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martedì 27 giugno 2017

UN CRACK CHE CI COSTERA' CARO



da  http://www.senzasoste.it/banche-venete-un-primo-crack-costera-carissimo-allitalia/


Il salvataggio delle banche venete costerà ai contribuenti 12 miliardi di euro. Ma non ci raccontano la verità che è ben più grave




Da tempo, autunno 2015, segnaliamo che il sistema bancario italiano, ben oltre le quattro banche “salvate” dal decreto del novembre dello stesso anno, è a rischio implosione. Probabilmente, un po’ per lontani ricordi della prima repubblica e un po’ perchè oggi la politica più della legge elettorale e dei temi etici non esprime, si pensa a un problema tecnico-contabile che in qualche modo troverà sistemazione. Oppure una questione che, una volta messi in galera i ladri, può risolversi da sola. O, male ancora, un qualcosa che, applicata davvero la costituzione, si mette a norma. Non è così in nessuno dei casi.
Prima di tutto perché sistema bancario reale è talmente cambiato, rispetto anche a dieci anni fa, che non sarà facile ricondurlo anche a un qualche indirizzo costituzionale. E non solo perchè, con l’Unione Bancaria, la Bce ha la sorveglianza diretta delle banche italiane strategiche, ragionando in un’ottica europea di sistema che favorisce l’asse bancario franco-tedesco. Ma anche perché, come stiamo vedendo anche i questi giorni, i decreti del governo in materia banche vedono sempre la sorveglianza legale e materiale dell’unione europea. Detto in soldoni: lo ammette anche Repubblica, il crack di Veneto Banca e della popolare di Vicenza costeranno al contribuente italiano una dozzina di miliardi. Più altri due-tre miliardi, a seconda delle stime, di risparmi evaporati che non entreranno mai più in in circolo nell’economia italiana. Inoltre ci sono 4.000 esuberi, una cifra altissima che capire che peso sociale ha la ristrutturazione dell’economia dei servizi bancari in un paese. Naturalmente stiamo parlando solo di una parte del problema: ci sono CariCesena, cassa di Risparmio di Rimini, banca di San Miniato e, ciliegia sulla torta, il monte dei Paschi da sistemare.
Dopo la ristrutturazione, che potrà costare complessivamente dai 30 ai 50 miliardi (in un paese dove si taglia di tutto), il sistema bancario tornerà a funzionare? E’ un’ipotesi ottimistica. Nel senso di chi vede le banche come strumento di erogazione di prestiti,  mutui e fidi per singoli, famiglie, piccole imprese. E’ il modello di business delle banche, tanto più di quelle territoriali, ad essere messo in discussione dalle rivoluzioni del mondo finanziario, come lo shadow banking, dalla crisi della redditività delle banche, che le spinge a portarsi (e i clienti assieme a loro) sempre più verso modelli di rischio, e l’evoluzione tecnologica che avrà un effetto  rivoluzionario sul banking nazionale. Nel frattempo i media nutrono un’opinione pubblica, che vive ormai di credenze, di storie del mondo bancario fatte di sprechi, di furti, di nepotismi. Storie vere ma che non toccano il nodo della crisi del valore bancario tutta sistemica, cioè globale, ma anche tutta nazionale. Sarà una palla al piede almeno per un decennio,questa vicenda delle banche, chissà quando ci sarà una forza politica all’altezza di questo problema. Spiace dirlo ma è la verità. redazione, 24 giugno 2017
Ecco un commento di Intermarketandmore sul “salvataggio” delle banche venete da parte di Banca Intesa (finanziata a sua volta dal Tesoro).

lunedì 26 giugno 2017

LA TORSIONE SECURITARIA


da  http://popoffquotidiano.it/2017/06/24/solo-le-lotte-sociali-fermeranno-la-repressione-delle-lotte-sociali/

Repressione. L’escalation di violenza poliziesca e misure preventive non riguarda solo l’Italia. Giuristi democratici e Osservatorio repressione contro lo stato d’eccezione permanente

