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mercoledì 25 aprile 2018

25 APRILE. IL MAGAZINE.


25 APRILE

Partigiani a Milano, 25 aprile 1945

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
e fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

(Alfonso Gatto)

martedì 24 aprile 2018

LA SCUOLA DI CLASSE

Anche gli sproloqui classisti di Serra sulla maggiore maleducazione delle classi meno elevate puà tornare utile: ci ha permesso di riflettere, ovviamente senza l'indebito legame comportamentale del nostro, sul classismo nelle scuole, e, a quanto pare dall'articolo che segue, la situazione non è delle migliori.


da  http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/03/16/news/la-scuola-superiore-e-ancora-un-fatto-di-classe-sociale-1.297281

Meno di un diplomato al liceo classico su 10 è figlio di operai e impiegati. Perché il fattore socio-economico è determinante nelle scelte dei ragazzi dopo le medie. Un gap di partenza che non abbiamo superato. E che incide nelle scelte universitarie

















Il fatto che 7 diplomati su 10 abbiano intenzione di iscriversi all'università non è sufficiente per poter dire di essere sempre più vicini a rendere davvero equo l'accesso all'università. Il gradiente sociale che emerge se si considera la classe socio-economica di appartenenza dei giovani diplomati a seconda del tipo di diploma è infatti drammaticamente evidente. Anche se frequentare un liceo pubblico costa allo stesso modo di un istituto tecnico o di uno professionale, un terzo di chi si diploma al liceo proviene da famiglie di classe sociale considerata “elevata”, mentre solo il 17 per cento da famiglie che lavorano nell'esecutivo.

Lo mostrano i dati raccolti da AlmaDiploma , la “sorella” di Almalaurea che ogni anno cerca di fare il punto sulle condizioni dei ragazzi prima che essi arrivino all'università. Per capire meglio di cosa stiamo parlando vale la pensa sciogliere un po' questa nomenclatura. Secondo le categorie di AlmaDiploma la classe sociale considerata “elevata” è rappresentata da liberi professionisti (medici, avvocati), dirigenti, docenti universitari e imprenditori con almeno 15 dipendenti.

La classe “media impiegatizia” comprende impiegati con mansioni di coordinamento, direttivi o quadri intermedi e insegnanti, mentre la “classe media autonoma” coadiuvanti familiari, soci di cooperative e imprenditori con meno di 15 dipendenti. Infine, la classe del lavoro esecutivo è composta da operai, da qualsiasi forma di lavoratore subalterno e assimilato e da tutti coloro che sono considerati “impiegati esecutivi”, con contratti di varie forme e colore.

Una specifica che rende ancora più rilevante il fatto che solo un liceale su 6 provenga da una famiglia che lavora nell'esecutivo. Si tratta in realtà di una stima al rialzo. Se consideriamo solo le due “roccaforti”, cioè il liceo classico e il liceo scientifico, il gradiente è ancora più evidente: il 45% dei diplomati nel 2016 nei licei classici è figlio di professionisti, dirigenti, docenti universitari, imprenditori, contro un 8,7% rappresentato da figli di operai e di impiegati. Simile la situazione per i licei scientifici, dove quest'ultima categoria rappresenta il 13,1%, tendendo a preferire, come formazione liceale, i licei delle scienze umane e i licei artistici.

LICEI, OLTRE IL 30 PER CENTO VIENE DA FAMIGLIA DI CLASSE ELEVATA

Certo, si tratta di un sondaggio, non di una raccolta svolta a tappeto, scuola per scuola. Leggendo il rapporto diAlmaDiploma  si apprende infatti che questi dati rappresentano 261 istituti per un totale 43.171 studenti esaminati: 61 nel Lazio, 45 in Lombardia, 40 in Emilia Romagna, 26 in Liguria, 22 in Puglia, 20 in Toscana, 12 in Trentino-Alto Adige, 11 in Sicilia, 9 in Veneto e 15 in altre 7 regioni italiane. Perfettamente omogenea invece la proporzione di studenti esaminata per classe sociale.

È ampiamente sottorappresentato il sud, ma anche per questo si tratta di dati interessanti perché ci tolgono dall'imbarazzo di pensare che forse questo gap così marcato rifletta in qualche modo un gradiente geografico, dal momento che solo una piccola parte di questi dati proviene dalle scuole del Meridione. Colpisce molto anche ciò che emerge dalle domande che AlmaDiploma pone ai giovani riguardo al loro prossimo futuro. Se filtriamo i risultati per i liceali italiani, coloro cioè che si presuppone più di tutti proseguiranno gli studi, fra coloro che non intendono iscriversi all'università, quasi il 30% appartiene alla classe dell'esecutivo, che ricordiamo costituisce solo il 15% del totale dei diplomati liceali. Inoltre, sempre solo considerando i liceali, il 30% di chi viene bocciato 2 o più volte appartiene alla classe sociale più bassa, contro il 17% della classe elevata. E di nuovo, ricordiamo che i primi rappresentano solo il 17% del totale degli iscritti ai licei.

