in mestieri in cui guadagnano pochissimo.
Positivo è il fatto che, almeno per alcuni aspetti, il peggio sembra passato. Guardando al periodo che va da metà 2011 a metà 2013, gli autori della ricerca hanno trovato un calo nell’occupazione in tutte le fasce da salario, dalle più ricche in giù, tranne che per quelle meno retribuite.


Negli ultimi tre anni quanto meno l’emorragia di posti si è arrestata, e anzi sembra ricominciata una discreta crescita. Tuttavia anche qui i nuovi lavori si concentrano in buona parte fra quelli più poveri, con la classe media che fatica e si assottiglia, ma anche un discreto numero di posti nei lavori con stipendio medio-alti e alti – ancora insufficienti però a compensare le perdite di chi aveva un lavoro normale.

Gli stessi autori dello studio scrivono infatti che «un piccolo numero di stati mostra un degrado nel modo in cui è cambiata l’occupazione dal 2013, con la maggior parte della crescita di nuovi posti che si trova nella parte più povera della distribuzione dei salari». Fra essi Ungheria, Irlanda e Olanda, mentre proprio in Italia «dal 2011 al 2016 la crescita dell’occupazione è stata fra i lavori con paga più bassa».

Altro fattore cruciale è il ruolo degli immigrati. Risulta infatti che praticamente tutte le perdite di chi aveva un salario medio e medio-alto riguardano chi è nato nel nostro paese. Allo stesso tempo, circa quattro su cinque dei nuovi posti a bassa paga riguardano invece persone di origini non italiane. La ricerca sottolinea che «in Italia, dove la maggior parte della crescita dell’occupazione è avvenuta in lavori a basso salario, a esserne responsabili sono soprattutto i non nativi».
Le difficoltà dell’Italia si vedono ancora con maggior chiarezza facendo un confronto con altre nazioni europee. Regno Unito e Germania, in questo senso, risultano fra le più in forma: paesi dove si è verificato un solido aumento sia nel numero di posti totali che nella loro qualità.

«Le nazioni più popolose con aumenti significativi dell’occupazione», notano gli autori dello studio, «mostrano un chiaro percorso di miglioramento nella qualità del lavoro»: e in particolare proprio Regno Unito, Germania e Polonia. Altre nazioni su questa strada sono state Svezia e Portogallo, mentre in Francia la situazione appare meno chiara – con perdite nei lavori a paga medio-bassa e medio-alta. Resta fermo però che in tutti questi altri paesi il mercato del lavoro si è mosso in maniera migliore che in Italia.

Un elemento che i numeri di Eurofound non considerano è la crescita della popolazione italiana, che nello stesso periodo è aumentata di 1,3 milioni di persone . Questo crea una piccola illusione ottica, in base alla quale i nuovi posti creati sembrerebbero più di quelli persi – ma non è così. Intanto l’analisi parte dal 2011, quando un gran numero di posti era già scomparso in seguito ai primi anni della crisi. Poi, più in generale, la fetta di persone occupate in Italia oggi resta ancora minore rispetto a quella pre crisi.

Proprio nel 2007 e 2008, prima che si facessero sentire gli effetti della Grande Recessione, il numero di italiani con un lavoro aveva raggiunto il massimo storico al 58,6 per cento . In nessun periodo precedente – né successivo, in effetti – era stato tanto elevato, e dalla fine degli anni ‘70 fino a tutti gli anni ‘90 mai aveva raggiunto neppure il 55 per cento. Tre punti di differenza possono non sembrare molti, ma a conti fatti si tratta di milioni di senza lavoro in meno.

Al momento dunque resta ancora un pezzo di strada da fare, anche solo per tornare agli stessi numeri di allora.



Per quanto riguarda il lavoro nazioni come Francia, Germania, Regno Unito e persino Spagna possono forse aver sentito il colpo della crisi – chi più, chi meno. Ma è proprio l’Italia a restare in una triplice – e non invidiabile – condizione: partire da una situazione peggiore degli altri, recuperare assai più lentamente e, come scopriamo ora, neppure tramite lavori pagati in maniera dignitosa.