di Checchino Antonini

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Le cariche a Torino, in assetto antisommossa contro la pacifica movida torinese e, prima ancora all’Unical di Rende contro chi metteva in discussione i decreti Minniti-Orlando; i fogli di via contro chi avrebbe voluto manifestare a Roma, Bari, Taormina, Bologna e – più incredibile – l’identificazione di un praticante legale chiamato da Amnesty a una manifestazione al Pantheon per i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, perché le sue parole [piuttosto critiche su quei decreti] potrebbero configurare reato. Un’escalation di violenza poliziesca che s’è consumata nel giro di pochi giorni. Che l’Italia viva una torsione autoritaria è ormai evidente. Forse è meno chiaro al grande pubblico che, come per altri salti all’indietro (amnistia per le camicie nere, legge Reale, stagione emergenziale degli anni ’80, lager per migranti, mattanze di manifestanti, tortura in carcere e nelle caserme), sono le culture governiste di Pci e Dc a gestire i passaggi più controversi, specie ora che sono indistinguibili, unificate anche ufficialmente dall’ombrello del Pd. «Una torsione securitaria in nome della sicurezza e del decoro – spiega Giovanni Russo Spena, giurista e responsabile del settore per Rifondazione comunista – che dà potere assoluto al Viminale, scavalcando i sindaci, contro le cosiddette marginalità sociali. Siamo dentro lo “stato del controllo” di cui parlava Deleuze.
Un contesto che si complicherà nel caso in cui, fra sei giorni, la Camera dovesse riuscire a votare quella legge sulla tortura che fa impressione alla Corte europea per i diritti umani e allo stesso Consiglio d’Europa.
In questo contesto c’è chi prova a mobilitarsi contro quella legge, mentre qualcuno ritiene che sia meglio di niente, e contro l’abominio delle misure preventive rilanciate dal decreto Minniti-Orlando ma ereditate dai tempi bui del fascismo e dello stato sabaudo.
L’Osservatorio Repressione propone la nascita di una “rete Europea per il diritto di dissenso in difesa delle lotte sociali”. «Una rete che sia capace di investigare sulle forme della repressione a partire dai singoli stati Europei verificando le similitudini legislative dei singoli paesi trovando i punti in comune. Un lavoro che deve andare oltre la sola testimonianza, il denunciare quanto la repressione sia crudele e quanto gli Stati Sovrani rispondendo al turbocapitalismo, finiscono nel non più garantire il minimo dei diritti democratici più propensi a esportare la Democrazia nel mondo producendo un’infinita lotta al terrorismo», spiega Italo Di Sabato dell’Osservatorio, annunciando un convegno a Bruxelles per i prossimi 28 e 29 giugno. Un confronto fra giuristi, movimenti e politica promosso con il sostegno del Gue, il gruppo della sinistra più radicale al Parlamento europeo. Per l’Italia, ancora una volta, è l’impegno dell’europarlamentare del Prc, Eleonora Forenza, a rendere possibile la denuncia della tendenza dei governi europei a relegare le lotte sociali dentro i confini della semplice testimonianza, così da non disturbare una governance violentissima dei processi innescati dal liberismo e dalla sua crisi. «Siamo davanti a un salto di qualità», dice Forenza ricordando il sequestro di oltre cento manifestanti mentre scendevano a Roma per le manifestazioni del 25 marzo scorso. Forenza, con Nicoletta Dosio, l’avvocata Caterina Calia, e un giornalista di Popoff/IlSalto, era a Tor Cervara a solidarizzare con i sequestrati, collegare la loro vicenda al corteo che sfilava in una città blindata e denunciare lo «stato d’eccezione permanente». Dalle piazze alle carceri, il lavoro ispettivo dell’europarlamentare sta focalizzando anche le mostruosità dei regimi ostativi in prigioni come Spoleto e Bari, appena visitate.
VEDI I NUMERI DELLA REPRESSIONE Anno 2011-2016 – dati repressione lotte sociali (1)
E’ in questa tendenza europea che si devono leggere gli episodi con cui apre questo articolo e i dati resi noti dall’Osservatorio in una conferenza stampa a Roma che ha visto la partecipazione, tra gli altri di Paolo Di Vetta, sorvegliato speciale, costretto all’obbligo di dimora da mesi, in regime di coprifuoco (dalle 21 alle 7), sottoposto al ritiro della patente e al divieto di frequentare manifestazioni e luoghi pubblici. Di Vetta, però, non ha subìto condanne è “solo” un agitatore, un militante, uno che partecipa ai movimenti per il diritto all’abitare. Contro di lui una misura preventiva pensata dai Savoia e dal fascismo contro socialisti, anarchici, oziosi e vagabondi – e rispolverata dal Pd «La repressione – spiega Di Vetta – contro un mondo impoverito è uno “stato di necessità” per chi deve comprimere gli effetti della crisi».
Una genesi, quella delle misure preventive, che è stata spiegata con precisione da Livio Pepino e Francesco Romeo nel recente convegno del 22 alla Fondazione Basso promosso dai Giuristi democratici (e trasmesso in diretta sui social da Il Salto).

Spiega Francesco Romeo, legale: «Presenti nell’ordinamento di solo 5 dei 46 paesi (Austria, Svizzera, Regno Unito e Russia) che hanno sottoscritto la convenzione per i diritti umani, le misure di prevenzione prescindono dalle connessioni con i fatti di reato ma si focalizzano sul soggetto per quello che pensa o per lo stile di vita. Ma così si provoca, come nel caso di Di Vetta, una degradazione giuridica e una diminuzione dei diritti di cittadinanza». 