LE PROSPETTIVE DOPO IL DIPLOMA

Un dato che ci fa riflettere ancora una volta sul substrato sociale che stiamo costruendo, e su quanto le condizioni di partenza possano incidere sulle attuali possibilità di un giovane nato in una famiglia con meno possibilità di altre di partenza, di seguire il medesimo percorso di un suo coetaneo e di usufruire delle migliori possibilità formative, curriculari e non.

Vale la pena per esempio soffermarsi sulle percentuali di diplomati che hanno effettuato un soggiorno di studio all'estero, a seconda del tipo di scuola superiore considerata. Ancora una volta il gradiente si fa sentire: anche escludendo il liceo linguistico, che per ovvie ragioni propone molte attività di questo tipo, i giovani che fanno questo tipo di esperienza sono il doppio nei licei rispetto agli istituti tecnici o professionali. In media 4 ragazzi su 10 del classico e dello scientifico hanno usufruito di periodi di studio all'estero contro il 15% degli istituti professionali. Il divario aumenta se si considerano solo i soggiorni lunghi, superiori alle 2 settimane, prerogativa scelta da un liceale su 10 e da un diplomato professionale su 100.

GLI STUDI ALL'ESTERO

Si possono guardare questi dati da diversi punti di vista, per esempio notando il fatto che il 33% di chi ha intenzione di iscriversi all'università e contemporaneamente cercare un lavoro, proviene dalle classi sociali elevate. Tuttavia, in termini di disuguaglianze sociali il punto di osservazione – dicono gli esperti – deve essere quello dell'elemento più vulnerabile. Il punto di vista più interessante non è infatti che i figli delle classi sociali più elevate non scelgano le scuole professionali, come è facilmente prevedibile, o che tendano a proseguire gli studi dopo il diploma: l'elemento cruciale per valutare gli estremi di una società disuguale è capire perché ancora oggi meno di un diplomato al liceo classico su 10 sia figlio di operai e impiegati. Un possibile risultato di questo trend lo raccontava un anno fa AlmaLaurea , mostrando come chi proviene da famiglie più istruite sia più propenso a intraprendere percorsi di studio più lunghi, le famose “lauree a ciclo unico”, come medicina e giurisprudenza.

Un dato su tutti: il 43% dei laureati in medicina proviene da classi sociali elevate (cioè con entrambi i genitori laureati), e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico. I figli di operai e impiegati rappresentano solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico, cioè del neo-medici e dei neo-avvocati, contro un 34% costituito dai figli della classe sociale più elevata. Viene da chiedersi dunque se si tratta solo di una condizione economica, specie alla luce del recente dibattito sul Reddito di Inclusione per le famiglie meno abbienti, o se dietro ci sia dell'altro, barriere culturali e sociali. Quello che è certo è che in ballo vi è anche la composizione stessa della classe dirigente del domani.

lunedì 23 aprile 2018

BASTA PISTOLE!


da   https://ilmanifesto.it/basta-armi-i-ragazzi-sono-all-right/


La protesta. Nelle strade di New York, tra i giovanissimi che sfidano la lobby delle armi remixando gli slogan del Vietnam. Colonna sonora di Springsteen e Alfredo Bandelli. E poi dicono che il futuro non esiste



Scendo giù per la Quinta Strada in cerca di un posto dove mangiare, e da lontano vedo avvicinarsi un gruppo di ragazzi con le magliette arancione che scandiscono uno slogan che mi pare familiare – «… how many kids did you kill today?» quanti ragazzini hai ammazzato oggi? Lo gridavano ai tempi della Guerra del Vietnam al presidente Johnson – «hey hey, LBJ, how many kids did you kill today». Lo gridano adesso, mentre infuria un’altra guerra, solo che invece di LBJ dicono NRA: ehi, National Rifle Association, quanti ragazzini hai ammazzato oggi?
POI DICONO CHE I RAGAZZI non hanno memoria storica. Mi fermo a salutarli, faccio un paio di foto, proseguo – e due isolati più giù Washington Square è gremita di ragazzini – mi viene in mente il nostro Alfredo Bandelli: «Oggi ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti, le compagne, quindici anni…» Non so quanti siano, la piazza è grande, ma nello spazio fra la storica fontana dove un tempo si sedevano a suonare Woody Guthrie e Cisco Houston e l’arco che apre la piazza stanno fitti che non ci passa un ago.
LA SERA PRIMA, a Broadway, Bruce Springsteen raccontava la sua vita, intrecciata con le canzoni, in jeans e maglietta, sul palco con pianoforte e chitarra, come uno zio nel salotto di casa che racconta storia agli amici. Una delle ragioni per cui ho sempre rispettato Bruce Springsteen è che non ha mai fatto finta di avere un’età diversa da quella che ha; e adesso, che è più vicino ai settanta che ai sessanta, fa i conti con la propria storia, coi rapporti col padre (mi si inumidiscono inevitabilmente gli occhi quando canta My Father’s House), la traumatica scoperta del rock and roll (Growing Up), poi sul palco sale Patti Scialfa e cantano insieme una delle mie passioni segrete, Tougher than the Rest, e per la prima volta sentendola da vicino mi accorgo che anche lei ha una gran voce.


