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venerdì 20 gennaio 2017

COSI' LA RICOSTRUZIONE E' IMPOSSIBILE


da http://ilmanifesto.info/troppe-norme-e-caos-soprattutto-sui-tempi/

La lettera a Vasco Errani. Gli ordini di geometri, architetti e ingegneri scrivono al commissario per la ricostruzione: «La continua emanazione di ordinanze ha generato nella popolazione e nei tecnici stessi confusione e incertezza»




Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella fa sapere da Atene che le nuove scosse non interromperanno la ricostruzione, un messaggio di ottimismo che però fa a cazzotti con la realtà. A denunciare le difficoltà sono gli ordini di ingegneri, architetti e geometri delle Marche che hanno deciso di scrivere al commissario per la ricostruzione Vasco Errani chiedendogli un incontro urgente. «Per noi – spiega al manifesto il presidente dell’Ordine degli Ingegneri delle Marche Michele Laorte – le cose sono molto difficili: la Protezione civile non ha abbastanza personale per evadere tutte le richieste di rilievi sull’agibilità degli edifici e la valutazione del danno.
Tutto è stato dato in capo a noi, ma ci sono tanti problemi di tempistica soprattutto».
Gli ingegneri sono infatti chiamati a eseguire le cosiddette procedure Fast (Fabbricati per l’agibilità sintetica post terremoto) e devono farlo entro quindici giorni dall’ordinanza di inagibilità. Tempi strettissimi: «Non si può contemporaneamente ricostruire e rilevare il danno. Questa continua emanazione di norme ha generato nella popolazione e nei tecnici stessi confusione e incertezza, tant’è che, al momento, i professionisti non stanno presentando alcun progetto, neanche per la ricostruzione leggera».
Prosegue Laorte: «Occorre mettersi a tavolino per discutere di queste cose, Errani deve ascoltarci perché noi stiamo sul territorio e conosciamo la gente del posto. Stiamo facendo non soltanto il nostro lavoro di ingegneri, ma spesso anche quello degli psicologi: in molti ci chiedono rassicurazioni e pareri. La situazione è complessa e molto difficile». Secondo le stime, il terremoto ha causato circa il 65% dei suoi danni nelle Marche: il lavoro dei tecnici qui è ingente. «Noi chiediamo soprattutto chiarezza sui tempi – dice ancora il presidente dell’Ordine -, sappiamo che il momento è difficile ma c’è bisogno di chiarezza e coordinazione. All’inizio il commissario e la Protezione civile non ci hanno coinvolti, adesso rischiamo di affogare a causa di scadenze troppo vicine nel tempo. Ripeto, la materia è estremamente complessa e i professionisti sono allo stremo».
Da Errani, intanto, non sono arrivate risposte, mentre si prevede che nei prossimi giorni la lista degli interventi richiesti ai tecnici aumenterà ancora.
La confusione è grande: le ordinanze dei sindaci spesso contrastano con quelle delle Regioni, che a loro volta non sempre sono compatibili con le disposizioni del decreto emanato nei mesi scorsi. Di fatto, a distanza di cinque mesi dalla prima scossa, poco è cambiato. Anzi, qualcosa sì: le continue scosse continuano a buttare giù le case e i palazzi.

giovedì 19 gennaio 2017

TAJANI, CHI ERA COSTUI?


da http://ilmanifesto.info/tajani-schiaffi-sconfitte-e-video-tape/

Il personaggio. Storia politica del neo presidente del parlamento europeo: la lenta ascesa di un giornalista monarchico



Un braccio rotto e uno schiaffo in faccia. Sono i due passaggi politici più rilevanti della prima vita di Antonio Tajani. Fino al giorno in cui Silvio Berlusconi lo pescò quarantenne nella redazione del Giornale di Montanelli per farne il primo portavoce di Forza Italia, aprendogli le porte della politica adulta. Il braccio glielo ruppero a scuola, al liceo Tasso di Roma, stessi anni di Veltroni, Gasparri e Gentiloni. C’era il ’68 e lui era monarchico. Anche se più appassionato del biliardino che della lotta politica.
Dopo l’incidente, il padre, generale dell’esercito, e la madre, professoressa di latino, casa ai Parioli, lo convinsero a cambiare scuola; lui quando ne ebbe l’età votò per i fascisti del Movimento sociale. Eppure sul finire degli anni Ottanta fu proprio un fascista repubblichino, l’onorevole Alfredo Pazzaglia, a schiaffeggiarlo in transatlantico a Montecitorio, luogo di lavoro di Tajani nel frattempo diventato cronista parlamentare del Giornale. La colpa: un articolo sgradito sul congresso che doveva scegliere l’erede di Almirante. Tajani conosceva bene l’ambiente: prima che con Montanelli aveva lavorato alla rivista il Settimanale, chiusa quando l’editore (il democristiano di destra Massimo De Carolis, uno dei leader della «maggioranza silenziosa») risultò iscritto alla loggia P2.
Agganciato dal Cavaliere, il debutto di Tajani sul palcoscenico nazionale coincide con un passaggio diventato storia. Fu proprio lui a spedire alle redazioni televisive la famosa videocassetta in cui Berlusconi, filtrato dalla calza di nylon, annunciava la «discesa in campo». Tutte le tv rilanciarono e alle polemiche il nostro, nel ruolo di portavoce, replicò: «È solo un comunicato stampa dei tempi moderni». Candidato alla camera per Forza Italia in Puglia, non era destinato a trovare spazio nel parlamento italiano. La lista fu esclusa per irregolarità. Sembrava una disdetta per il giornalista (nonché ufficiale dell’aeronautica militare), fu invece la sua fortuna. Pochi mesi dopo il partito del Cavaliere lo elesse al parlamento europeo. Da dove non si è più mosso, perché sconfitto nel ’96 nel tentativo di ri-assalto alla camera dei deputati e nel 2001 nella sfida a Veltroni per il Campidoglio.
A lui Berlusconi ha affidato per anni la guida di Forza Italia a Roma e nel Lazio, di lui si è sempre ricordato nel momento in cui ha potuto designare un commissario europeo. Ma a Bruxelles e Strasburgo Tajani non ha mai dimenticato la sua passione giovanile, promuovendo appelli e mozioni per il rientro dei Savoia in Italia. Del resto il neo eletto presidente del parlamento europeo non ha mai trascurato le visite alle tombe reali del Pantheon. E fino a qualche anno fa festeggiava l’anniversario della Repubblica italiana, il 2 giugno, riunendosi con i monarchici per gridare «viva il re».