In tempi di esaltazione dei poteri taumaturgici della Costituzione (c’è chi la ritiene una sorta di programma di transizione), potrebbe essere utile conoscere le ambiguità e i margini di discrezionalità sul tema da parte dei padri costituenti e dalla Corte costituzionale per cui è possibile leggere sentenze che accettano il divieto di volantinare sulla pubblica strada contenuto dal Tulps, il codice Rocco, e mai cancellato. Grazie alle maglie larghe è stato possibile introdurre quella forma di detenzione amministrativa (ossia senza aver commesso reati) introdotta dalla Turco-Napolitano, la norma che legittima i “lager” per migranti (Cpt, Cie, Cara ecc…) in Italia nonostante molti commentatori, già dal ’48, hanno intravisto l’incostituzionalità di misure “prima e al di fuori del delitto”. Livio Pepino, già presidente di Magistratura democratica, vicino al movimento No Tav, ricorda che la nuova vita delle misure preventive ha inizio nel luglio 2001 contro i No Global e prosegue come strumento di controllo del dissenso con le ordinanze fotocopia emesse in Val Susa per motivi di “necessità e urgenza” da sei anni.
Daspo, fogli di via, pacchetti sicurezza, sorveglianze speciali, sanzioni pecuniarie (si pensi al reato di solidarietà escogitato dal sindaco Pd di Ventimiglia), avvisi orali divenuti permanenti, servono, dunque, a criminalizzare il dissenso dilatando l’area della discrezionalità di questori, prefetti e polizie e con questo anche la possibilità di abusi in divisa, una costante funzionale nelle subculture dominanti tra gli apparati delle forze dell’ordine. Il dissenso viene affrontato e narrato come una minaccia, come un problema di “ordine pubblico”. «Una legalità della paura», la chiama Riccardo De Vito, presidente di Magistratura democratica contro la quale si auspica una «controffensiva culturale».
In Europa e in Italia questi processi prendono piede anche per l’assenza di una mobilitazione generale, della mancata comprensione che misure spacciate per antiterrorismo servono in realtà al bavaglio delle lotte sociali. «Lo stato di eccezione permanente si presenta cosi come il miglior paradigma di interpretazioni delle forze più avanzate della governance contemporanea», riprende Italo Di Sabato rimandando alla due giorni di Bruxelles. Il 28 giugno alle ore 17,30 presso la sala “L’horloge du sud” 141 rue Trone a Bruxelles si terrà per un primo confronto fra le realtà sociali di movimento europee. Il 29 giugno presso la sede del Parlamento Europeo alle ore 15 ci sarà la proiezione del docufilm “Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa” con l’intervento dell’Avv. Claudio Novaro, legale di attivisti No Tav a seguire il convegno europeo organizzato dal gruppo parlamentare del Gue/Ngl. {il programma completo}

domenica 25 giugno 2017

SUNDAY MAGAZINE


LA TRAMA DELLE LUCCIOLE RICORDI


Risultati immagini per lucciole sul mare
La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato. 
Oh come poca cosa quel che fu
a quello che non fu divide!
                                               Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
(Camillo Sbarbaro)

sabato 24 giugno 2017

MOSUL E RAQQA, PENULTIMO ATTO


da http://popoffquotidiano.it/2017/06/23/mosul-e-raqqa-penultimo-atto/


Neanche il tempo di sparecchiare le bandiere nere del califfo Al Baghdadi (dato per morto) a Mosul e Raqqa che una nuova guerra s’apparecchia in Siria e Iraq

Al Nuri2

Mosul ultimo atto. Mosul sta per cadere. Scontro finale a Mosul. Sono mesi che la martoriata capitale del Kurdistan iracheno sta lìlì per cascare, nei titoli dei media e nei proclami degli assedianti. In realtà, dopo mesi d’assedio i miliziani dell’Isis restano lungi dal mollare la presa. Era d’ottobre quando il premier iracheno, lo sciita Haider al Abadi, annunciava in notturna tv l’inizio dell’offensiva finale su Mosul, in uniforme e scarponi militari. Da allora l’assedio è andato avanti, sanguinosamente e faticosamente, e nel tira e molla resta sotto controllo del califfato la città vecchia. Come dire la polpa della città contesa, una decina di chilometri quadrati espugnabili a prezzo di perdite ancora più salate.
Il perché di tanta resistenza non è soltanto nella capacità bellica dei mujaheddin, ridotti a poche centinaia di combattenti, quanto nella tela di Penelope tessuta da chi vuole togliere Mosul all’Isis, ma non certo per consegnarla a un regime iracheno filoiraniano. E tanto meglio se questo e i suoi pasdaran – le Fmp, Forze di mobilitazione popolare sciite – si dissanguano nella battaglia. E tanto peggio per le vittime civili mietute dai bombardieri Usa dal cielo di Mosul a centinaia, denuncia il Patriarcato Caldeo, nell’indifferenza generale. Lì mica siamo ad Aleppo, non c’è il bieco Assad da accusare di bombardare col gas, né Ondus sovvenzionate dai servizi segreti dei bombardatori a lanciare appelli umanitari a senso unico.
Che Mosul cada, a caro prezzo, è però solo questione di tempo. Il problema è il poi. Già il presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, ha fissato un referendum per l’indipendenza dall’Iraq il 25 settembre che riguarda anche Mosul, capitale del nuovo stato. Il malcerto governo di Al Abadi ha protestato, come la Turchia, ed è evidente che appena i ceffi neri del califfo saranno espulsi dall’Iraq, inizierà un’altra partita armata nel Kurdistan, spalleggiato dal suo main sponsor a stelle e strisce.
Quanto detto per Mosul vale a maggior ragione per Raqqa. Nella capitale siriana del califfato assediata dalle milizie curde filoccidentali resistono le ultime sacche, mentre i jihadisti esfiltrano a sud, nel corridoio lasciato libero dai bombardieri angloamericani, per stabilizzare il fronte del deserto dove russi e siriani avanzano a fatica. La Turchia s’è già ritagliata un bel pezzo del futuro Kurdistan, per farne un’area cuscinetto contro l’incubo che si materializza ai suoi confini. Anche la Siria, come l’Iraq, è di fatto più trina che una e neanche il tempo di sparecchiare le bandiere nere del califfo Al Baghdadi (dato per ammazzato ma chissà) che una nuova guerra s’apparecchia alle porte d’Oriente.
Per certo, c’è solo che la moschea di Mosul, da cui il califfo nero invocava la guerra contro i nuovi crociati, chiedendo ai suoi di prendere Roma e sottomettere l’Europa, non c’è più. Pure il traballante gobbo di Al Nuri, il vecchio minareto del XII secolo voluto dal sultano Norandino (Nur ad-Din Zangi) per unificare i musulmani contro gl’infedeli d’allora, da Mosul ad Aleppo, è venuto giù. Se fatto brillare dai miliziani in rotta o, più probabilmente, crollato nei bombardamenti, vai a sapere. La storia si ripete, come sempre, e non insegna niente.