NEL FARE I CONTI con la propria storia, Bruce ci fa capire che è anche la nostra; sarà per il prezzo dei biglietti, sarà per Broadway, ma il pubblico è quasi tutto di mezza età, gente che con lui è cresciuta e – ammettiamolo – invecchiata (a un certo punto dice, queste cose ditele ai vostri figli – se gli interessano). Quando accenna ai tempi neri che attraversa l’America, e non solo, è tutta una generazione che deve fare i conti con la propria storia e i propri fallimenti. Non è una cosa triste; prima di finire con Born to Run, chiude , a sorpresa, con una preghiera, poi Long Walk Home (che ne è, che significano oggi, i simboli della nostra democrazia?) e Land of Hopes and Dreams – la sua forza è che continua a dirci, nonostante tutto non smettete mai di sperare e di immaginare. E quindi di lottare. Aggiunge: ho visto la marcia per la vita dei ragazzi, contro la armi e la violenza, dopo la strage di Parkland, l’ennesimo massacro di ragazzi, 17 ammazzati in una scuola in Florida il febbraio scorso. «Per un vecchio come me» (dice proprio così, an old man) «questa è un’ispirazione». Come sempre parla anche per me.
A WASHINGTON SQUARE, «the kids are all right», come cantavano gli Who di My Generation. Springsteen ha invitato la mia generazione a guardarsi addosso, e a passare il testimone a questi ragazzini di scuola media, e neanche dell’ultimo anno che gridano basta, «enough is enough». I cartelli sono fatti a mano ognuno diverso, da quello che dice. «Quando dicevo che preferivo morire che fare il compito in classe era un’iperbole, non l’avete capito?», alla ragazzina che ha scritto: «Di che si deve preoccupare una ragazza? Primo, i ragazzi carini. Secondo, se ho i capelli in ordine e il trucco a posto. Terzo, se entra in classe un pazzo con una mitragliatrice e ci ammazza tutti. Quarto, il compito in classe di domani».
SI ALTERNANO SUL PALCO, bianchi e neri, ragazze (più numerose) e ragazzi, gay e straight (Bandelli cantava «gli operai con gli studenti», qui l’unità è di colore, di genere, di identità sessuale, e anche di classe, vengono dalle scuole del centro come da Harlem e dal Bronx).
Mi si inumidivano gli occhi ascoltando My Father’s House, mi succede lo stesso adesso, circondato da questi figli e nipoti.
Nessuno parla più di un minuto, tutti dicono qualcosa. Sono arrabbiati, decisi, informati, niente ideologia ma moltissima coscienza. Sanno fin dove possono arrivare, spiegano che non chiedono l’abolizione ma il controllo delle armi. Evocano la violenza contro le donne (centinaia di femminicidi), la violenza poliziesca contro i neri (Black Lives Matter), contro i gay (la strage di Orlando un anno fa). Una ragazza: «Io vengo da una famiglia conservatrice, ma qui non è questione di schieramenti, è questione di vita e di morte». Un ragazzo nero con un nome portoricano: «Io non ci pensavo proprio finché cinque rapinatori con due pistole a testa hanno fatto irruzione nella stanza della mia ragazza e l’hanno rapinata. Non aspettate che succeda a qualcuno che amate prima di impegnarvi».
SONO MAESTRI della comunicazione hanno ritmo e sfiorano la rima, gestiscono magistralmente l’antifona, il call and response dell’oralità tradizionale, con la folla assiepata strettissima intorno a loro. Qualcuno ha un foglio scritto, molti leggono dal telefonino. «I social sono pieni di veleno e di menzogne, ma sono anche il posto dove ci possiamo informare e comunicare fra noi. Usate Instagram, usate Facebook. Leggete anche il New York Times. Soprattutto, parlate fra voi». «Siamo in tanti, siamo noi la democrazia, e stiamo arrivando». Sale un gruppo con le magliette arancione e una chitarra: per fare un movimento, dicono, ci vuole una canzone. Hanno belle voci, armonizzano sapientemente, soprattutto sanno quello che vogliono: «Siamo qui per cambiare il mondo e non vi lasceremo entrare nelle nostre vite».
NEL POMERIGGIO, ne parlo in una lezione alla New York University. Una signora mi dice, riusciranno a cooptare anche loro, o a spedirli su un binario morto. I media e le destre sono già al lavoro per isolarli e deriderli. Ma mi sembrano diversi, troppo vivi, per lasciarsi ingabbiare.
Chissà, forse ancora una volta ha ragione l’antico Bob Dylan che, a pochi metri da qui, annunciava: «I figli e le figlie sono fuori dal vostro controllo – levatevi di mezzo se non potete dare una mano».
E se invece di controllarli, o di metterci da parte a fare il tifo, seguissimo l’ispirazione e provassimo a dare una mano? Sarà un long walk, ma forse anche loro ci aiuteranno ad arrivare a casa. Il futuro esiste ancora.