mercoledì 18 gennaio 2017

TENTAZIONI DI HARD BREXIT


da http://www.senzasoste.it/tentazioni-hard-brexit-trump-prova-spaccare-leuropa/

La Germania, nelle attuali intenzioni di Trump, deve essere infatti messa in difficoltà come la Cina, creditori degli Usa, in modo da spostare i rapporti di forza a favore di Washington nei confronti di entrambi i paesi


trump brexit

Il mandato presidenziale di Donald Trump non è ancora cominciato e già si vedono all’orizzonte alcune questioni controverse. Certo, si tratterà di capire quanto, in Trump, alle intenzioni corrisponderanno i fatti, cosa sempre più difficile nella complessità della politica internazionale attuale. E questo specie quando un presidente, seppur eletto nella pienezza dei poteri, deve fare i conti con la stessa spaccatura presente nel partito dal quale è emerso come candidato. Mettendo tutto tra parentesi, al momento, rispetto all’Europa, le intenzioni di Trump appaiono piuttosto chiare: favorire la Brexit, spaccare l’Europa, mettere in difficoltà uno dei principali detentori di debito pubblico americano, la Germania.
Berlino, nelle attuali intenzioni della nuova amministrazione, deve essere infatti messa in difficoltà come Pechino, creditore ancora più grande degli Usa, in modo da spostare i rapporti di forza a favore di Washington nei confronti di entrambi i paesi.  Ma anche, almeno nelle intenzioni fin qui manifestate, in modo da far trarre profitto alla propria base produttiva in questi spostamenti di rapporti di forza.  Nello scenario europeo, la possibilità di indebolire la Germania passa attraverso un processo di Brexit che sia svantaggioso per Berlino.
Si tratta di intenzioni realistiche? In ogni caso Trump ha detto alla stampa britannica che, una volta entrato pienamente in carica, proporrà alla Gran Bretagna un patto bilaterale. Patto le cui clausole sono, al momento, tutte da capire mentre è chiara la direzione che il nuovo presidente Usa vuol favorire: una hard Brexit che metta in discussione le basi materiali dell’Unione Europea.
Cosa significa hard Brexit? Se realizzabile davvero, le incognite in questo processo ci sono anche per i più accaniti addetti ai lavori, questa è possibile in due direzioni: la prima è quella di trasformare la Gran Bretagna nello stato più libero dalle tasse in Europa. Una sorta di Irlanda più grande, persino più aggressiva nei livelli bassi di tassazione offerta alle imprese, con l’aggiunta di servizi finanziari complessi e parchi tecnologici ben superiori a quelli di Dublino. Un paese dove le tasse sono minime, la sponda per l’evasione fiscale massima (facendo concorrenza al Lussemburgo che, guarda caso,  esprime il commissario Ue)  e il lavoro ha diritti che stanno sotto ai già aleatori standard precedenti. Con una immigrazione “selettiva” s’intende. E una sterlina che va verso il basso, in grado di lavorare sulla competizione internazionale delle merci inglesi.
L’altra direzione, quella di una hard Brexit, è quella di mantenere il primato della borsa di Londra, motore di metà del Pil britannico, egemone in Europa. Ci sono diversi analisti che sostengono come la borsa di Londra sia ancora all’avanguardia nella capacità di attirare e regolare i capitali che affluiscono sulla propria piazza. Capacità non raggiungibile, nel medio periodo, né da Parigi né da Francoforte.
Insomma, la nuova amministrazione americana proverà, poi vedremo i risultati, a forzare, insistendo nell’alleanza con la Gran Bretagna, la base materiale dell’unione europea. Del resto il consenso alle frasi di Trump, quelle sull’Europa come strumento utile soprattutto alla Germania, va oltre la composita area populista.
Le conseguenze per l’Italia? Si consideri, come è naturale, che oltre il 56% delle esportazioni italiane, statistiche Mise, è in Europa (tra paesi Ue e non Ue) e che circa il 10%, sempre per le stesse statistiche, è in America settentrionale. Si tratterebbe quindi di un eventuale, potenziale mutazione in grado di influire sulla struttura delle esportazioni, e quindi sulla spina dorsale dell’economia italiana.
Senza entrare nel dettaglio si intuisce quindi che le frizioni tra Usa, Uk e Ue ci riguardano da vicino. Come il progetto di riforma della tassazione delle imprese presentato per la camera di Washington dai repubblicani. Se approvato, come giustamente rileva Seminerio sul Fatto Quotidiano, si tratterebbe di una scossa tellurica non indifferente per gli Usa e, a cascata, sull’economia globale. Si tratta di una riforma della tassazione, quando si dice mai sottovalutare le politiche fiscali, che nelle intenzioni favorirebbe l’esportazione delle imprese americane colpendo le importazioni. L’intenzione, esplicita, è quella di creare valore negli Usa rimettendo in discussione la catena internazionale dei fornitori delle aziende americane. Favorendo la creazione interna di fornitori. Le conseguenze, per fermarsi a settori più noti, sul mercato dell’auto, sul prezzo del petrolio e sulla catena della grande distribuzione possono essere notevoli. Ma non solo in patria, visto che gli altri paesi sarebbero giocoforza costretti ad adeguarsi alla nuova situazione.
La Brexit, nelle intenzioni di Trump, dovrebbe stare dal lato vincente di questi processi e la Germania trovare un processo di ridimensionamento. Questo nelle intenzioni dei promotori di queste politiche che, tra l’altro, sono in concorrenza tra loro. Tra Paul Ryan, promotore di questa legge alla Camera, e Trump la rappresentanza sociale è differente, ci sono giochi politici (il progetto di riforma della tassazione potrebbe entrare in conflitto con l’idea di dazi di Trump). Il punto è che Trump e Brexit, i grandi eventi del 2016, cominciano adesso a far capire se sono fenomeni pieni di intenzioni, abbozzi di politiche ma inefficaci in pratica. Oppure se rappresentano, magari confusamente, qualcosa in grado di incidere sulla base materiale dell’economia globale. Inutile dire che, in ogni caso, in Italia, a differenza di altri paesi, siamo fuori centro rispetto alla discussione su queste dinamiche.Cosa accadrà semplicemente lo vedremo arrivare sui nostri territori.