venerdì 23 giugno 2017

CRIMINALI DI STATO


da  https://ilmanifesto.it/quando-la-democrazia-fu-affidata-a-criminali-di-stato/

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A Genova la democrazia fu sospesa e messa nelle mani di criminali di Stato. Fu fatta carta straccia della rule of law e dell’habeas corpus. Decine e decine di corpi furono seviziati, massacrati, torturati. Dopo sedici anni arriva finalmente per quarantadue di quei corpi un risarcimento politico, giudiziario, morale, economico. La Corte europea dei diritti umani, nella sentenza resa pubblica ieri, l’ha potuta chiamare tortura. Noi, nelle nostre Corti, non possiamo ancora chiamarla così, perché la tortura in Italia non è codificata come crimine.
Il 26 giugno è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura. È anche il giorno in cui la Camera dei Deputati inizierà a votare la brutta, pasticciata e intenzionalmente confusa proposta di legge che il Senato ha approvato giusto poche settimane fa, dando cattiva prova di sé. Sono intanto trascorsi sedici anni dalle torture della Diaz e ben ventinove da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura che ci obbligava a introdurre nel nostro codice il crimine di tortura. Il tempo passa ma non cambia il modo in cui le istituzioni hanno cercato di non parlare di un delitto che è tanto grave in quanto commesso su persone in stato di soggezione e dalle mani dei servitori della democrazia.
Ancora una volta da Strasburgo arriva un monito a non lasciare impuniti i torturatori sul suolo italico. L’Italia infatti è una sorta di paradiso legale per i torturatori di ogni nazionalità che qui possono sentirsi sicuri e rifugiarsi da accuse e processi nei loro confronti. La sentenza risarcisce le vittime di quello che possiamo chiamare ora a tutti gli effetti un crimine di Stato, sia perché la tortura è nella storia del diritto un reato proprio di agenti dello Stato, sia perché nel caso di Genova i carnefici non sono stati due, tre o quattro ma un plotone intero con tutti i suoi governanti. Basta riguardare la sentenza della Corte di Cassazione del 2012 per leggere i nomi dei dirigenti ad altissimo livello della Polizia che furono condannati a vario titolo, ma nessuno per tortura, perché in Italia non si può condannare per tortura.
La sentenza di Strasburgo restituisce giustizia a chi non vuole che la memoria e la verità siano violentate. Il numero delle vittime e la gravità delle condanne pongono un problema politico, non solo giuridico ed economico come forse in molti al potere vorrebbero far credere, ossessionati dalla paura dei fantasmi di Genova.
Fu Antonio di Pietro, allora capo dell’Idv e ministro delle Infrastrutture, ad affossare la legge che istituiva una Commissione di inchiesta sui fatti di Genova. Una Commissione che ancora oggi sarebbe sacrosanto mettere rapidamente in piedi per fare i nomi e cognomi dei responsabili politici, militari e di Polizia di un piano sistematico criminale.
Come altro definire un piano pensato per commettere crimini contro l’umanità? Nel frattempo impunità e immunità hanno favorito le carriere dei presunti torturatori e dei loro mandanti.
Chiediamo ai governanti dello Stato italiano di oggi di rivalersi contro i responsabili politici e di Polizia di quel 2001, di fare loro causa civile, di istituire per via amministrativa un fondo per le vittime della tortura, di consentire l’identificazione degli appartenenti alle forze dell’ordine. Si può fare subito.
Se dovesse anche questa volta prevalere la melina, l’autodifesa dei vertici, il quieto vivere vorrà dire che la democrazia è ancora sospesa.
Tanti ragazzi che oggi frequentano le Università non sanno cosa è successo a Genova in quel luglio del 2001. Va loro raccontato che lo Stato democratico italiano torturò altri ragazzi come loro. Lo fece perché aveva paura delle loro bandiere della pace.

giovedì 22 giugno 2017

BRACCIA RUBATE


da  https://ilmanifesto.it/schiavizzate-e-insultate-retata-anti-caporali-in-puglia/