sabato 21 aprile 2018

WEEK END MAGAZINE


O NOTTE O DOLCE TEMPO

Risultati immagini per notturno

O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn'opra sempr'al fin assalta.
Ben ved'e ben intende chi t'esalta,
e chi t'onor' ha l'intellett' intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero,
che l'umid'ombra et ogni quiet'appalta,
e dall' infima parte alla piu alta
in sogno spesso porti ov' ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria, a l'alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio,
tu rendi sana nostra carn' inferma,
rasciugh' i pianti e posi ogni fatica
e furi a chi ben vive ogn' ir'e tedio.

(Michelangelo Buonarroti)

venerdì 20 aprile 2018

LE PROPOSTE DEI RIDERS

Questo blog segue da un paio di anni la questione riders, ritenendo la gig economy un fenomeno molto importante di questa epoca per motivi già espressi in precesenza*, per cui, dopo aver documentato ricorso e sciopero, riportiamo la piattaforma rivendicativa emersa dall'assemblea bolognese

* http://precariunited.blogspot.it/2018/04/dalla-parte-dei-riders.html



da  https://www.dinamopress.it/news/dallassemblea-nazionale-dei-riders-nuove-forme-lotta-sindacalizzazione/



Foodora, Deliveroo, Glovo e JustEat. Queste le catene del food delivery rappresentate da più di centocinquanta lavoratrici e lavoratori presenti all’assemblea nazionale dei riders che si è tenuta domenica nei nuovi spazi di Labas. Da Bologna, Milano, Torino e tante altre città le e i riders, così come tanti solidali, hanno risposto all’appello lanciato dal collettivo Riders Union Bologna. Ma non solo, erano presenti anche rappresentanti del Collectif des livreurs autonomes de Paris (CLAP) e del Collectif des coursier-e-s provenienti dal Belgio. Un elemento, che rappresenta quanto sia centrale lo spazio continentale per provare a costruire una piattaforma organizzative e rivendicativa all’altezza di queste catene dello sfruttamento multinazionali.
Quest’ultimo biennio, in tutta Europa, è stato segnato dalla nascita spontanea di gruppi e nuovi collettivi di lavoratrici e lavoratori che tramite il loro associarsi, il conoscersi, azioni e scioperi, hanno svelato e ribaltato la retorica neoliberale delle piattaforme. Hanno rovesciato la narrazione secondo cui la gig economy avrebbe permesso una maggiore libertà ai giovani che avrebbero potuto lavoricchiare divertendosi e possibilmente arricchendo il curriculum. Questo dal lato delle aziende è servito per inquadrare i riders come lavoratori autonomi, ovvero scaricare tutti i costi d’impresa su lavoratori e lavoratrici. Dietro questo racconto di libertà e di felicità nel trasportare del cibo, però, si nasconde il lato feroce dell’algoritmo che comporta una definitiva negazione dei, pur minimi, diritti sul lavoro, una  totale mancanza di tutele e sicurezze e di salari pressappoco infamanti.
La giornata di domenica è servita innanzitutto ad avere un momento per conoscersi, per socializzare e stare insieme – prima sovversione di un algoritmo che ti obbliga alla solitudine e alla competizione. La presenza, matura, consapevole e preparata di molteplici realtà come Deliverance Project di Torino o Delivenrance Milano, oltre a quella bolognese, ha permesso il racconto delle esperienze lavorative, di narrazione dei progetti di solidarietà, di cooperazione e di organizzazione che nelle varie metropoli si stanno costruendo. Questa maturità è stata espressa da una condivisa piattaforma di rivendicazioni tra cui l’abolizione del pericoloso (per la salute e sicurezza dei riders) cottimo puro, della richiesta di un salario minimo garantito e dignitoso, forme assicurative, eliminazione del sistema di ranking che obbliga a tempi di lavoro troppo dannosi, la protezione dei dati personali che vengono rilevati dalle aziende tramite il sistema di geolocalizzazione presente nell’app ma anche richieste di garantire l’attrezzatura e la manutenzione di questa. Richieste che i ciclofattorini stano portando in tutta Europa, in Francia, Spagna, Inghilterra e Belgio, oltre che nelle numerose città e metropoli italiane.
Città e metropoli stanno diventando anche il luogo intorno a cui l’elemento vertenziale sta incrociando diverse amministrazioni comunali, come a Bologna dove l’autorganizzazione dei lavoratori del food delivery ha costretto la giunta a firmare la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, che per quanto non abbia un immediato valore giuridico, rappresenta una vittoria politica importante in quanto prevede un livello minimo di diritti da applicare a tutti i “lavoratori e lavoratrici digitali”, indipendentemente dal loro status di autonomo o subordinato. Quello che l’assemblea bolognese è riuscita a far emergere è questa capacità di lotta che è in grado di espandersi, di essere contaminante e riappropriativa. Le CLAP parigine hanno ben raccontato e mostrato come il mezzo di lavoro non fosse, esclusivamente, la bicicletta o il motorino quanto, bensì, l’app, lo strumento di comando. Ed è anche di riappropriazione dell’app si è discusso, non una applicazione di governo e comando del lavoro ma di app che permettano forme di cooperazione, di solidarietà e di mutualismo tra lavoratori e lavoratrici. La consapevolezza però è anche sulla spazialità della lotta, non soltanto le metropoli dove si lavora ma bensì il continente europeo dove sono presenti le aziende. Non è un caso se nel riconoscersi come lavoratori e lavoratrici si sia deciso di assumere il Primo Maggio, giornata di lotta contro il lavoro, come momento europeo per costruire una mobilitazione continentale contro il food delivery. Dalla Francia, dal Belgio e dall’Italia migliaia di ciclo fattorini proveranno a costruire forme di contestazione a queste forme neoschiavistiche di lavoro.