martedì 17 gennaio 2017

OTTO RICCONI POSSIEDONO MEZZO MONDO


da http://ilmanifesto.info/otto-ricconi-possiedono-mezzo-mondo/

Rapporto Oxfam. Cresce la disuguaglianza economica globale: grazie all’elusione fiscale e alla riduzione dei salari

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Otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il dato, tragico, viene dall’ultimo rapporto dell’Oxfam – «Un’economia per il 99%» – diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. La forbice tra ricchi e poveri aumenta ogni anno anziché venire corretta al ribasso, e il fenomeno è sempre più preoccupante visto che una grossa fetta della popolazione mondiale (circa un decimo) soffre la fame ed è costretta a sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno.
Ma dall’altro lato ci sono gli stra-ricchi, gli sfacciatamente ricchi, e nei prossimi 25 anni potremo sperimentare il brivido di conoscere addirittura un trillionaire («trilionario»): possiederà cioè più di 1000 miliardi di dollari (oggi i primi otto paperoni sono tutti sotto i 100 miliardi). Per avere un’idea del significato – spiega Oxfam – bisogna pensare che per consumare un trilione di dollari è necessario spendere 1 milione di dollari al giorno per 2.738 anni.
LE IDENTITÀ DEGLI uomini più ricchi del mondo (tutti e otto maschi, tra l’altro) sono ovviamente già note: guida la classifica Bill Gates, fondatore di Microsoft, con 75 miliardi di dollari di patrimonio personale. Al secondo posto troviamo lo spagnolo Amancio Ortega, fondatore e proprietario della catena Zara (67 miliardi). Seguono il finanziere Usa Warren Buffett (60,8 miliardi), Carlos Slim (industriale messicano delle telecomunicazioni) con 50 miliardi, Jeff Bezos (fondatore di Amazon) con 45,2 miliardi, Mark Zuckerberg di Facebook con 44,6 miliardi. In fondo alla graduatoria (in fondo si fa per dire) troviamo Larry Ellison (Oracle) con 43,6 miliardi e Michael Bloomberg (magnate dei media) con 40 miliardi di dollari.
E IN ITALIA? Non sfiguriamo di certo in quanto ad ampiezza della forbice tra ricchi e poveri: nel 2016 il patrimonio dei primi sette dei 151 miliardari italiani della lista Forbes equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione (ovvero 80 miliardi di euro). In sette hanno cioè una ricchezza equivalente a quella in mano ai 20 milioni di italiani più poveri.
I sette nomi di nostri concittadini che leggiamo nella lista della rivista Forbes sono: Rosa Anna Magno Garavoglia (recentemente scomparsa) del gruppo Campari; lo stilista Giorgio Armani; Gianfelice Rocca; Silvio Berlusconi; Giuseppe De Longhi; Augusto e Giorgio Perfetti.
Una situazione che, come abbiamo già detto, non è stazionaria, né in miglioramento, ma che al contrario si aggrava ogni anno: sette persone su dieci, infatti, vivono in paesi dove la disuguaglianza è cresciuta negli ultimi 30 anni. Tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, vale a dire 182 volte tanto.
LE DISUGUAGLIANZE anche in Italia sono feroci, e la sproporzione non si nota solo rispetto ai più poveri, ma anche rispetto al ceto medio. Il patrimonio dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% della ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte quello del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quello detenuto dal 20% più povero.
Nel 2016 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 9.973 miliardi di dollari) vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere poco più del 69% della ricchezza nazionale, il successivo 20% (quarto quintile) controllare il 17,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei nostri concittadini appena il 13,3% di ricchezza nazionale. Il top-10% della popolazione italiana possiede oggi oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.
MA COME FANNO le multinazionali – e i loro proprietari e dirigenti – ad arricchirsi, allargando peraltro la forbice con i cittadini più poveri? La ricetta, spiega Oxfam, è un mix di elusione fiscale, riduzione dei salari dei lavoratori e dei prezzi pagati ai produttori: il tutto, condito con la finanziarizzazione, disinvestendo nell’industria.
L’organizzazione ha raccolto testimonianze di donne impiegate in fabbriche di abbigliamento che lavorano 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana e lottano per vivere con una paga di 1 dollaro l’ora. Producono abiti per alcune delle più grandi marche della moda, i cui amministratori delegati sono tra i più pagati al mondo.
E NON È UN CASO se spesso le fasce di reddito più deboli le troviamo affollate di donne: la disuguaglianza colpisce soprattutto loro, e secondo l’Oxfam di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo.
«Rabbia e scontento per una così grande disuguaglianza fanno già registrare contraccolpi – conclude l’organizzazione non governativa – Da più parti analisti e commentatori rilevano che una delle cause della vittoria di Trump negli Usa, o della Brexit, sia proprio il crescente divario tra ricchi e poveri».

lunedì 16 gennaio 2017

L'ASSEDIO ALL'ACQUA PUBBLICA


da http://popoffquotidiano.it/2017/01/14/multiutility-a-nord-multinazionali-a-sud-lassedio-allacqua-pubblica/


Così si aggira il risultato dei referendum sull’acqua. Le multinazionali fanno politica e la politica è complice o immobile come le sindache a cinque stelle. Lo shopping di Acea. E De Magistris rompe con i movimenti