Risultati immagini per caporalato
Otto indagati, un arresto in carcere e due ai domiciliari. Un’azienda di Ostuni che reclutava braccianti costrette a lavorare oltre 10 ore al giorno, contro le 6,5 dichiarate in busta paga con tanto di truffa all’Inps, a volte dalle 3 del mattino a mezzanotte, finanche 7 giorni su 7. Come non bastasse, i lavoratori impiegati in provincia di Bari nei campi di Polignano a Mare erano costretti a versare 10 euro a testa per ogni giornata lavorativa, a titolo di rimborso spese carburante. In pratica, una vera e propria tangente.
È una storia di sfruttamento senza limiti e regole, di dignità calpestata oltre ogni decenza, quella svelata ieri dalla Procura di Brindisi, che ha arrestato Anna Maria Iaia (50 anni, di San Vito dei Normanni), dipendente dell’azienda 2 Erre srl, che secondo l’accusa gestiva un giro di associazione per delinquere dedita allo sfruttamento. Ai domiciliari Giuseppe Bello (49 anni, di San Michele Salentino) e Anna Errico (73), rispettivamente autista del pulmino che conduceva le braccianti nei campi dove erano richieste e la madre della presunta caporale.
Secondo l’inchiesta, Bello esercitava anche l’attività di vigilanza sulle prestazioni lavorative della squadra di braccianti che lui controllava, impegnata nel magazzino o nelle campagne, per conto dell’azienda brindisina. Nelle carte dell’inchiesta si legge che l’uomo concordava con la stessa Iaia le assunzioni. Fra il gennaio 2015 e nel novembre 2016 avrebbero reclutato 22 braccianti agricoli trasportandoli quotidianamente da San Vito dei Normanni a Carovigno a bordo di un veicolo Fiat Ducato intestato proprio alla 2 Erre srl, e di un veicolo Fiat Scudo di proprietà della donna. L’attività di caporalato sarebbe proseguita anche tra il 4 novembre 2016 e l’1 marzo 2017, quando avrebbero reclutato almeno altri 28 operai, dai quali si sono fatti consegnare copia dei documenti di identità e dei tesserini di Codice fiscale da utilizzare per li contratti di lavoro e le buste paga. Gli inquirenti hanno visionato i registri delle presenze e delle paghe dove, a fronte di un totale complessivo di salario lordo pari a 131,97 euro, veniva invece corrisposta la paga giornaliera di appena 59,53 euro.
I braccianti ricevevano ogni mese dalla Iaia l’assegno dello stipendio e relativa busta paga, insieme con un bigliettino scritto a mano sul quale era annotata la somma da dover restituire in nero per onorare il debito dei 10 euro giornalieri. Quindi, dopo aver incassato l’assegno in banca tornavano a casa della donna per consegnare l’importo da restituire. Addirittura, è stato documentato, secondo quanto riferito dal procuratore facente funzioni di Brindisi, Raffaele Casto, un tentativo di inquinamento delle prove, provando a costringere alcuni braccianti a negare di aver corrisposto i 10 euro per il trasporto.
Indagate a piede libero altre quattro persone: tra questi il titolare dell’azienda, Francesco Semerano di Ostuni. I tempi recenti dell’inchiesta hanno consentito agli inquirenti di fare riferimento anche all’ultima normativa in materia di caporalato, quella del 2016. La nota lieta, se così si può dire, è che l’inchiesta è partita grazie alla denuncia delle stesse braccianti. I carabinieri hanno effettuato anche intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno acquisito tabulati telefonici e usato i sistemi gps. E proprio da queste intercettazioni emerge il lato più oscuro e drammatico di questa vicenda. «Zoccola, puttana, fai veloce che stasera è tardi sennò facciamo notte»: questo il torno con il quale il Bello si rivolgeva alle braccianti, censurate dal gip Paola Liaci nell’ordinanza di custodia cautelare. Con la Iaia che non era da meno: «Tu non capisci un cazzo di quante giornate hai fatto», dice rivolta ad una delle braccianti in una conversazione telefonica. «Quando ti arriva la disoccupazione un bacio in fronte mi devi dare, hai capito? Un bacio in fronte».
Una stretta intorno al caporalato da parte della procura di Brindisi, che aveva tratto in arresto altre quattro persone, tutte di origini italiane, appena due giorni fa, per aver sfruttato nei campi di ciliegie e nelle vigne di Turi, in provincia di Bari, almeno 15 donne (italiane e due straniere) originarie del brindisino e del tarantino. Anche in questo caso, orari ben oltre le 6 ore e mezza del contratto e paghe decurtate: ancora una volta il tutto partito dalle denunce delle lavoratrici. Ed i soliti, orrendi insulti intercettati che lasciano sgomenti: «Alle femmine pizza e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano», e «femmine, mule e capre tutte con la stessa testa».

mercoledì 21 giugno 2017

VOCI DAL LIMBO


da https://ilmanifesto.it/voci-dal-limbo-perche-siamo-qui/

Libia. Dietro le sbarre del centro di detenzione Abu Salim, dove migliaia di migranti, donne e bambini inclusi, aspettano per mesi, in condizioni estreme, una risposta alle loro domande. Storie di persone in fuga da guerre e fame, che dopo aver attraversato il deserto subiscono lunghe detenzioni illegali, private di ogni diritto