giovedì 19 aprile 2018

LA DISNEYLAND DEL CIBO



da   http://thevision.com/architettura/bologna-fico/


Negli ultimi anni, al mito della Bologna ribelle del ’77 si vuole soppiantare una nuova visione di città da cartolina, mecca del turismo e della buona cucina. Questo radicale cambio di rotta delle politiche cittadine si è manifestato con interventi chiari e mirati. Un certo tipo di azione politica ed economica deve passare giocoforza dall’identità, e quindi dall’immaginario. Per trasformare la città in una vetrina occorre allora ripulirla da tutte le esperienze culturalmente alternative, inadatte alla nuova grammatica commerciale. Così l’amministrazione comunale, sotto l’egida del legalitarismo, ha chiuso diversi centri sociali, storici luoghi di aggregazione della città: Bartleby nel 2013, Atlantide nel 2015, Labas e Crash la scorsa estate. Anche per quanto riguarda le occupazioni, la situazione è drammatica: dal 2015 a oggi sono stati fatti più di venti sgomberi, fra i quali è doveroso citare quello dell’ex-Telecom di via Fioravanti, con 280 evacuati, e della palazzina di via De Maria, nel quartiere della Bolognina, con circa 130 persone. Il tessuto sociale e culturale che gravitava attorno a queste esperienze ne è uscito irrimediabilmente impoverito. L’ambizione è quella di rimodellare il tessuto urbano, ampliando e reindirizzando i flussi turistici. In questa direzione si muove l’apertura della Fabbrica Italiana Contadina, abbreviata sotto la sigla FICO.