di Checchino Antonini

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Multiutilty a Nord, multinazionali a Sud, shopping in borsa e attacco alle fonti: l’assedio all’acqua pubblica si fa più aspro nonostante con buona pace del referendum del 2011. «La mappa delle privatizzazioni va letta dentro i processi di finanziarizzazione – avverte Corrado Oddi, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua – negli ultimi cinque anni sono stati distribuiti più dividendi che utili: è l’economia del debito, che finisce in tariffa in nome degli investimenti ma, soprattutto, della rendita. E il comando alle multiutility comporta la deterritorializzazione, i comuni non contano più nulla». La questione dell’acqua è sempre più una questione di democrazia.
I processi in corso vedono Hera, multiutility emiliana, espandersi in Triveneto, la milanese A2A arrivare fino a Cremona, i genovesi di Iren che tentano di mettere le mani anche sull’acqua di Torino. Grandi manovre, quelle di Acea, tra Toscana, Umbria, Lazio e Campania mentre a vario titolo i francesi di Suez e Veolia (che già è dentro la calabrese Sorical e per il 59,6% in Idrosicilia) agiscono con la multiutility capitolina nel Mezzogiorno insidiando Aqp, l’acquedotto pugliese, con il progetto di una megamultiutility del Sud. Strategie che puntano a costruire un meccanismo per cui, attraverso processi di acquisizione, aggregazione e fusione, i quattro colossi quotati in borsa – A2A, Iren, Hera e Acea – puntano a inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici. Gestioni distrettuali ultraregionali, le ha chiamate, un anno fa il presidente dell’autorità nazionale Energia Elettrica-Gas-Servizi Idrici.
Tutto ciò per espandere il margine operativo dilatando la platea dei clienti e controllare le sorgenti più ricche. Spiega l’attivista romana Simona Savini che la parola d’ordine è “Macro è bello”, «E’ il programma renziano: non si parla più esplicitamente di privatizzazione ma di fusioni e aggregazioni. In questo momento il Campidoglio è immobile e chi fa politica sono i vertici di Acea». «La strategia dei governi, in questi anni, è stata di intervenire a posteriori per coprire i piani delle corporation», spiega anche Maurizio Montalto, avvocato napoletano, storico attivista del movimento per l’acqua e primo presidente di Abc, l’azienda speciale che gestisce il servizio idrico a Napoli. I veicoli di questi processi sono, infatti, lo Sblocca Italia (che pretende il gestore unico per ciascun Ato), il Patto di stabilità (che assicura, a comuni finanziariamente con l’acqua alla gola, che i proventi delle vendite di quote restino fuori dalla tagliola della stabilità) e il decreto Madia a cui la Corte costituzionale ha però impresso un clamoroso stop. «I casi sono due – spiega Oddi – o è stato scritto in preda all’imbecillità o è stato scritto su misura della vittoria del Sì al refererendum costituzionale». La seconda che ha detto. Il decreto Madia, contro cui sono state raccolte 230mila firme, è stato bocciato sul nodo dei rapporti tra governo e conferenza Stato-Regioni: la legislazione stabilisce che serva un’intesa su determinate materie, il decreto sanciva che le Regioni avrebbero solo potuto fornire un parere, ricalcando la ripartizione delle competenze immaginate dalla famigerata Renzi-Boschi, respinta dalle urne il 4 dicembre.
«Il combinato disposto dei due quesiti del 2011 avrebbe dovuto portare al varo della legge di iniziativa popolare presentata da 400mila firme raccolte nel 2007 ma ai governi la volontà popolare non interessa», riprende Oddi richiamando un celebre verso di Brecht: “Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”. Infatti, un emendamento del Pd a quel testo ha cancellato l’obbligo di trasformare ogni spa del servizio idrico in azienda speciale, fuori mercato. La legge, ormai snaturata, è ancora in discussione.
Le grandi manovre intorno all’acqua non si sono mai fermate e i movimenti sono ancora attivi sui territori, magari a macchia di leopardo, sul fronte tariffario, per la ripubblicizzazione, contro le nocività nell’acqua e le grandi opere o contro potenze commerciali come Rocchetta che vuole quote sempre maggiori dell’acqua del Rio Fergia. «Ma questo non deve portare alla conclusione che il referendum non sia servito a nulla perché, almeno fino ad ora, ha bloccato i processi trasformazione delle aziende in spa come pretendeva il decreto Ronchi», conclude Oddi. La partita non è ancora chiusa ma bisogna guardarsi anche dai processi che «puntano all’implosione del pubblico – riprende Montalto – per rimettere la gestione privata all’ordine del giorno».
Nella scorsa primavera, l’elezione di due sindache a cinque stelle a Roma e Torino, era avvenuta anche sull’onda di un programma che metteva al primo punto la ripubblicizzazione dell’acqua. «Alcuni incidenti di percorso, però, ci fanno temere che nemmeno Chiara Appendino voglia fare ciò che Fassino non ha mai voluto fare». A parlare con Left è Mariangela Rosolen, del Comitato Acqua Pubblica Torino. Fassino votò Sì al referendum promettendo di coinvolgere il movimento per «verificare la fattibilità» della ripubblicizzazione ma il suo vice, ex sindacalista della Cisl, Tom Dealessandri, ha osteggiato il processo ripetendo che fosse impossibile pur essendo stato smentito dalla Corte dei Conti. Oggi siede nel Cda di Iren, la multiutility che prova a conquistare Torino. Unica briciola dell’era Fassino è una modifica allo statuto Smat per cui è stato innalzato al 90% (era il 75) il tetto dei soci che dovranno deliberare eventuali cessioni delle azioni a privati. Da allora il comitato acqua pubblica ha lavorato per raggruppare quel 10% di comuni “zoccolo duro”: già trenta su 315 hanno deliberato per la ripubblicizzazione di Smat. «Finché resta una spa, per legge è a scopo di lucro. Ci aspettavamo molto da Appendino. Eppure – spiega ancora Rosolen – la base del M5s è attivissima, così come sono molto impegnati i sindaci a cinque stelle di centri importanti come Pinerolo o Venaria che hanno già deliberato per la trasformazione della Smat in azienda di diritto pubblico senza scopo di lucro. Ora però quei sindaci sono isolati perché molti grandi comuni dell’hinterland sono ancora saldamente Pd e il documento programmatico della giunta Appendino, varato il 28 luglio, si ferma a un impegno generico sul tema». A Torino la proprietà è già in mano ai comuni soci di Smat ma l’emendamento di Sinistra italiana per la trasformazione della società è stata respinta dai consiglieri grillini che hanno la maggioranza assoluta a Palazzo Civico. A novembre, finalmente, la nuova sindaca ha incontrato i movimenti e ha promesso entro dicembre l’agognata delibera che ancora non ha arriva. Left ha chiesto ragguagli all’ufficio stampa di Palazzo Civico senza avere risposta.
Un salto di 666 chilometri, da Torino a piazza del Campidoglio di Roma dove la Giunta Raggi, stesse stelle di Appendino, sembra immobile di fronte alla guerra lampo di Acea.
Alla delegazione del Crap, il coordinamento romano acqua pubblica, l’assessore Colomban ha detto che è stato messo lì per mettere a posto le partecipate. L’unica che va bene è Acea perché toccarla? In realtà il programma con cui Virginia Raggi ha sbaragliato gli avversari è piuttosto chiaro sull’acqua, inoltre a fronte di 54 mln di dividendi nel 2016 (su un bilancio comunale di 5 miliardi) gli Ato perdono la liquidità necessaria a sostenere le spese di gestione e gli investimenti e gli interessi passivi che la società paga ad Acea spa finiscono in tariffa. Colomban, imprenditore veneto, legato a Zaia e poi a Casaleggio, ha risposto che attuerà l’indirizzo politico della giunta finché non dovesse rivelarsi dannoso per le casse e, a quel punto, se ne andrebbe. Nulla di più ambiguo di fronte all’attivismo dell’azienda che, proprio mentre i movimenti incontravano la sindaca, era la fine di novembre, rendeva pubblica la sua campagna acquisti (vedi riquadro). «Così chiedemmo al funzionario, Salvatore Romeo, allora braccio destro di Raggi, di prendere posizione e lui ci disse che bisognava aspettare  le 18 altrimenti ci sarebbe stato un contraccolpo sulle azioni di Acea in borsa», ricorda Simona Savini. Ancora inevase le domande formulate alla sindaca: Perché fino ad ora non ha rimosso l’attuale management? Perché non ha convocato l’assemblea dei soci Acea per adottare delibere di indirizzo stringenti? Come pensa di bloccare Acea 2.0? Quando intende convocare una conferenza delle amministrazioni comunali e dei movimenti per l’acqua dei territori gestiti da Acea per aprire un processo di inversione di rotta e dare attuazione al dettato del referendum del 2011?