Donne migranti nel centro di detenzione libico di Abu Salim

Si sentono ripetere le stesse domande come una martellante litania, in attesa di una risposta che nella migliore delle ipotesi arriva dopo mesi. Le detenzioni arbitrarie in Libia sembrano legalizzate.
Silenzio, oscurità e solitudine accompagnano il già duro viaggio di migliaia di famiglie che provano a fuggire da guerra, persecuzione, violenza, fame.
Tra gabbie, sbarre e temperature che sfiorano i 38 gradi, le voci dei migranti scandiscono nei vari dialetti «Perché sono qui? E quando posso uscire?».
SIAMO BLOCCATI nel vortice dell’Abu Salim Detention Centre, nell’omonimo distretto di Tripoli, dove le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), parlano di almeno 6 mila migranti detenuti.
L’ottenimento di decine di permessi rallentano l’attività sanitaria, monitoraggio e iter giudiziari nei 44 centri di detenzione dichiarati dai libici, di cui 24 gestiti direttamente dal governo di al-Sarraj. Ore e ore di inutile attesa, il tempo non esiste. Il tempo è lo stesso momento che si vive.
LE PARTENZE DEI MIGRANTI dalle coste libiche non si fermano mai. Migliaia di persone continuano ad arrivare in Libia ogni giorno. Molti cercano di nascondersi, aspettando di salire su un vecchio peschereccio, dopo aver pagato la somma richiesta dal trafficante di turno, per affrontare i 470 chilometri di mare che separano la Libia dall’Italia, diventati un cimitero per più di 4.500 persone nel 2016 e già quest’anno per più di 1.500 persone .
Ma la maggior parte della gente rimane intrappolata nel limbo dei centri di detenzione. La situazione legale in Libia si districa tra leggi incostituzionali e leggi transitorie, frutto del conflitto in corso e dell’eredità dell’era Gheddafi.
Il risultato è che oggi migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tutti considerati illegali, e dunque soggetti a multe, detenzione e espulsione, in base a vecchie leggi del 1987 e del 2004.
Le multe arrivano fino a 1.000 dinari libici (circa 700 euro), che salgono alle stelle se si è sprovvisti di documenti d’ingresso. Le detenzioni prevedono lavori forzati e si concludono praticamente sempre con l’espulsione dal territorio libico. La durata della prigionia per un migrante è arbitraria e imprevedibile, può durare da qualche mese a due anni.
LO SPAZIO DI UNA CELLA pensato per quattro persone, viene condiviso da 20 donne e 20 bambini, stipati uno accanto all’altro. Anche i quattro angoli della stanza sono occupati da decine di materassi buttati caoticamente a terra.
Le mamme pettinano i capelli alle bambine che disorientate mostrano fiere i piedi nudi. Non ci sono giocattoli, né acqua sufficiente per tutti. 5 bagni per 150 persone. I detenuti sono spesso costretti a defecare e urinare nelle loro celle.
«HO PARTORITO IL MIO BAMBINO in uno di questi lerci gabinetti. Era ricoperto di sangue e stava morendo soffocato». Ce lo racconta in piedi di fronte all’odore nauseabondo di quelle latrine, un odore che brucia perfino gli occhi. Un misto di acido, escrementi e urina, lavati da secchiate di acqua stagnante.
«Quell’immagine mi perseguita» continua. Nessun medico è corso a raccogliere Naalia e suo figlio quel giorno. Nessun trattamento privilegiato: il pasto era sempre di 400 calorie e il latte era giallastro e allungato con l’acqua delle pozze

Il centro di detenzione per migranti di Abu Salim, in Libia
Il centro di detenzione per migranti di Abu Salim, in Libia

Ogni guardia carceraria ha il suo kalashnikov in mano, ci giurano che portano fuori i bambini una volta al giorno. In verità i bambini escono una volta ogni quattro. Fuori c’è una grande area aperta, dove rimangono a fare niente per un paio di ore, circondati da recinzioni di filo spinato.
CI SEDIAMO accanto al materasso su cui ha dormito per dieci mesi e Victor ci racconta: «Mi hanno arrestato a Garabulli». Vorrebbe dire alla sua famiglia che è ancora vivo, ma non può. All’arresto i soldati libici confiscano tutti i telefoni, così l’unica forma di comunicazione rimasta viene interrotta.
Victor arriva dalla città di Kano, nord-ovest della Nigeria. «Ho pagato 2 mila dollari per attraversare il Niger, sulla via di Agadez. Poi sono arrivato a Sabha in Libia e per altri 700 mi hanno portato a Garabulli».
PRIMA DI RISCHIARE LA MORTE nel Mediterraneo e prima di attraversare i campi di battaglia della guerra civile libica, la maggior parte degli immigrati dall’Africa occidentale passa per Agadez, dove si può arrivare in autobus da qualunque località. È il bordo più settentrionale della cosiddetta zona Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), simile alla nostra area Schengen, in cui si può viaggiare senza il visto.
A Agadez tutti i conducenti di bus si fermano e inizia il contrabbando di persone alla volta deldeserto. Solo alcuni selezionati autisti locali sanno quali dune conducono al Sahara e quali alla morte. In due settimane si arriva a Sabha, senza cibo né acqua.
FINO A 2 MILA MIGRANTI provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana attraversano la Libia ogni settimana, dal posto di controllo di frontiera del villaggio di Tumo, tra Niger e Libia, uno dei tre punti principali di ingresso, pattugliati dall’esercito libico, insieme a Ghat e Ghadames.
Quando Victor racconta i dettagli del suo viaggio i suoi occhi sembrano persi nel vuoto. «Nessun medico viene al centro», ci dice. Non si riesce ad avere un elenco dettagliato di quanti si trovano nelle celle dell’Abu Salim. Nessuno viene informato della ragione per cui viene rinchiuso. Non esiste alcuna registrazione formale, nessun processo legale viene espletato e non è consentito parlare con le autorità giudiziarie.
Solo una volta al mese in una clinica mobile vengono controllate malattie della pelle, episodi di diarrea, infezioni respiratorie e urinarie. Il sistema sanitario in Libia è prossimo al crollo con mancanza cronica di medicinali, apparecchiature medicali e personale.
VICTOR INTANTO CONTINUA il suo racconto: «Dopo 4.000 chilometri, a Garabulli ero pronto ad imbarcarmi insieme a centinaia di altri poveri cristi. Spesso la guardia costiera, costantemente minacciata dai trafficanti, chiude gli occhi. Quella volta ci hanno presi e ci hanno portati a Abu Salim».
Lì ha lavorato per la loro agricoltura, ha trasportato con le catene alle mani sabbia e pietre, ha partecipato alla pavimentazione delle loro strade e alla costruzione dei collettori per i rifiuti. Schernito, maltrattato, violentato e picchiato. È stato trattenuto in prigione perché non aveva soldi sufficienti per pagare la polizia corrotta, custode di sporchi fili spinati.
Come ne escono? Le guardie forniscono un telefono super-lusso au dernier cri ai detenuti e li forzano a chiamare i propri parenti per chiedere loro di trasferire ingenti somme di denaro e comprare così la libertà.
E si continuano ad ascoltare in silenzio queste storie con il gelo che si infiltra nelle ossa. La sensazione è solo quella che ciascuna detenzione sia completamente illegittima.