FICO sarà il fiore all’occhiello delle politiche di riqualificazione e promozione turistica del capoluogo emiliano. L’apertura di quello che sembra però più un parco divertimenti agroalimentare che non un complesso dedicato alla gastronomia e alla ristorazione ha infatti coinvolto molti capitali: da Eataly a Carisbo, passando per Il Resto del Carlino, Pirelli e Legacoop.
Una “pedana per selfie”: questa è la prima cosa che si incontra all’ingresso di FICO, il megastore dello slow food – circa 100.000 mq – voluto da Oscar Farinetti e inaugurato il 15 novembre in zona Pilastro. La pedana è la prima avvisaglia del modo spettacolarizzato di concepire l’enograstronomia. Il sito di FICO descrive lo spazio come: “Un sorprendente e unico parco tematico agroalimentare, uno straordinario progetto di educazione alimentare per offrire a tutti i visitatori, italiani e stranieri, e in particolare ai giovani, una grande fattoria didattica che richiama e valorizza le eccellenze dell’agricoltura italiana di qualità”.
FICO si presenta come una serie di capannoni non troppo diversi, al loro interno, da un centro commerciale: stand in simil-legno e vari ambienti asettici da industria biotecnologica. A fare da collante fra le due estetiche dominanti sono i bar e i ristoranti, divisi per tema e provenienza regionale. Nelle lunghissime gallerie di FICO troviamo spazi dedicati alla carne, al formaggio, alla pasta e a ogni altro prodotto tipico della cucina italiana. Allo stesso modo vediamo sfilare i padiglioni di Lombardia, Calabria o Puglia, come se si trattasse di un EXPO in sedicesimi. L’idea di FICO è proprio creare una vetrina permanente: cornucopie di prosciutti lasciano spazio a pareti di mele in diverse gradazioni, forme di grana ammonticchiate, pannelli che raffigurano giganteschi tagli di carne. L’esposizione dei prodotti ricorda quella barocca e parossistica di Harrods, ma peggio. Il cibo diventa oggetto, scultura da ammirare.
La definizione “parco divertimenti”, di primo acchito, può sembrare fuori luogo, eppure è in questo solco di attrazione che si configura la presenza di piccole stalle e recinti nell’area esterna – mucche, maiali e cavalli tirati a lucido per essere offerti in pasto all’entusiasmo di bambini e famiglie; e ancora, coltivazioni di menta, basilico e altre erbe aromatiche dalle innumerevoli tonalità di verde pantone.
Lo spazio di FICO, proprio come quello dei centri commerciali, è a dir poco eterogeneo: dentro ci troviamo campetti da beach volley o da tennis, piccole arene, una centrale del latte in miniatura, gli onnipresenti silos che pubblicizzano l’ultimo libro di Farinetti, persino un ufficio postale.
Da ogni angolo, gli slogan sull’autenticità dei prodotti ci ricordano la natura genuina della nostra esperienza. Gigantografie cartonate delle città italiane danno la sensazione di navigare nel bignami di tutto ciò che rappresenta, o dovrebbe rappresentare, il Made in Italy. Ogni elemento suggerisce che siamo nel Paese di Bengodi, in una sorta di ossessiva autoreferenzialità che vorrebbe comunicare l’unicità dei nostri consumi.
Caratteristiche e funzionali all’educazione gastronomica sono le cosiddette “giostre”, alcuni padiglioni adibiti al racconto di un alimento specifico: dalla carne al pesce, dalle sementi al vino. Istallazioni interattive, giochi elettronici e proiezioni ci illustrano lo sviluppo storico di ciò che mangiamo. Benché l’intento sia nobile, il vago sapore illuminista delle spiegazioni fallisce nella trasmissione del sapere; la sensazione è di trovarsi di fronte a installazioni di arte contemporanea di cui non si capisce bene il senso, dalle “giostre” si esce spaesati, capaci solo di disperdersi nelle labirintiche gallerie del megastore.
Il personale si presenta come esasperatamente cordiale, cristallizzato in un sorriso perenne e bardato con abiti a tema, come in un racconto di George Saunders: i costumi tipici dei padiglioni regionali, le tute da lavoro dei centri di produzione, le fogge caratteristiche dello stereotipo Made in Italy, abiti che ricordano il prodotto venduto, come ad esempio completi rossi per la zona macelleria e rosa per quella dei salumi. Ho visto un cameriere, completamente vestito di rosa, spendersi in salamelecchi all’entrata del Bar Mortadella, e pochi minuti dopo, lo stesso, all’esterno, che fumava una sigaretta con gli occhi bassi e la faccia di chi non ha esattamente l’aria di divertirsi. È possibile, del resto, che i tagli di 90 lavoratori interinali operati di recente dalla direzione abbiano generato un certo clima di preoccupazione.