Al momento in cui scriviamo, insomma, anche la giunta Raggi sembra seguire il copione deludente di altre esperienze e speranze: nel 2014 la Regione Lazio varò un’ottima legge ma dei decreti attuativi, attesi entro sei mesi, non c’è traccia; il processo molto avanzato intrapreso a Reggio Emilia ha subìto un brusco stop come pure a Piacenza e Rimini; la milanese A2A, tutto capitale pubblico, non è stata toccata dalla gestione Pisapia; proprio come Torino o come in Puglia.
Acea, leader nel settore acquedotti, è al 51% proprietà del Campidoglio e per il resto di Gdf-Suez e Caltagirone. Già serve oltre 9 milioni di cittadini. Il 22 novembre, dai francesi di Veolia, Acea ha comprato il 100% di Idrolatina (il 49% privato di Acqualatina, 270mila utenti di 35 comuni); dalla stessa Veolia ha acquisito il 19,2% di Geal, servizio idrico integrato per 40mila utenti di Lucca, zona ricca di fonti pregiate, che si aggiunge al 28,8% della controllata Crea per un complessivo 48%; ed è divenuta azionista al 98% di Umbriadue Servizi Idrici, “socio privato” dell’Ato Umbria 4 (230mila utenti di Terni) con l’acquisto delle quote dalla multinazionale britannica Severn Trend Plc.
Di gara in gara, Acea già è a Firenze, Pisa, Pistoia, Siena, Grosseto, Arezzo, Frosinone, nel Sarnese-vesuviano da dove arriva l’attuale ad, Alberto Irace, che prima è passato per Publiacqua di Firenze e in altre città dove comanda Acea. A tenere insieme questo “Paese dell’Acea” c’è Acea 2.0, un software unico per tutte le attività operative e commerciali. Un investimento, complessivamente da 170 milioni di euro (senza bando di gara di evidenza pubblica, come denuncia l’associazione Codici) che potrebbe mettere a rischio i livelli occupazionali per i possibili trasferimenti di singoli reparti o funzioni alla capogruppo. Per questo i lavoratori di Publiacqua, già scesi da 770 a 580 dal 2003, sono sul sentiero di guerra da sei mesi: un “semestre rosso” che il 13 gennaio potrebbe registrare l’annuncio di uno sciopero generale, il quarto. «Nel gruppo vige un sistema di automazione che tiene tutti gli operai fuori dall’azienda a cui sono collegati da un palmare che impartisce ordini – dice Luciano D’Antonio di Usb Publiacqua – questa “palmarizzazione”, più la pletora di subappalti, sta producendo una perdita di professionalità e di conoscenza del territorio rimarcata anche dall’autorità idrica toscana. Acea 2.0, prefigurata dallo stesso Irace quand’era in Publiacqua, serve a consegnare saperi e strutture nelle mani della capofila. E’ il cavallo di Troia per prendere in ostaggio il servizio pubblico».
Intanto, appena prima di Natale, Acea ha dovuto incassare dall’Assemblea dei Sindaci del frusinate la risoluzione del contratto in danno di Acea Ato 5 spa (la parte privata della gestione, controllata al 97% da Acea) dopo anni di aumenti insostenibili e di opacità nei rapporti tra la multinazionale e i comuni. Entro un anno le amministrazioni potranno scegliere un sistema di gestione interamente pubblico oppure bandire una nuova gara per la scelta di un altro operatore.
Già, la Puglia, dove per dieci anni Vendola ha tenuto tutti sul filo promettendo e ripromettendo una ripubblicizzazione che non è mai arrivata. Riccardo Petrella, chiamato a Bari per occuparsi di acqua, andò via sbattendo la porta già pochi mesi dopo. «Eppure le condizioni per una ripubblicizzazione c’erano tutte ed erano ideali – spiega Margherita Ciervo, geografa e attivista del Comitato pugliese “Acqua bene comune” – Aqp, l’Acquedotto pugliese, è interamente a capitale pubblico. E ora prova addirittura a costruire la mega-multiutility del Sud, un’unica grande spa per gestire pezzi di acqua campana, la Basilicata (dove però molti comuni resistono coriacei), il Molise e forse la Calabria». Già alla fine della primavera era trapelata la notizia di “un incarico di consulenza strategica volta all’espansione delle attività di Aqp” e “alla verifica della forma societaria più idonea”, a Bain&Company, la terza più importante impresa mondiale di consulenza strategica, a fronte di un compenso di 130mila euro. Ma le prove generali sono già rintracciabili in un protocollo di intesa siglato a marzo 2015 con Gori, Gestione ottimale risorse idriche (che opera nel Sarnese-vesuviano ed è al 37% di Acea).
Dunque, Aqp, acquedotto più grande d’Europa, costruito con soldi pubblici, con un utile in costante crescita fa gola a molti e lascia a “secco” (e non solo in senso metaforico) molti altri. «In primis i cittadini pugliesi – continua Ciervo – che vedono le loro tariffe costantemente aumentare (del 22,4% nel periodo 2007-2012 e ancora del 19% dal 2012 al 2015)». Michele Emiliano, successore di Vendola, minimizza: «Nessuna multiutility ma un soggetto pubblico multiregionale, non riesco a immaginare una forma diversa per Aqp. Impossibile però che non sia una Spa». Su questo i movimenti sono chiarissimi e ad ogni latitudine: la forma giuridica non è neutra ma determina obiettivi di gestione ed effetti sulla vita delle persone e sul territorio. Entro gennaio è stato promesso un tavolo tecnico, chiesto da un anno, approvato in agosto e finora è stato impossibile anche ai consiglieri regionali leggere le carte del piano industriale.
Non va certo meglio in Campania dove anche qui la Regione è impegnata nell’attacco alle fonti pur senza averne diritto come da pronunciamento della Corte costituzionale, il ciclo delle acque, infatti, devono gestirlo gli enti locali: «Dai “rubinetti naturali” non solo si incassa una montagna di soldi – spiega Gennaro Esposito, del consiglio civico, la struttura che serve a collegare il cda di Abc alla società civile nell’ottica di una gestione partecipata – ma si possono tenere sotto giogo i gestori territoriali. Senza le “fonti”, per queste aziende è pressoché impossibile, applicando le tariffe sociali, compensare costi e ricavi». E’ anche per questo che il governatore De Luca, con alcune delibere ha deciso di espropriare la fonte del Serino ad Abc, di ridurre la quantità d’acqua che l’azienda può prelevare, da 2mila a 1600 litri al secondo, imponendo una strana compensazione, cioè quella di utilizzare, per coprire il fabbisogno, l’acqua dai pozzi di S.Felice a Cancello e di Lufrano, ricca di manganese e non consigliabile per le necessità alimentari. Così facendo, la Regione obbliga Abc ad acquistare la differenza dall’acquedotto occidentale, ossia da Acqua Campania (47,9% di Veolia e 47,9 % della Vianini di Caltagirone, il resto di Impregilo International e banche). Nelle stesse delibere, l’aumento dell’acqua alla fonte da 16 a 25 centesimi a metro cubo. E’ un attacco frontale all’unica azienda speciale di una grande città, nata all’indomani del referendum e sulla quale in questi mesi s’è consumata la rottura tra De Magistris e i movimenti per l’acqua con la defenestrazione di Montalto e la nomina di un commissario per Abc. Per i più critici, tra i quali Riccardo Petrella e Alex Zanotelli, sarebbe la premessa per  fare implodere l’anomalia rappresentata da Abc.
Una versione di questo articolo è uscita sul numero 1 del settimanale Left in edicola sabato 7 gennaio 2017

