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venerdì 24 marzo 2017

WEEK END MAGAZINE


LA ROBA

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 Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: - Qui di chi è? - sentiva rispondersi: - Di Mazzarò -. E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all'ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: - E qui? - Di Mazzarò -. E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all'improvviso l'abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: - Di Mazzarò -. Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l'erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. - Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell'assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. - Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch'era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch'era un brillante, quell'uomo.
  Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll'acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell'eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era la sua sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perché costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga - dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all'impiedi, in un cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.
  Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento. Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivavano in novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di Mazzarò sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e l'arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze. Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d'occhio uno solo, e badava a ripetere: - Curviamoci, ragazzi! - Egli era tutto l'anno colle mani in tasca a spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli veniva la febbre, ogni volta.
  Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro, tutto di 12 tarì d'argento, ché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo, e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
  Tutta quella roba se l'era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll'affaticarsi dall'alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule - egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch'era tutto quello ch'ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.
  Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perché la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima era stato il padrone di Mazzarò, e l'aveva raccolto per carità nudo e crudo ne' suoi campi, ed era stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche l'alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l'ora e il momento in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. - Costui vuol essere rubato per forza! - diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani, borbottando: - Chi è minchione se ne stia a casa, - la roba non è di chi l'ha, ma di chi la sa fare -. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando, e come; ma capitava all'improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
  In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del barone; e costui uscì prima dall'uliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non era rimasto altro che lo scudo di pietra ch'era prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò: - Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te -. Ed era vero; Mazzarò non sapeva che farsene, e non l'avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma non gli dava più calci nel di dietro.
  - Questa è una bella cosa, d'avere la fortuna che ha Mazzarò! - diceva la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò, dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a fargliela credere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che Mazzarò se l'acchiappava - per un pezzo di pane. - E quante seccature Mazzarò doveva sopportare! - I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano in processione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l'asinello, che non avevano da mangiare.
  - Lo vedete quel che mangio io? - rispondeva lui, - pane e cipolla! e sì che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba -. E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: - Che, vi pare che l'abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e raccoglierle? - E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l'aveva.
  E non l'aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, ché il re non può ne venderla, né dire ch'è sua.
  Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov'era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: - Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente! -
  Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: - Roba mia, vientene con me! -


(Giovanni Verga)

giovedì 23 marzo 2017

25 MARZO, UN POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI


da  http://popoffquotidiano.it/2017/03/23/roma-25-marzo-un-pomeriggio-di-un-giorno-da-cani/

25 marzo, Roma sarà teatro della kermesse blindata dei capi di stato che “festeggiano” il 60° del Trattato di Roma e di alcuni cortei di contestazione dell’evento. I media mainstream montano la tensione