Agli italiani, ci dice questo nuovo studio, per il momento restano quasi soltanto quelli poveri.

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da http://iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2017/08/08/news/i-forzati-del-lavoro-io-cuoca-tuttofare-a-3-euro-l-ora-e-mai-un-giorno-libero-1.15709655?ref=fbfti



MASSA. Il puzzo di fritto la precede, mescolato al profumo di balsamo nei capelli ancora bagnati. «Ciao, piacere, scusami ma ho veramente poco tempo», si presenta Mawiya, 45 anni, originaria del Marocco, ma residente in Italia da sempre. Ha staccato due ore fa da lavoro e già deve rientrare. Lavora in un ristorante di Marina di Massa. Doveva occuparsi della friggitoria, fritti misti e patatine a gogò, ma alla fine è diventata la factotum della cucina. Taglia le verdure, la frutta, il pane. Pulisce il pesce, prepara le insalate, i panini. Lava i piatti, la cucina e, alla fine, anche i bagni. «Diciamo che faccio tutto quello che mi viene chiesto di fare», racconta. Mai un’obiezione. «Il padrone è severo». Lo chiama proprio così: il padrone.

Sulla mano destra ha un cerotto che le copre quasi tutto il dorso. «Guardi questo? – dice – Non è nulla, mi sono bruciata con l’olio bollente perché mi sono distratta». Già, non è nulla. Capita di peggio nelle cucine, miniere infernali con i 40 gradi d’estate. Tagliarsi un dito con l’affettatrice, ad esempio, farsi dare 5 punti di sutura al pronto soccorso e poi tornare al lavoro con il dito fasciato, come ha fatto la collega di Mawiya l’anno scorso, ma invano dal momento che poi è stata licenziata «perché si faceva sempre male». E licenziata è pure un’iperbole: un contratto, non lo ha mai avuto.

Mawiya, invece, ce l’ha. Peccato che sia assicurata solo per 4 ore al giorno, 5 giorni a settimana, lavori il triplo, nascosta in quel mondo di lavoro grigio dove nemmeno gli ispettori del lavoro riescono a entrare. Lavora la mattina dalle 10 alle 16 e poi dalle 18 alle 23, quando va bene («a volte è capitato di non riuscire nemmeno a fermarmi»). Dieci, undici, dodici ore al giorno. Almeno 70 ore a settimana, il doppio delle ore di un operaio in fabbrica. Tutti i giorni, senza giorno libero, le ferie un miraggio. Totale dello stipendio: 900 euro al mese. Una cifra come 3 euro all’ora. Con un calcolo esatto forse viene fuori
anche meno. «Anche le mie colleghe guadagnano così e non sono straniere: non è razzismo. È che questo è il lavoro che c’è. Non possiamo farne a meno», spiega Mawiya con una flemma come se tutto questo fosse normale. E per molti normale lo è diventato davvero.

martedì 8 agosto 2017

AVANTI MARCH


da  http://popoffquotidiano.it/2017/08/07/f-35-sempre-piu-costosi-ma-corte-dei-conti-tifa-per-loro/

F-35,  rapporto della Corte dei Conti: programma in ritardo e sempre più costoso ma impossibile mollare. Mica vero

di Checchino Antonini

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Il programma F-35 «è oggi in ritardo di almeno 5 anni», scrive la Corte dei Conti, per le «molteplici problematiche tecniche» che hanno fatto anche si che i costi del super-caccia siano «praticamente raddoppiati»; anche le prospettive occupazionali per l’Italia «non si sono ancora concretizzate nella misura sperata». Tuttavia, «l’esposizione fin qui realizzata in termini di risorse finanziarie, strumentali ed umane è fondamentalmente legata alla continuazione del progetto» ed uscirne ora produrrebbe importanti perdite economiche.
«Non è vero però come dice la Corte dei Conti – ribatte Giulio Marcon, capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana-Possibile.  - che non possiamo più fermarci e che abbiamo investito troppi soldi per poter tornare indietro. Possiamo dire ancora no agli F35 e risparmiare 14 miliardi di euro, destinandoli al lavoro e al welfare».
È un’analisi che non fa sconti quella realizzata dalla Sezione di controllo per gli Affari comunitari e internazionali della Corte dei conti sulla «Partecipazione italiana al Programma Joint Strike Fighter-F35 Lightning II». L’analisi della Corte, in una fase in cui si discute della prosecuzione o dell’ulteriore ridimensionamento della partecipazione italiana al programma, riguarda solo l’aspetto economico. E parte dalla «constatazione che le molteplici problematiche tecniche riscontrate negli anni (e ancora non tutte risolte) hanno portato con sé ritardi» di almeno 5 anni rispetto al previsto – per la piena capacità di combattimento si dovrà aspettare almeno il 2021 – e «notevoli aumenti del costo finale» di ogni apparecchio, «praticamente raddoppiati».