sabato 14 gennaio 2017

WEEK END MAGAZINE



NEVICATA

Poesie di Gennaio


Nevica: l'aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco,
cade del bianco con un tonfo lieve.

E le ventate soffiano di schianto
e per le vie mulina la bufera;
passano bimbi; un balbettio di pianto;
passa una madre; passa una preghiera!


(Giovanni Pascoli)

venerdì 13 gennaio 2017

RYANAIR, IL LAVORO IMPOSSIBILE


Quando qualcosa costa molto poco, di solito chi sta pagando sono i salariati...


da http://www.senzasoste.it/ryanair-offre-lavoro-impossibile-racconto-aspirante-hostess/


Il racconto di una 45enne aspirante hostess sulle condizioni di lavoro low cost


ryanair-hostess

La realtà va molto oltre la propaganda. Stiamo parlando di Ryanair, la compagnia di massimo successo nel low cost aereo internazionale, che è un esempio lampante di quella che viene chiamata “caduta del valore dei salari”. L’offerta di lavoro, sia nei rapporti che negli importi, è arrivata, in Italia come in Europa, al punto dove chi governa ha voluto portarla scientificamente, con normative ben precise e scandite nel tempo. Ucciso il lavoro come fattore di coesione sociale ed opportunità, si è intensificata la competizione per il posto di lavoro. Così quando l’offerta scarseggia, il disoccupato è disposto a lavorare per meno, molto meno e chi offre il lavoro lo sa. Specialmente se opera in uno Stato dove il Governo di turno pubblicizza il basso costo del lavoro per attirare investimenti internazionali, vale a dire quelli che desiderano tanta stabilità politica e bassa inflazione. Finita la propaganda sul paradiso realizzato con la crescita dell’occupazione, la ripresa del PIL ed il glorioso recupero verso un’inflazione al 2%, esiste la vita del comune essere umano che vive in questo mondo e che deve lavorare. E qui iniziano i drammi per chi vive del proprio lavoro e il giubilo di quei grandi e piccoli interessi che hanno lavorato alacremente per far cadere in basso il costo del lavoro e per far aumentare rendite e profitti. Dagli anni ’90, il trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale è stato imponente, guarda caso proprio dal decennio a partire dal quale la “competitività” è diventata un valore normativo ed ha iniziato ad ispirare il processo di trasformazione del mercato del lavoro. Partendo da questo contesto abbiamo parlato con una nostra concittadina che ci ha raccontato la sua esperienza come aspirante hostess per Ryanair.
Cosa ti ha spinto a partecipare alla selezione di Ryanair e cosa ti aspettavi?
L’estrema difficoltà nel trovare un’occupazione decente e con un minimo di stabilità all’età di 45 anni dove spesso, specialmente in ambito aeroportuale, sei spinta a partecipare a corsi specifici per la sicurezza relativa allo svolgimento del ruolo di hostess, senza nessun impegno all’assunzione una volta finito il corso anche dimostrando buone capacità. Ci sono molte compagnie che non assumono personale di 45 anni mentre ce ne sono altrettante che offrono corsi a pagamento senza limite di età. Avendo già lavorato per un periodo in Ryanair sapevo che non sarebbe stata un’offerta allettante ma la scarsità di lavoro mi ha portato a ritentare.
Pur essendo stata selezionata perché non hai accettato?
La selezione è andata bene per la padronanza della lingua inglese ma al momento di trattare l’offerta con l’Agenzia Interinale di turno ho capito che il lavoro sarebbe stato un COTTIMO dove l’effettivo impegno lavorativo pagato si limitava alle ore volate e non per le fasi preliminari prima del volo e durante gli eventuali scali o soste tecniche. La compagnia non dà più una certezza sullo scalo di partenza e sul rientro a fine turno a tal punto che uno può trovarsi a Londra o a Oslo dovendo affrontare gli alti costi di residenza rispetto a quanto possano essere quelli di Pisa o comunque dove uno generalmente vive. Gli stipendi da 1.000 a 1.400 € (40/32 ore settimanali alternate EFFETTIVAMENTE volate) non comprendono il corso che costa 4.000 € da fare a Francoforte (decurtabile in quota parte mensile di 360,00 € dallo stipendio), il nolo della divisa per 30 € mensili, una propria polizza assicurativa, senza copertura in caso di malattia, dovendoti portare il tuo cibo e la tua acqua. Il rapporto di lavoro è regolato dalla legislazione irlandese e la busta paga la percepisci direttamente attraverso la rete bancomat sul territorio europeo con obbligo di aprire un conto corrente presso la loro stessa banca. Queste condizioni sono impossibili da accettare se specialmente l’aeroporto assegnato è diverso da quello prossimo alla tua abitazione. Il rischio di andare in rimessa è altissimo e non esistono tutele.
Chi altro ha accettato?
Nessuno dei selezionati ha potuto accettare, a queste condizioni. Siamo considerati degli strumenti di business.
Jack RR
articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.120 (novembre 2016)