di Federigo Borromeo


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Aspettando il 25 marzo a Roma. L’opposizione sociale all’UE e alle sue strategie finanziarie ed economiche in Italia è molto forte e sentita; esiste inoltre una serie di variegate avversità politiche all’Europa, dai 5 Stelle passando da FLI a forze neofasciste. Una cosa è certa, l’impostazione filoeuropea, tralasciando le opportunistiche ed estemporanee battute antieuropee di Renzi a corrente alternata, si annida più che altro nel PD e nel partitino di Alfano, cioè a dire è molto minoritaria in Italia. Diciamo che la commemorazione del Trattato d Roma istitutivo dell’Europa è proprio fuori luogo ..a Roma, anzi è qualcosa di estraneo.
Comunque leggiamo cosa bolle in pentola a qualche giorno prima del 25 marzo a Roma. I fascisti di Giuliano Castellino di Roma ai Romani, organizzazione spesso in compagnia dei ragazzotti romani esuberanti di Forza Nuova, hanno un appuntamento nel quartiere a Primavalle per il pomeriggio del 24 marzo forse per tentare di imbastire qualche ponte rosso bruno/nazimao nel quartiere. Inoltre i seguaci di Castellino sabato alle 15 si vedranno con altri dell’estrema destra sovranista, capeggiati dalla ritrovata unione Alemanno/Storace, in corteo da piazzale Esquilino ai Fori Imperiali, tutti insieme prevedibili in non più di 2000 persone. Dando per scontate aggressioni incidentali a “zecche” comuniste e qualche fumogeno non sono prevedibili situazioni di ordine pubblico particolari. Quanto all’ipotesi che alcuni ultrà calcistici fascisti si riuniscano al Circo Massimo per entrare nel corteo di sinistra, questa sembra più che altro al momento una leggenda metropolitana.
A sinistra cosa c’è? I “moderati” di La Nostra Europa e qualche piccolo pezzo di Centri Sociali la mattina del 25 marzo fanno un corteo da Piazza Vittorio (si ritiene “sgombera” dai giovinotti di Casapound, in quanto impegnati all’Aquila per una manifestazione anti UE, che avrà come eco clamoroso ruderi e case terremotate) all’Arco di Costantino. Sempre in mattinata il Movimento Federalista Europeo organizza un corteo breve da Piazza Bocca della Verità all’Arco di Costantino. Insieme queste due manifestazioni faranno circa 3/4000 persone.
E veniamo alla manifestazione  Eurostop, stimabile in 10mila persone; dovrebbero essere presenti Usb, centri sociali romani e nazionali e aree antagoniste. Anche raddoppiando il numero dei partecipanti a tutte le manifestazioni a Roma il 25 marzo, si raggiunge una cifra che non è neanche un quinto del G8 di Genova di molti anni fa, quando ci furono notoriamente incidenti molto gravi. Quindi riecheggiare Genova da parte di chi lo fa è inconsistente e illogico. Ma allora perché i mass media parlano per il 25 marzo di mezzi superblindati e di cecchini sui tetti dei palazzi del centro storico? Da una parte è bieca propaganda per alzare la tensione e criminalizzare il movimento sociale che c’è dietro l’iniziativa Eurostop. Dall’altra la presenza massiccia dei cecchini non è confacente alla gestione anche dura dell’ordine pubblico, diciamoci la verità.. ma è piuttosto in linea con la possibilità di minacce di attentati terroristici dell’Isis ovvero della galassia integralista islamica. A Orly una settimana fa e oggi a Londra, nelle zone centrali della capitale britannica, sono avvenuti degli attentati del terrorismo islamico, con modalità improvvisate ma non per questo meno pericolose, anzi l’uso di un fuoristrada lanciato contro la folla presente nel centro di Londra è particolarmente inquietante. D’altronde a Parigi il giorno dopo l’attentato di Orly si è tenuta una imponente manifestazione, programmata da tempo, con 150mila partecipanti organizzata dal leader della sinistra radicale Melenchon; tutta la manifestazione era controllata dall’altro dei palazzi con numerosi cecchini per l’allerta terrorismo.
Allora, non prendiamoci in giro: l’opposizione anche dura all’UE è una cosa, il terrorismo islamico è un’altra cosa ancora. Tutti dovrebbero avere la consapevolezza di questa situazione, anche i mass media main stream, che invece in questi giorni si sono sprecati in disinformazia e insalate miste di argomenti non sovrapponibili. Le forze di polizia agiscano e abbiano disposizioni rigide per il pedissequo rispetto del principio di proporzionalità nelle risposte di piazza, i manifestanti sappiano che il terrorismo islamico è una minaccia seria e non inventata in una logica complottarda.

mercoledì 22 marzo 2017

UN MILIONE DI FAMIGLIE SENZA LAVORO E REDDITI


Se compariamo l'articolo di ieri con quello di oggi, ne traiamo che c'è un'alta mortalità sul lavoro insieme ad un ampio fenomeno di disoccupazione.
Il risultato di privatizzazioni, tagli sulla sicurezza e sulla formazione ( sicurezza che equivale sostanzialmente a lavoro a tempo indeterminato o per lungo periodo, in cui il lavoratore può imparare il mestiere e i suoi rischi) è sicuramente una vittoria per il gotha borghese e una sconfitta per i salariati ma anche per i settori meno forti della borghesia.
E molto di questo processo ventennale è stato fatto tramite la cosiddetta sinistra...