Ecco le raccomandazioni della Corte dei Conti

Per l’Italia, ricorda la Corte, sono intervenute due decisioni: «la prima (nel 2012) ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire» (finora sono stati consegnati all’Aeronautica militare sette velivoli); «la seconda (nel 2016) ha impegnato il governo, per aderire alle indicazioni parlamentari, a dimezzare il budget dell’F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari». La prima decisione «ha avuto un costo per la base industriale» perchè vi è stata «la perdita, in quota percentuale, delle opportunità di costruire i cassoni alari nello stabilimento di Cameri (Novara)»; la seconda ha prodotto finora «un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo». Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Corte sottolinea come queste siano al di sotto delle attese, «anche per effetto del rallentamento generale del programma (che ha raggiunto per ora solo il 10% della produzione totale)». Risultati inferiori alle attese soprattutto per l’occupazione – «si parla per il momento di circa 1.600 unità effettivamente impiegate, a fronte di una ‘forchetta previsionalè annunciata tra 3.586 e 6.395 unità» – e per il funzionamento della base di Cameri, che allo stato risulta «sovradimensionata» e sotto-occupata. Ma «se i ritorni programmati sono risultati ridimensionati rispetto alle aspettative, essi non sono però compromessi – avverte la Corte – e il prossimo avvio della piena produzione lascia aperte le prospettive per il futuro». «Gli ingenti investimenti effettuati (3,5 miliardi di euro fino a fine 2016, e più di 600 milioni ulteriori, previsti nel 2017) trovano la propria giustificazione in una logica di continuità», sottolinea la Corte dei Conti, secondo cui «l’opzione di ridimensionare la partecipazione nazionale al programma, pur non soggetta di per sé a penali contrattuali, determina potenzialmente una serie di effetti negativi», in primis «la perdita degli investimenti sostenuti finora, compresi quelli attinenti il sito di Cameri» e «la perdita delle opportunità collegate» allo stabilimento piemontese, la cui competitività è «fortemente legata» al mantenimento da parte dell’Italia degli impegni presi finora. La valutazione complessiva del progetto, si legge nella relazione «deve tener conto della circostanza che l’esposizione fin qui realizzata in termini di risorse finanziarie, strumentali ed umane è fondamentalmente legata alla continuazione del progetto. Alla sua continuazione corrispondono infatti non solo i costi fin qui affrontati ed i ritorni economici già realizzati, ma soprattutto i costi in termini di perdite economiche, ove avesse termine o si riducesse sostanzialmente la partecipazione al programma».