martedì 20 giugno 2017

IL PD ALL'ATTACCO DELLO SCIOPERO



da http://popoffquotidiano.it/2017/06/17/e-ora-il-pd-vuole-scippare-il-diritto-di-sciopero/

Diritto di sciopero, Gentiloni e Delrio vogliono limitarlo ulteriormente. E la Cgil? Chiede una legge che «recepisca gli accordi già definiti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali»

di Checchino Antonini


gli scioperi in Francia nel 1995

GLI SCIOPERI IN FRANCIA NEL 1995

Dopo il cosiddetto “venerdì nero” dei trasporti, il sabato dell’attacco al diritto di sciopero. Dopo i decreti Minniti Orlando, Palazzo Chigi cerca il frontale con gli scioperanti. E’ l’ennesima operazione del Pd come ogni volta che viene eroso un diritto in questo Paese al punto che sarebbe lecito inziare a interrogarsi se sia mai esistito il berlusconismo visto che dobbiamo a centrosinistra-Ulivo-Pd gli tsunami sociali e umanitari derivanti dall’abolizione dell’articolo 18, dai lager per migranti alla scala mobile, dalla guerra globale agli F35, dal fiscal compact alla “riforma” Fornero, dalla “buona” scuola fino alla precarietà del pacchetto Treu e del Jobs act. Ma davvero in Italia c’è un problema legato al monte ore scioperate? O piuttosto non c’è il dramma di controriforme passate come un coltello nel burro senza nemmeno un minuto di sciopero o con quattr’ore a scoppio ritardato come quando Cgil e Uil hanno scioperato il 12 dicembre 2014 sette giorni dopo l’approvazione del jobs act? E, ancora, è davvero così facile scioperare in Italia con la legge antisciopero voluta nel ’91 anche da Cgil e Pds? L’Italia è il paese europeo col più alto tasso di sindacalizzazione e uno dei posti meno conflittuali.
Non stupisce che a guidare le truppe siano giornali come Corriere della sera, house organ dei salotti buoni della borghesia, e Il Messaggero, organo della famiglia di palazzinari Caltagirone, allergico alle espressioni della conflittualità sociale specie quando si permettono di rivendicare il diritto alla casa. I due giornali, il più diffuso a Milano e il più diffuso a Roma, hanno intervistato il garante per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passerelli, giuslavorista come può esserlo Ichino. Premettendo che lo sciopero di ieri «è legittimo, nel senso che osserva le regole che noi controlliamo. Il problema è che queste regole non sono più adeguate né sufficienti», affonda il nobiluomo avvertendo che «serve un intervento del legislatore» per «impedire che a un sindacatino sia consentito di bloccare un servizio o peggio un’intera città». «I cittadini e gli utenti sono ormai imbestialiti e hanno perfettamente ragione. Siamo di fronte a una proliferazione degli scioperi perché una moltitudine di piccole sigle sindacali può proclamare l’invito all’astensione del lavoro. Per evitarlo serve un intervento normativo, che aggiorni e disciplini meglio la legge», dichiara Santoro Passarelli. «Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza. La soglia potrebbe essere, per esempio, una determinata percentuale di iscritti», prosegue il Garante. «La vera soluzione passa per un sistema fondato sull’effettiva rappresentatività delle organizzazioni sindacali», conclude.