da http://www.repubblica.it/economia/2017/03/21/news/istat_in_italia_un_milione_di_famiglie_senza_lavoro_e_redditi_-161060491/?ref=m_ext_st_wind


Le difficoltà economiche crescono all'aumentare del numero dei figli. I valori più alti si registrano per i mono-genitori. Donne: in quasi 200mila nuclei sono sole e senza occupazione, in 970mila sono l'unica fonte di reddito

Istat: in Italia un milione di famiglie senza lavoro (e redditi)

MILANO - In Italia è rimasta stabilmente sopra il milione la conta delle famiglie senza lavoro e quindi senza stipendio. Sono, per la precisione, 1.085.000 i nuclei che secondo la statistica dell'Istat sono composti da persone abili al lavoro, ma in cerca di occupazione. Una piaga che colpisce particolarmente il Sud, dove si situano 587mila casi: più della metà. Rispetto allo scorso anno non cambia pressoché nulla: si passa da 1 milione 92 mila a 1 milione 85 mila (-0,7%). Si tratta di "case" dove tutti i componenti attivi, che partecipano al mercato del lavoro, sono disoccupati. Non è detto che siano in assoluto senza un reddito, ma se quest'ultimo cìè arriva da altre fonti (come possono essere rendite o pensioni) e non dall'impiego.

I dati sono stati ricavati dalle tabelle pubblicate dall'Istituto di statistica, come media dei risultati che l'Istat raccoglie trimestralmente nell'indagine sulle forze di lavoro: si riferiscono all'intero 2016. Le famiglie che non possono contare su alcun reddito sono il 6,6% di quelle presenti sul mercato del lavoro, ovvero 16,5 milioni. Il contraltare a quel milione di famiglie "a zero occupazione" sono i 13,9 milioni in cui tutte le forze lavoro sono impiegate.

TIPOLOGIA FAMILIARENORD NORD-OVESTNORD-ESTCENTROMEZZOGIORNOITALIA
Famiglie con tutte le forze di lavoro in cerca di occupazione (migliaia)
SINGLE111704164115290
MASCHI6442223875178
FEMMINE4728192640113
MONOGENITORE68432541113222
MASCHI105461530
FEMMINE5837203599192
COPPIA SENZA FIGLI22139174180
COPPIA CON FIGLI89563264296448
ALTRE TIPOLOGIE1174112244
TOTALE FAMIGLIE3001891111985871.085
Le famiglie presenti sono quelle con almeno un componente di 15 anni e oltre appartenente alle forze di lavoro

Come sono fatte queste famiglie senza redditi da lavoro? Sono in 448 mila casi coppie con figli, e 290 mila sono famiglie con un solo componente, single, più spesso uomo che donna (178 mila contro 113 mila). Seguono 222 mila nuclei mono-genitore (e stavolta sono più donne, 192 mila) e 80 mila coppie senza figli. Analizzando il tasso di disoccupazione delle persone tra i 25 e i 64 anni e incastrando i dati con il loro ruolo in famiglia, si nota come i valori più alti si registrino per i mono-genitori (12%), stanno invece decisamente meglio i single (8,4%). Accendendo un faro su chi fa parte di coppie con figli, si sottolinea come all'aumentare della prole salga anche il tasso di disoccupazione (7,3% se c'è solo un figlio, 7,7% se due e 10% per tre o più). I coniugi o conviventi senza bambini si fermano al 7,6%.

Emerge poi la difficile situazione delle donne, che in molti casi sono la fonte di reddito principale. In 970mila famiglie, con e senza figli (e coniugi o conviventi tra i 25 e i 64 anni), la donna risulta infatti occupata a tempo pieno o part time, mentre l'uomo è in cerca di occupazione o inattivo (pensionato o comunque fuori dal mercato del lavoro). Ci sono poi 192 mila famiglie monogenitore, dove c'è solo la mamma ed è disoccupata: quindi secondo i criteri statistici è in cerca di lavoro. La cifra è in aumento rispetto all'anno precedente (+5%).