giovedì 12 gennaio 2017

LA VARIANTE DI GRILLO, ALTRE CONSIDERAZIONI


Notiamo che la redazione di Senza Soste ha fatto un ragionamento molto simile al nostro sulla mossa di Grillo ovviamente con molta maggiore penetrazione analitica e di mole di dati, concludendo, con ben maggiore nettezza di giudizio rispetto a questo blog e dunque divergnedo un po' da noi a livello di valutazione, che si tratta di una battuta di arresto del partito-azienda.
Per dare una pluralità di opinioni e perchè l'articolo merita, vogliamo proporlo.

da http://www.senzasoste.it/grillo-sistema-tremato-via/

100414_La tappa bolognese del 'Te la do io l'Europa tour' di Beppe Grillo all'Unipol Arena , Casalecchio di Reno Foto Nucci_Benvenuti - 100414_grillo_unipolarena - fotografo: benvenuti
Credevamo che l’istituto delle verità raccontate ai militanti fosse scomparso con il vituperato ‘900.  Per chi, legittimamente, si fosse dimenticato qualche capitolo del passato, o per i millennials, ricordiamo un attimo questa pratica che appare riscoperta come il pane fatto in casa o le virtù delle erbe medicinali. Le verità per i militanti altro non erano che lo storytelling, le narrazioni, le verità adattate per i militanti di un partito che, con il lavoro volontario, mandavano avanti l’organizzazione. Erano verità che non avevano molto a che fare con quanto era accaduto in un momento difficile ma, in compenso, rincuoravano i militanti nei momenti più critici.
Celeberrime sono state le verità per i militanti del Pci ai quali veniva raccontato di essere in fase di preparazione della rivoluzione mentre, nella propria cerchia interna di discussione, la dirigenza sapeva benissimo di andare in ben altra direzione. Erano verità custodite bene, non c’erano i social a velocizzare i tempi di logoramento delle versioni di comodo, tanto che le ammissioni del gruppo dirigente che praticava questa gestione delle narrazioni sono arrivate ben dopo lo scioglimento del Pci di Occhetto. Addirittura si è trattato di verità per militanti utili, per quanto il potenziale eversivo del Pci fosse spento da decenni prima della Bolognina, anche agli avversari della sinistra. Tanto che Berlusconi, facendo finta che fossero vere, se ne è servito per molti anni. Parlando di una Italia piena di comunisti pronti a fare chissà cosa nel paese a partire dai primi anni ’90.  Per non parlare delle sceneggiate di replica dello spettacolo originale di Occhetto, a partire dagli anni 2000, delle prese di distanza dal “comunismo”, mimando temi di congresso da anni ’50, di diversi partiti della sinistra. Partiti, sempre più piccoli, che ripetevano riti di esecuzione di un simulacro di radicalismo che sui media, comunque, funzionavano bene. La riposta del blog di Beppe Grillo, alla mancata accettazione nel gruppo dei liberali europei del movimento 5 stelle, ha ricordato proprio l’epopea della verità per militanti.
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Parlare di quanto accaduto a Strasburgo come del momento in cui “il sistema ha tremato”, per poi colpire i pentastellati, è infatti il classico processo di insettarimento della base, in modo che si chiuda in sé stessa contro il mondo esterno grazie alla narrazione di un mondo ostile. E si tratta di una base alla quale si racconta pure di essere andata vicino al bersaglio del colpo al cuore del sistema. E’ un modo consolidato per mangiarsi il consenso costruito attorno al proprio progetto: gli strati di militanti più critici e intelligenti capiscono subito che qualcosa non va e arretrano, mentre avanzano coloro che sono disposti, per vari motivi, a credere a qualsiasi versione militante della verità. Per un gruppo dirigente la cosa funziona nell’immediato, i militanti riflessivi vengono sconfitti dalla massa di chi accetta la verità militante anche solo per conservare l’organizzazione, poi il tutto finisce per disgregarsi. E’ solo questione di tempo. Farlo lentamente, per un gruppo dirigente, può essere oro. Perché permette, al gruppo dirigente, di posizionare i propri interessi di ceto a prescindere dai motivi per cui è stato eletto dalla base. Ad ogni momento critico ci saranno comunque sempre meno persone a credere alle verità militanti.
Certo, cercare di mantenere il potere raccontando qualcosa alla base rafforza tendenze oligarchiche degli aggregati politici già oggetto di pubblicazioni consolidate nel ’12. Ma non intendiamo il 2012, quanto il 1912. Quando Robert Michels aggiornò, con nuove annotazioni, il suo celebre saggio, stampato a Roma e in italiano, “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” del 1910. E qui, ci venga perdonata la franchezza, qualcuno, prima di proclamarsi straordinariamente nuovo magari non farebbe male a evitare di somigliare a qualcosa di straordinariamente vecchio.
Certo, ci sarebbe anche un’altra strada: quella di crescere, ed innovare nelle difficoltà, diventando qualcosa di più robusto perché in grado di sintetizzare il nuovo con elementi tradizionali che permangono nelle società. Strada, anche quella già praticata anche con successo. Ma il movimento 5 stelle, per adesso, sta scegliendo abbondantemente la strada della produzione di verità militanti, come già visto nella saga romana, per preservare la propria struttura al presentarsi di ogni seria difficoltà o controverso atto amministrativo. Il problema è che i media conoscono l’arte di macinare nel ridicolo la costruzione di queste verità da qualche decennio. Oggi, con l’aggiunta dei social, questo processo di macinazione della verità militante si fa anche più incisivo.