Bisogna considerare che FICO, nonostante le reboanti dichiarazioni di dare lavoro a 3.700 dipendenti, non ha così tanto bisogno di personale, dato che si appoggia al comune, non solo per quanto riguarda i fondi erogati dal Caab, ma anche per l’adesione al progetto di alternanza scuola-lavoro, che coinvolge a titolo gratuito circa ventimila studenti e che sta suscitando molte polemiche.
Prima dell’apertura, l’obiettivo dichiarato dell’affluenza era sei milioni, una stima che, divisa su un anno intero, dovrebbe portare più di 16.000 visitatori al giorno: in pratica un comune italiano di medie dimensioni. L’analista finanziario Roberto Foglietta sostiene che “con un bacino di utenza di 200 milioni, nell’area metropolitana di Londra, attirarne 6 significa servirne il 3%, ma a Bologna significa servire il 50% dei potenziali clienti. Bisognerebbe che in Emilia Romagna il buon cibo e il buon bere italiano fosse più raro e/o costoso di 16 volte rispetto a Londra per avere un fattore di attività che compensi il bacino potenziale. Invece è l’opposto: a Bologna, e più in generale in Italia, l’offerta di FICO è ridondante”.
Durante la mia visita, benché si trattasse un sabato di primavera e per giunta all’ora di pranzo, quello che scarseggiava era proprio l’affluenza di turisti stranieri. FICO è situato in una zona industriale, dove lo sguardo abbraccia solo capannoni e reti stradali, a una decina di chilometri dal centro. Difficile racimolare visitatori, disposti ad allontanarsi dal centro e a spendere dai venti euro in su per un pasto veloce, se persino sul Guardian appaiono recensioni negative.
Il giornale inglese rileva la prima lampante contraddizione del centro agroalimentare: la delocalizzazione rispetto al tessuto urbano. Appare difficile che un turista – transitando da Bologna per un periodo medio di due giorni – decida di spendere un’intera giornata in uno spazio periferico, la cui attrazione principale, il cibo, è facilmente reperibile in centro, che ha dalla sua il patrimonio artistico cittadino. Il Guardian conclude dicendo che “Eataly vuole celebrare la cultura alimentare italiana, ma lo fa in un modo che non è affatto italiano”. Più che un parco agroalimentare ci troviamo di fronte un mall americano, alla “Strip” di Bologna, che sembra prendere le mosse da quella di Las Vegas.
La situazione di FICO nasconde contraddizioni evidenti. David Harvey, nel saggio Città ribelli, rileva che “negli ultimi decenni, il peso dell’imprenditorialità urbana è sensibilmente cresciuto a livello internazionale. Si tratta essenzialmente di modelli specifici di comportamento, all’interno della governante urbana, in cui fluiscono poteri pubblici statali, una vasta gamma di organizzazioni della società civile, e interessi privati, aziendali o individuali, che danno vita a coalizioni per promuovere o gestire un determinato tipo di sviluppo urbano e regionale”, il tentativo è creare una rendita monopolistica, sfruttando le particolarità del territorio. Si investe sul capitale simbolico, sul carattere di unicità che mercificato diventa brand. Il problema del marchio all’interno del commercio risiede nell’omologazione al mercato. Nel caso del turismo questo significa livellare le particolarità di un territorio per inserirle in un determinato immaginario. Quest’opera, volta all’aumento dei flussi turistici, e quindi dei guadagni, rischia di livellare l’unicità dei luoghi, e paradossalmente ridurne così il capitale simbolico e danneggiarne la rendita monopolistica. FICO, come il fenomeno di Eataly, non intrattiene solidi rapporti con il territorio, ma rappresenta l’occasione per una stucchevole parata del culto del buon cibo.
La pedana per selfie all’entrata di FICO assume, allora, i contorni di una schietta metafora: la possibilità di fotografare un marchio che comunica solo se stesso. La visita di questo complesso non trasmette nulla della città che lo ospita, né della cultura che dovrebbe rappresentare. Si tratta solo di una gigantesca vetrina per i prodotti di un brand che vuole facogitare ogni altra declinazione del concetto di Made in Italy enogastronomico, come se sotto i riflettori dovesse esserci un solo attore, a scapito del contesto che lo ha generato. Progetti come questo, vere e proprie cattedrali nel deserto, non aggiungono nulla alla comunità a cui si appoggiano, capitalizzando il patrimonio simbolico per uso privato; e falliscono anche nel valorizzare l’originalità che rappresenta la vera attrazione turistica.
Un territorio fiorente dal punto di vista enogastronomico non ha bisogno di un centro commerciale che svolga una funzione omologante, necessita di politiche mirate che spostino l’attenzione sulla biodiversità delle proprie risorse.