MORTI SUL LAVORO: SIAMO GIA' A 69


da http://www.senzasoste.it/infortuni-mortali-sul-lavoro-2017-iniziato-69-morti-bianche/

Il mese di gennaio 2017 si e’ concluso con 54 infortuni mortali sul lavoro e con 15 in itinere. La regione attualmente capofila e’ l’abruzzo con 15 casi.

Osservatorio-Sicurezza-vega-Engineering-Morti-Bianche-Gennaio-2017

Inviato a Senza Soste da Vega Engineering
Il primo mese del 2017 si è concluso con ben 69 infortuni mortali sul lavoro, di cui 54 in occasione di lavoro e 15 in itinere. Un dato particolarmente elevato quello rilevato dall’ultima analisi condotta dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering sulla base di dati INAIL, in modo particolare se lo si confronta con il mese di gennaio 2016 quando il dato si era assestato a 37 casi.
L’Abruzzo è stata la Regione maggiormente coinvolta con 15 casi, seguita dalla Lombardia con 8 decessi e dal Veneto con 6.
Nonostante le regioni più colpite si trovino al nord e centro Italia, la macro area con un maggior indice di incidenza sugli occupati è il Sud Italia con 20 casi, pari al 37%, dato in linea con l’anno precedente. Il Sud è seguito dal Nord-Ovest con 17 casi e una percentuale del 31,5.
Da un punto di vista provinciale, Pescara risulta essere il capoluogo con più casi di infortuni mortali sul lavoro con 12 decessi nel mese di Gennaio e con una incidenza sugli occupati del 112,5. Pescara è seguita da L’Aquila con 3 casi e un indice di incidenza pari al 27,7.
I casi di morte sul lavoro in Italia per settore economico, evidenziano un picco di casistica in settori non determinati con 24 unità, pari al 44,4% dei casi totali. Questi sono seguiti dai 7 decessi del settore dell’attività dei servizi di alloggio e ristorazione, pari al13% del totale.
Le morti bianche che hanno coinvolto stranieri sono state 7, pari al 13%, mentre i connazionali interessati sono stati 47 pari all’87%. Dal punto di vista del genere, 45 infortuni mortali hanno coinvolto uomini (83,3%), mentre 9 sono state le donne (16,7%).
Le fasce d’età che contano in maggior numero di casi, 14 vittime ciascuna, sono quella tra i 45 e 54 anni e quella tra i 55 e 64 anni (25,9% sul totale ciascuna). Tuttavia l’indice di incidenza più elevata sugli occupati è riservata alla fascia d’età degli ultra sessantacinquenni.
Ci auguriamo che il comunicato e le tabelle statistiche possano diventare un utile strumento di lavoro per Voi e possano contribuire a diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro.

martedì 21 marzo 2017

IN VENDITA LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI



da http://www.senzasoste.it/cassa-depositi-prestiti-si-vendono-persino-la-cassa

Il governo ha un piano per vendere un altro pezzo di uno strumento che in passato serviva per poter finanziare investimenti pubblici, specialmente da parte di enti locali