gli scioperi in Francia nel 1995
GLI SCIOPERI IN FRANCIA NEL 1995

A fare il coro il governo, con Gentiloni: «Sottraiamoci a questa maledizione del venerdì nero. Di questi scioperi ideologici che sono un errore. Non ho nulla in contrario a ipotesi di maggiore regolamentazione» degli scioperi, ma con ponderazione perchè l’equilibrio tra il diritto di sciopero e maggiori regole «è delicato». La cosiddetta «maledizione del venerdì nero», ha sottolineato Gentiloni, si articola in questo modo: «alcune sigle, spesso ultra-minoritarie annunciano con grande preavviso un blocco molto importante per la vita dei cittadini, il resto del mondo sociale non prende le distanze, c’è riluttanza da parte dell’universo sociale e anche politico a prendere le distanze e dal punto di vista dei media la maledizione del venerdì nero va alla stragrande: è una responsabilità che tutti ci dobbiamo prendere». Quindi, ha argomentato ancora Gentiloni, sarebbe bello se qui «da Bologna ci impegnassimo a dire: cerchiamo di sottrarci a questa maledizione del venerdì nero e dire che lo sciopero è fatto da minoranze e sindacali». Sarebbe bello se gli «altri sindacati dicessero che non lo condividono e la politica che è un errore. Se prendiamo un impegno del genere – ha concluso Gentiloni – daremmo un contributo positivo: poi ci saranno nuove regole, me lo auguro, ma è argomento delicato da non affrontare con l’emotività».
«Non possiamo rimanere ostaggi di minoranze; è necessario regolare la rappresentanza cioè chi ha diritto di indire sciopero». Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio è tornato, oggi a Venezia, a ribadire la propria contrarietà contro gli scioperi nel comparto che ieri hanno causato forti disagi in Italia. «Se le sigle non sono sufficientemente rappresentative – ha proseguito – bisogna trovare modalità differenziate cioè avvertire molto prima per evitare disagi. Credo ci sia ancora tanto lavoro da fare. Siamo pronti a farlo assieme al parlamento sapendo che la questione è molto delicata. Certo è – ha concluso il ministro – che noi non selezioniamo nulla. Devono essere i lavoratori a scegliere i sindacati. Noi tuttavia prendiamo atto di chi è rappresentativo e di chi non lo è. Non è pensabile che una città come Roma diventi ostaggio per un’adesione allo sciopero di 15%».
Un attacco così feroce che perfino Susanna Camusso deve simulare una reazione dal palco di piazza San Giovanni davanti a migliaia di persone scese in piazza con la Cgil: «non ci piace l’attacco al diritto di sciopero». Ma anche il messaggio della segretaria generale di Corso Italia non è privo di ambiguità. Prima dice che lo sciopero di ieri era «sbagliato» e, a suo dire, senza piattaforma, poi ha ha spiegato: «Penso che il tema non sia quello della legge e del diritto di sciopero che va salvaguardato, peraltro ricordo che è un diritto costituzionale in capo ai singoli lavoratori anche se organizzato collettivamente, il tema è che finalmente il Governo si decida a fare la legge sulla rappresentanza e per questa via determinare chi ha rappresentanza e credibilità fra i lavoratori».
La Cgil, dunque, chiede una legge sulla rappresentanza che «recepisca gli accordi già definiti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali». Accordi capestro, firmati con entusiasmo dalla triplice, che  impediscono qualsiasi dissenso alle Rsu e ai lavoratori e disarticolano, depotenziandolo, il contratto nazionale. Meno salario, meno diritti, meno sindacato. E, se non cambia il vento, fra poco meno diritto di sciopero.
Sapere tutto ciò può essere importante mentre nelle città al ballottaggio è in corso il pressing sugli elettori di sinistra perché corrano a votare candidati a sindaco del Pd, altrimenti, si usa dire, torna la destra.
Per comprendere cosa potrebbe essere uno sciopero, vale la pena ricordare l’esperienza francese del 1995: i sindacati proclamano lo sciopero generale di 24 ore del pubblico impiego e dei trasporti che si svolge il 24 novembre. 5 milioni in sciopero, il Paese si paralizza, code di auto di chilometri circondano le città. Da quel momento ha inizio la mobilitazione destinata a rimanere in scena per tre settimane e a piegare Juppé. I ferrovieri infatti decidono di rimanere in sciopero. Seguono i trasporti della città di Parigi (RPT), le poste, i telefoni (France Telecom), i lavoratori dell’azienda elettrica (EDF). Si uniscono anche gli universitari, in agitazione già da ottobre per ottenere maggiori fondi per l’istruzione e migliori condizioni di studio. Il 30 la Francia è già alla paralisi: mezzi fermi e negozi semivuoti, ma Juppé dichiara che “il calendario delle riforme sarà mantenuto” e il primo di ottobre invita a costituire in tutto il Paese “comitati di utenti”. Ma l’appello cade nel vuoto: anche i giornali di destra riportano sondaggi dove si evidenzia la simpatia di massa di cui gode il movimento. In Italia, in occasioni simili, le tv si affannano a cercare onesti cittadini che sono rimasti a piedi e che sono disposti a sputare veleno contro chi sciopera per un diritto. In Francia, invece, ci furono aperte manifestazioni di solidarietà con chi scioperava. Il 5 dicembre le manifestazioni che si svolgono in tutto il Paese raccolgono 700.000 persone nelle piazze, ma Juppé non cede e si limita concedere ai dirigenti sindacali una convocazione “al fine di esaminare le modalità di applicazione delle riforme e i metodi di consultazione e di dialogo”. Il 7 si raccolgono un milione di persone nelle manifestazioni, il governo affida ad un mediatore il compito di negoziare, ma i sindacati rifiutano: vogliono Juppé al tavolo delle trattative. La paralisi diviene sempre più grave, in un clima di crescente coinvolgimento popolare e sostegno da parte dell’opinione pubblica. Il 10 Juppé dichiara in TV di essere disponibile al negoziato. Il 12 due milioni di manifestanti si raccolgono nei cortei. Juppé cede sui due punti chiave: piano di ristrutturazione delle ferrovie e pensioni, ma non sugli altri aspetti del suo pacchetto. A partire dal 15 c’è un lento rientro nella normalità. Il 16 dicembre la manifestazione conclusiva raccoglie ancora nelle piazze più di un milione di persone. 

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