Ecco quanto ci costano le armi e la casta in divisa

Va ricordato alla magistratura contabile che, «nell’ultimo decennio le spese militari italiane sono cresciute del 21% (del 4,3% in valori reali) salendo dall’1,2 all’1,4% del Pil (non l’1,1% dichiarato dalla Difesa). L’Italia nel 2017 spenderà per le Forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso». Così l’Osservatorio sulle spese militari italiane nel suo rapporto presentato a novembre alla Camera. Numeri che fanno a pezzi la vulgata sull’austerity e sulla mancanza di soldi, che sputtanano governi – soprattutto di “centrosinistra” – che si sono dedicati al taglio sistematico del welfare e alla compressione di salari e diritti adoperando tutte le armi della retorica del “cambiamento” e della “competizione” mentre l’articolo 11 della Costituzione diventava carta straccia assieme alle parti della Carta che proclamano la rimozione delle disuguaglianze e la promozione sociale. La macchina della guerra non è solo bestialmente violenta ma parassitaria. L’industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche e dunque incide sul meccanismo usurario del debito pubblico in nome del quale, da decenni, si tagliano risorse per la vita delle persone e se ne usurpano altre per la guerra. 64 milioni al giorno sono un’enormità: basti pensare che Renzi dice di aver armato tutto il casino della “riforma” costituzionale per risparmiare 57 milioni l’anno di spese per il Senato. L’occupazione militare di un lembo della Val di Susa costa 90mila euro al giorno e per un minuto di “missione di pace” in Afghanistan l’Italia spende 1800 euro, 79 milioni al mese. Dall’inizio di quella guerra sono andati in fumo oltre sei miliardi per massacrare civili e ingrassare l’apparato militar-industriale. E sono in arrivo i droni armati, strumento principe per le esecuzioni extragiudiziali: l’Italia sarà il terzo Paese della NATO (dopo USA e UK) a dotare di armamenti i propri velivoli senza pilota, di cui dispone da qualche anno. Recenti accordi internazionali e la decisione nel 2015 del Congresso USA di accogliere la richiesta italiana del 2012 consentiranno alle nostre Forze Armate di disporre fra qualche mese di droni armati. Senza dimenticare il coinvolgimento dell’industria nazionale in progetti di sviluppo del primo drone militare europeo (co-prodotto con Francia e Germania) la cui consegna è prevista per il 2025.
Il Rapporto rileva per il 2017 un aumento dei costi per il trasporto aereo di Stato (i cosiddetti ‘aerei blu’), che salgono a 25,9 milioni di euro, con un incremento di quasi il 50% rispetto ai 17,4 milioni del 2016. La quasi totalità di questa cifra, 23,5 milioni, sostiene l’Osservatorio, «è il costo del nuovo Airbus A340 della presidenza del Consiglio in forza al 31/o stormo dell’Aeronautica Militare (utilizzato solo una volta in un anno per una missione di imprenditori italiani a Cuba), il cui costo totale per otto anni (2016-2023) risulta essere di 168,2 milioni di euro (noleggio e assicurazione) più 55 milioni di carburante, per un totale di 223,2 milioni (27,9 milioni in media all’anno)». L’Osservatorio lamenta inoltre che, nonostante il Parlamento nel 2014 abbia votato una mozione di maggioranza che impegnava formalmente il governo a dimezzare il budget originario del programma per l’acquisto del supercaccia F-35, «il requisito della Difesa non ha subito alcuna modifica, se non una dilazione delle acquisizioni e il budget è anzi aumentato da 13 a 13,5 miliardi di euro». Il Pd al governo non ha la minima intenzione di rispettare lo sconcerto popolare per lo sciupio vistoso di denaro pubblico: sono stati firmati ordini per otto supercaccia e versati acconti per altri sette. Una parte degli F-35 – secondo il Rapporto – è destinato alla Trieste, la nuova supernave da 1.100 milioni della Marina che, ufficialmente, è stata impostata come unità di sostegno agli sbarchi con una vocazione per i soccorsi umanitari ma che è né più né meno di una portaerei.
A conti fatti i fondi reali sono aumentati del 21% nell’ultimo decennio. E, nel 2017, solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno.
Una corsa agli armamenti alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro. Dal 1993 a oggi, al primo posto dello shopping di guerra da Leonardo, ex Finmeccanica, Fincantieri e Iveco) spicca Pier Luigi Bersani che ha firmato finanziamenti per oltre 27 miliardi, seguito da Federica Guidi con 8 miliardi, Claudio Scajola con 6,5 miliardi ed Enrico Letta con quasi 4.
Sul fronte del personale si lamenta la mancanza di soldi per la manutenzione e l’addestramento. Il 41% delle risorse finirà negli stipendi di 90 mila tra ufficiali e sottufficiali più 81 mila militari di truppa, una piramide grottesca, sanguinaria e costosissima. 32 mila marescialli e 4500 ufficiali in da smaltire in otto anni forse da smistare in altre amministrazioni, palazzi di giustizia o musei.