cassa_depositi prestiti


di Marco Bersani – tratto da http://www.italia.attac.org

Occorreranno studi approfonditi di psicologia per riuscire un giorno o l’altro finalmente a capire come mai, ogni volta che si parla di debito pubblico, al Ministro dell’Economia di turno brillino gli occhi, si guardi furtivamente intorno e con riflesso pavloviano decida di mettere sul mercato un altro pezzo di ricchezza sociale.
Come fossimo agli albori della dottrina neoliberale, ci tocca ogni volta sentire la litania: “Servono le privatizzazioni per abbattere il debito pubblico”. Nel frattempo, ci siamo venduti quasi tutto e il debito pubblico ha continuato allegramente la sua irresistibile ascesa.
Poco importa. Ormai sappiamo che ogni volta che si “accende” lo “scontro” tra il nostro governo e e l’Unione Europea, dobbiamo controllare le nostre tasche perché è quasi automatica la soluzione: la sottrazione di un bene comune..
Per carità, questa volta siamo solo alla fase istruttoria, ma il fatto che sia già uscita sulla stampa appare una studiata strategia di sondaggio preventivo per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Il ministero dell’Economia sta studiando un nuovo assetto della Cassa depositi e prestiti (Cdp), che prevede la cessione di una quota del 15%, che porterebbe la proprietà pubblica al 65% (essendo il 15,93% già in possesso delle Fondazioni bancarie).
Essendo il patrimonio complessivo pari a 33 miliardi, nelle casse dello Stato entrerebbero 5 miliardi che naturalmente sarebbero destinati all’abbattimento del debito pubblico.
Inutile sottolineare come la parola “abbattimento” nel dizionario italiano ha un preciso significato: demolizione, distruzione, abolizione. Può chiamarsi abbattimento un’operazione che porterà il nostro debito pubblico dagli attuali 2.217,7 miliardi (dicembre 2016) ai futuri 2.212,7 miliardi?
In compenso, se l’ultimo dividendo staccato da Cdp corrispondeva a 850 milioni di euro (dei quali, 680 milioni sono andati allo Stato), in futuro, su ogni dividendo simile, lo Stato ne incasserà solo 550. Non è neppure chiaro ad oggi a chi verrà ceduto il 15% se a investitori istituzionali, a fondi o banche estere.
La svendita di un ulteriore pezzo di Cdp si incrocia anche con le grandi manovre intorno alla privatizzazione di Poste: l’idea del Ministero dell’Economia è quella di cedere entro l’anno il residuo 29,3% (dopo aver ceduto il 35% a Cdp e il 36,7% a investitori individuali e istituzionali).
Grandi manovre finanziarie, fatte all’oscuro di tutti i detentori della ricchezza di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero quelle oltre 20 milioni di persone che vi depositano i risparmi (oltre 250 miliardi) e che sapranno sempre meno intorno alla loro tutela e utilizzo.
Forse è davvero giunto il momento di rilanciare una campagna di massa per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, per il suo decentramento territoriale e per la gestione partecipativa dell’utilizzo del risparmio postale.
Hanno venduto tutti i beni comuni e ora scappano con la Cassa. E’ il momento di riprenderci la ricchezza sociale che rappresenta.

lunedì 20 marzo 2017

CETA, IL TTIP DI FATTO



da http://popoffquotidiano.it/2017/03/19/il-ttip-gia-ce-si-chiama-ceta-e-vi-spiego-il-perche/

«Bisogna bloccare il CETA: ben 4000 aziende Usa hanno sede legale in Canada, e molte altre potrebbero sentirsi incentivate a spostare sede legale. Il CETA è il TTIP di fatto». Intervista con Elena Mazzoni