mercoledì 18 aprile 2018

UN ALTRO MONDO DI BOMBE SILENZIOSE

da   https://ilmanifesto.it/un-altro-mondo-di-bombe-silenziose/


Risultati immagini per bombardamento yemen

Immagine da un bombardamento saudita in Yemen

Un centinaio di missili sulla Siria fanno rumore. Tutti i giornali e le tv del globo li hanno mostrati, descritti, analizzati. Eppure ogni giorno esplodono altre centinaia di bombe in un altrove che rumore, non ne fa. Sono le bombe silenziose di guerre «secondarie», di stragi che non bucano il video, di conflitti apparentemente dormienti e ormai derubricati a non notizie.
Eppure i numeri sono importanti. E gli effetti nefasti così come nulli sono i risultati sul piano militare. Molte bombe, molte vittime e un’unica vittoria: quella di chi le fabbrica e le vende, più o meno apertamente.
Lo Yemen e l’Afghanistan sono un utile esercizio. Ci sono dati ufficiali o desunti, operazioni segrete (come per i droni), conti fatti da organismi indipendenti e da chi, è il caso dell’Us Air Force, ne fa un titolo di merito. Cento bombe si sganciano in Afghanistan in meno di dieci giorni. In Yemen il conto è quasi impossibile ma dal marzo 2015 al marzo 2018, in tre anni, il Paese è stato attraversato da 16.749 raid aerei con una media di 15 al giorno. In silenzio. Tranne per chi ci sta sotto.
Stabilire quante bombe ha sganciato al coalizione a guida saudita (una decina di nazioni musulmane sostenute da diversi Paesi, dagli Stati Uniti alla Turchia) è assai complesso anche se il numero di raid non lascia molti dubbi. Quel che interessa notare è che questo conflitto (che produce una «catastrofe umanitaria» secondo l’Onu, che ha bollato i raid come una «violazione del diritto internazionale») viene foraggiato indirettamente anche dall’Italia: Giorgio Beretta (che ne ha già scritto su il manifesto) ricorda che da Roma, nel 2016, «sono state autorizzate esportazioni di armamenti all’Arabia Saudita per 427 milioni di euro, la maggior parte delle quali, e cioè più di 411 milioni di euro, era costituita da bombe aeree del tipo MK82, MK83 e MK84 prodotte dalla Rwm Italia. Le stesse bombe i cui reperti sono stati ritrovati dalla commissione di esperti dell’Onu nelle aree civili bombardate dalla Royal Saudi Air Force in Yemen. Stiamo parlando di 19.900 bombe, la più grande esportazione fatta dall’Italia».
E gli effetti? Il Legal Center for Rights and Development (Lcrd), un’organizzazione della società civile locale con sede a Sana’a, stimava a oltre 12.500 le vittime civili nei primi 800 giorni della guerra. Secondo Yemen Data Project – un progetto indipendente e no profit di monitoraggio del conflitto – la coalizione a guida Saud (ottimo alleato di Trump, Macron e May) ha colpito obiettivi per quasi un terzo non militari: 456 raid aerei hanno bombardato aziende agricole, 195 mercati, 110 siti di erogazione di acqua ed elettricità, 70 strutture sanitarie, 63 luoghi di stoccaggio del cibo.
La profondità del monitoraggio dà luogo anche ad altri dati impressionanti. Il Lcrd ha documentato negli obiettivi colpiti: 593 mercati e quasi 700 negozi alimentari, 245 aziende avicole e 300 industrie, oltre a 300 centri medici e 827 scuole… Una lista infinita. Tutta civile.
Se cento bombe in Siria vi sembran tante, lo stesso numero di ordigni viene lanciato dal cielo in meno di dieci giorni in Afghanistan. Secondo i dati diffusi dall’United States Air Force, nel 2017 sono state sganciate in Afghanistan 4.300 bombe, con un ritmo di una dozzina al giorno, il triplo che in passato.
I risultati di questa nuova strategia di Trump sono sotto gli occhi di tutti: la guerra va avanti, gli attentati non diminuiscono, le vittime civili aumentano.
Quanto agli afgani, secondo il ministero della Difesa di Kabul, ogni giorno l’aviazione nazionale conduce una quindicina di raid ma non è dato sapere quanti ordigni hanno sganciato i piloti addestrati da Stati Uniti e dalla missione Nato, di cui l’Italia rappresenta il secondo contingente nel Paese.
Se si obiettasse che la potenza degli ordigni è mediamente assai minore rispetto a quella di un missile tomahawk, si può però ricordare che, proprio nell’aprile dello scorso anno, gli americani hanno sganciato in Afghanistan la «madre delle bombe», un ordigno con la potenza di 11 tonnellate di esplosivo (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast o Moab), in grado di disintegrare tutto fino a 300 metri di profondità e con un raggio d’azione di oltre un chilometro e mezzo. Doveva tramortire lo Stato islamico, sempre però molto attivo nel Paese.
Le vittime civili in Afghanistan sono in costante aumento (3.438 morti e 7.015 feriti l’anno scorso secondo la missione Onu a Kabul). Anche se sono in gran parte da attribuire ad attentati e scontri di terra, il rapporto di Unama (la missione Onu in Afghanistan) osserva un aumento delle vittime dovute a raid aerei (295 morti e 336 feriti nel 2017), il numero più alto in un singolo anno dal lontano 2009.