Andando ai fatti, quanto accaduto nei giorni scorsi ha dell’incredibile, anche per una politica italiana rotta a tante vicende. Nel fine settimana dal blog di Grillo era stata annunciata la votazione sul cambio di gruppo parlamentare all’europarlamento di Strasburgo. Votazione da farsi espresso, dalle 10 alle 12 del lunedì sulla piattaforma per iscritti Rousseau (sulla quale non mancherà, in futuro, una nostra analisi).  Orario e tempi di votazione per iniziati, quando il processo politico di adesione al gruppo dei liberali europei era tutto, come è naturale, fuorché solo un fatto meramente tecnico. E tantomeno una cosa da assimilare in poche ore. In politica, per cambiare linea così vistosamente, si fanno i congressi. Si coinvolgono, in discussioni lunghe e documenti di analisi, decine di migliaia di persone se il partito è di massa. Altrimenti con le votazioni online da fare in poco tempo, non si convincono le persone, si alimentano le polemiche e si perdono pezzi.
Il movimento grillino non ha, invece, mai fatto un congresso, dove la centralità della presenza è degli iscritti che si confrontano entro un processo politico, ma solo convention, riunioni di cerchie e democrazia da meetup. Entro una concezione ufficiale della politica da primi anni ’90 quella un po’ grossolana da visionari degli incubatori di impresa, che poi è l’ideologia da venture capitalism milanese della Casaleggio, che voleva la democrazia online come sostituto, e liquidatore, delle altre forme di democrazia. Insomma l’idea grezza dell’immateriale che si sostuisce al reale, anche in democrazia, quando invece, con l’avvento delle tecnologie digitali la politica è diventata un’altra cosa: un processo dove si sono intrecciate forme fisiche, sul campo, di democrazia e forme digitali, a distanza, di informazione e deliberazione. Sottrarre a questo intreccio le forme digitali è produrre una procedura archeologica di democrazia inadatta all’oggi; sottrarre invece le forme fisiche, e simboliche, dell’agonismo democratico a tutto questo significa riprodurre una sterile, solitaria deliberazione plebiscitaria digitale. Infatti, come è avvenuto per il mancato cambio di gruppo parlamentare a Strasburgo, alcuni gruppi in assoluta discrezione trattano con i nuovi referenti, neanche tutti i parlamentari sanno e poi, a cose fatte, arriva internet a dover decidere se bere o affogare. Quando Grillo dice “decide la rete” è questo il processo che accade. Non proprio la realizzazione dell’utopia digitale, insomma.
Diciamoci poi la verità: qualcuno di questa redazione ha frequentato, a suo tempo, Indymedia. E ha conosciuto in prima persona il funzionamento della democrazia digitale, l’assoluta trasparenza dei passaggi tecnici, di produzione di contenuti e decisionali, persino nella confusione e negli scazzi. Una piattaforma, come Rousseau dei grillini, dove domina la gestione discrezionale di una azienda, la Casaleggio, in questo senso assomiglia alla gestione democratica dal basso di Indymedia quanto un Big Mac ad un panino fresco direttamente comprato dal norcino.
E la prova del nove, di questi ragionamenti, la si ha quando si osserva che mai, nel movimento 5 stelle, la “rete” ha portato avanti una proposta, un progetto che conta, in autonomia da Grillo facendoselo votare e praticandolo. Solo qualche voto contrario, come per l’immigrazione, poi riarrangiato dai vertici pentastellati entro la loro versione di come devono essere fatte le espulsioni dei profughi. Onestamente, siamo ad un deficit di democrazia pesante, in una società italiana già messa sotto silenzio per anni. Se poi si pensa che la democrazia sia la polemica su Facebook, ovvero una produzione di dati ricca di informazioni per i mercati del profiling, magari questa concezione la si può vendere ai renziani. Ma nel mondo reale certe cose sono sempre più difficili da vendere.
E’ naturale che il tentativo di svolta dei pentastellati in Europa preluda a qualcosa in Italia. Qualcosa che assomiglia a un tentativo, per adesso fallito, di accreditamento nel continente come partito di governo. E’ bene ricordare che nelle retoriche del movimento 5 stelle si accavallano continuamente, anche nelle stesse persone fisiche, argomenti ultraliberisti di destra e temi peronisti di sinistra. E’ l’ala liberista, che ha promosso, in accordo con la Casaleggio e con Grillo, questo tentativo di scalata a Bruxelles. Si tratta dell’ala, oggi rappresentata dall’assessore alle partecipate del comune di Roma, delle piccole e medie imprese che, in qualche modo, in “Europa” si vogliono adattare. E il ceto politico che le rappresenta non ha alcun interesse, e tantomeno voglia, di trovarsi un domani a dover fare un frontale con la Ue come quello fatto a suo tempo da Varoufakis.
Il tentativo di accordo con i liberali europei viene da quest’ala, a diretto contatto con la Casaleggio e con Grillo. E non si tratta di roba che arriva all’improvviso. Gli elogi di Grillo al modello Germania, compreso Hartz IV, non sono di oggi. Si sposano con un’idea della piccola e media impresa che venga avanti tutto, figuriamoci dello stato sociale, e che viene a patti con tutti a qualunque costo. Basta lasciarla al governo. E se questo significa un patto con i liberisti tedeschi va benone. Eppure le cose non sono andate nel modo desiderato. Grillo non è mai piaciuto sui media tedeschi, l’intervista di Di Battista a Die Welt è stata un boomerang e i pentastellati sono stati respinti, all’europarlamento, proprio dai tedeschi.
Ieri erano stati quelli del gruppo verde, oggi i liberali. Il tentativo di mostrarsi, per galleggiare politicamente, più realisti del re, quello di Berlino, al momento è fallito. Il ritorno chez Nigel Farage, dopo essere stati respinti dai liberali, per i grillini ha il sapere del mesto ritorno nella baracca. Evitiamo di parlare dei costi, in termini di finanziamenti diretti persi dal M5S in caso di confluenza nel gruppo misto, che hanno suggerito il ritorno a Farage.Ci fermiamo ad un dato politico: la mancata ammissione nel gruppo dei liberali europei è, in Europa e in Italia, una severa sconfitta per il movimento 5 stelle. Il tempo ci dirà se questa sconfitta, apre una crisi di crescita o una strutturale. Certo che se continuerà la prassi di affrontare le crisi raccontando verità militanti, il movimento pentastellato si avvierà a rimanere una parentesi nella storia della politica italiana. Facendo la fine dei tanto vituperati partiti “ideologici” del ‘900.
redazione, 10 gennaio 2017