da TrevisoEnrico Baldin

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«Bisogna bloccare il CETA perché è un pericolo per la democrazia». Così Elena Mazzoni, portavoce delle campagne contro i trattati transatlantici, motiva l’argomentazione principale della sua opposizione al TTIP e al CETA, di più stretta attualità. Con Monica Di Sisto e Paolo Ferrero ha scritto L’accordo di libero scambio transatlantico. Se lo conosci lo eviti, edito da DeriveApprodi. La incontriamo a Treviso, in una pausa durante il giro nel nordest, in cui nel fine settimana ha presenziato a diversi appuntamenti pubblici per spiegare le attività e le motivazioni del comitato Stop TTIP di cui è portavoce nazionale.
Sta girando dappertutto per spiegare alla gente i pericoli del TTIP. Eppure nelle settimane scorse è arrivato lo stop di Donald Trump al trattato. Che ci fa ancora in giro?
Bisogna mantenere la guardia alta su questo tipo di trattati. Noi dal 2014 non ci siamo battuti solo sul TTIP ma anche su altri trattati come quello col Canada, il CETA, che è stato ratificato dal Parlamento Europeo a febbraio scorso. E che non solo può divenire una sorta di possibile modello negativo per future trattative bilaterali con altri paesi, ma è anche una specie di TTIP in miniatura.
Perché parla di TTIP in miniatura se gli USA da questo punto di vista hanno interrotto ogni sorta di dialogo?
Perché ad ora ben 4000 aziende statunitensi hanno sede legale in Canada, e molte altre potrebbero sentirsi incentivate a spostare sede legale. Il CETA è il TTIP di fatto.
Ma esattamente cosa teme del CETA?
Molte cose. Noi vediamo pericoli per l’occupazione, la commissione EMPL prevede per l’Italia la perdita di 42mila posti di lavoro. Temiamo per la qualità dei prodotti agroalimentari e per l’ambiente e quindi per la salute, perché il CETA non prevede un controllo adeguato del principio di precauzione: temi come OGM e sostanze chimiche in agricoltura, o l’uso di ormoni della crescita negli animali da allevamento sono rinviate a tavoli tecnici che non sono a controllo pubblico. E su questi temi il Canada non usa le nostre precauzioni. Ma forse non sono neppure queste le cose più gravi.
E che cosa ci vede di più grave?
La perdita della democrazia. La battaglia per bloccare la ratifica del CETA è importante quanto la battaglia referendaria del 4 dicembre.
Dove starebbe il pericolo per la democrazia nel CETA?
Sta nel fatto che in questo accordo è contenuto un sistema di tutela degli investimenti che permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio gli Stati, e non il contrario. Una multinazionale straniera potrebbe quindi citare in giudizio uno Stato se questo legiferasse contro la sua capacità di fare profitto. Gli investitori stranieri, in pratica, fanno il bello ed il cattivo tempo e se non si fanno i loro comodi si appellano ad un arbitrato privato. Siamo alla follia antidemocratica.
Anche per questa clausola in effetti ci sono state spaccature a Strasburgo al momento dell’approvazione.
Certo, il gruppo socialdemocratico si è spaccato tra favorevoli, contrari e astenuti. Ora però serve una battaglia a tutto campo di tutti i comitati nazionali per far sì che nei singoli Stati i Parlamenti nazionali blocchino il CETA.
Come siamo messi in Italia da questo punto di vista?
Il comitato è bello tosto, ci siamo mossi bene, abbiamo fatto un grosso lavoro per dare conoscenza ai nostri parlamentari, siamo cresciuti nel tempo e siamo giunti a 300 organizzazioni sostenitrici, dalla CGIL a Legambiente alla Coldiretti al WWF. A febbraio quando si votò il CETA la maggioranza degli europarlamentari italiani preferì respingere l’accordo. Sono ottimista, anche se l’assenso del ministro Calenda e dei governi Renzi-Gentiloni fu acritico e in Italia potrebbe costituirsi la stessa maggioranza trasversale vista a Strasburgo tra Popolari e Socialdemocratici.
E ora che farete?
Faremo pressione sui Parlamentari fino al giorno del voto nel nostro Parlamento, ancora non calendarizzato. Spiegheremo tutti gli effetti del CETA anche mentre sarà in applicazione temporanea e continueremo a coordinarci con gli altri comitati nazionali: la nostra è una battaglia comune.

sabato 18 marzo 2017

WEEK END MAGAZINE



L'ABBIAMO RIMPIANTO A LUNGO L'INFILASCARPE

Risultati immagini per l'abbiamo rimpianto a lungo infilascarpe

L'abbiamo rimpianto a lungo l'infilascarpe,
il cornetto di latta arrugginito ch'era
sempre con noi. Pareva un'indecenza portare
tra i similori e gli stucchi un tale orrore.
Dev'essere al Danieli che ho scordato
di riporlo in valigia o nel sacchetto.
Hedia la cameriera lo buttò certo
nel Canalazzo. E come avrei potuto
scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?
C'era un prestigio (il nostro) da salvare
e Hedia, la fedele, l'aveva fatto.

(Eugenio Montale)

venerdì 17 marzo 2017

UN MARE DI PLASTICA NEGLI OCEANI

Si possono muovere molte critiche politiche a Greenpeace e ad associazioni analoghe, ma spesso, come in questo caso, bisogna leggere i loro studi per interpretarli poi politicamente, cosa che loro non fanno: ad esempio qua indicano i marchi ma non ci spiegano che ciò accade non per cattiveria o scarsa coscienza ambientale (cosa che riguarda i comportamenti individuali o di gruppo, non certo l'accumulazione che segue logiche diverse), ma derivano dalla ricerca del valore al massimo livello possibile, unico modo di fare soldi in un sistema a capitalismo oligopolista in cui lo Stato, o se si vuole il settore pubblico, non è più regolatore nemmeno minimo del salario e del mercato.
Lasciare la grande produzione, soprattutto ove questa usi materiali o lavorazioni nocive (cioè quasi sempre), alla completa deregulation, così come lasciare al privato il controllo dell'energia e delle materie prime (che richiederebbero per ovvi motivi una pianificazione che solo il pubblico può dare, visto che il privato, se non esponenzializza il valore, viene mangiato da altri privati) sono il segno più evidente di un modello di sviluppo folle, dentro il quale parlare di diritti o miglioramenti risulta un'impresa al limite dell'impossibile.


da  https://ilmanifesto.it/un-mare-di-plastica-negli-oceani/

Ecologia. Secondo uno studio condotto da Greenpeace su cinque multinazionali del settore bibite analcoliche solo il 6,6% delle bottigliette è realizzato con plastica riciclata. "Milioni di tonnellate ogni anno finiscono nell'oceano", accusa l'associazione ambientalista


Greenpeace ha condotto una ricerca su cinque multinazionali del settore bibite analcoliche, di quelle che investono milioni per ripulirsi l’immagine, e ha scoperto che solo il 6,6% delle bottigliette è realizzato con plastica riciclata. PepsiCo, Suntory, Danone, Dr Pepper Snapple e Nestlé sono gruppi che insieme vendono più di due milioni di tonnellate di bottiglie mono uso di plastica. Un’altra multinazionale di un certo rilievo non ha voluto rivelare la quantità di plastica che utilizza, Coca Cola.
“Milioni di tonnellate di plastica finiscono nell’oceano ogni anno, danneggiando la fauna marina e diffondendo sostanze chimiche tossiche che impiegano secoli a degradarsi”, commenta l’associazione ambientalista. Che ha l’ardire di fare una proposta che in teoria non si potrebbe rifiutare, chiedere alle aziende di “affrontare la questione dell’inquinamento della plastica nei mari, per esempio producendo più bottiglie riciclabili al 100% e impegnarsi ad eliminare l’uso di plastica usa e getta”. Le aziende hanno replicato dicendo di aver risolto in parte il problema utilizzando “bioplastica” senza petrolio e dunque più riciclabile.
Il fatto è che il business della plastica si regge in gran parte sulla produzione del “mono uso”: circa il 40% della plastica prodotta in Europa è destinata agli imballaggi. E’ la follia del modello lineare di produzione, una volta pronto il prodotto viene immediatamente buttato nella spazzatura. La soluzione, su cui anche l’Unione europea finalmente ha aperto una discussione, si chiama “economia circolare”: chiudere il cerchio significa progettare prodotti pensando al loro riutilizzo per produrre meno rifiuti.
Ci sono in cantiere diverse direttive europee (proprio ieri l’Europarlamento si è dato come obiettivo il 70% di rifiuti riciclati entro il 2030) che in seguito andranno tradotte in legislazioni nazionali. Il packaging è il simbolo dello spreco di un modello di sviluppo ed è un problema per gli ecosistemi di tutto il mondo. I fabbricanti di involucri (e i governi che non disincentivano l’utilizzo di plastica inutile) sono i principali responsabili ma anche i consumatori distratti ci mettono del loro: ogni volta che si va a fare la spesa bisognerebbe sforzarsi di non portare a casa anche “il problema”, magari scegliendo materiali riciclabili.