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martedì 24 ottobre 2017

AL MULINO DELLA LEGA


A parte il volo pindarico su un' inesistente possibile forza di sinistra come se fosse un attore reale e concreto (e che, se esistesse come tradizione laburista farebbe forse più danno che altro vista la piega dei labour parties), un buon quadro: nessuno ha in mente autonomie o indipendenze, sono tentativi di cavalli di battaglia elettorali nonchè, forse, uno scontro tra fazioni della Lega, con una base che in queste regioni per gran parte rimane ancorata alla tradizionale Lega di Bossi più che a un partito goffamente lepenista.




da   https://ilmanifesto.it/la-destra-alza-la-posta-la-sinistra-sbanda/


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Il centrodestra sente il vento nelle vele e ora, dopo i referendum di Lombardia e Veneto, aspetta di prendere il largo con il voto regionale siciliano, antipasto dell’agognato approdo al governo con le elezioni politiche nazionali. Inutile dal punto di vista tecnico-amministrativo (l’Emilia Romagna è già in trattativa con il governo, senza aver avuto bisogno di spendere decine di milioni per consultare i suoi concittadini), il rito referendario di domenica è stato invece utilissimo nella costruzione della futura leadership del centrodestra e nell’evidenziare gli sbandamenti a sinistra.
Certo Maroni, Zaia e Salvini devono ringraziare gli entusiasti del Pd che hanno fatto campagna elettorale per loro, sindaci come quello di Bergamo, o come certi parlamentari contenti perché finalmente «è arrivata la spallata e Zaia ora ha un ampio mandato», secondo l’opinione di una piddina trevigiana. Questi strateghi forgiati alla scuola del renzismo, in profonda sintonia con i loro colleghi leghisti, hanno portato acqua al mulino di Salvini.
Nonostante il coro berlusconiano dica che a uscirne vincente è il trio Maroni-Berlusconi-Zaia, come se Salvini non fosse l’azionista di maggioranza dello schieramento, quasi un leghista modificato dal nazionalismo antieuropeo, è vero invece che il partito salviniano ha segnato un punto pur giocando la partita in casa.
Una squadra rafforzata dall’exploit del veneto Zaia, vero vincitore del referendum, il più in sintonia e in continuità con la vecchia Lega come si capisce oltre che dal commento post-referendario («il Veneto non sarà più quello di prima», «padroni a casa nostra»), soprattutto dal rilancio della posta, con la richiesta dello status di regione speciale per il Veneto e della restituzione del residuo fiscale. Materie bollenti, due fronti di conflitto non componibili messi sul piatto della competizione elettorale, con una forza accresciuta dall’aver portato al voto 5,5 milioni di elettori delle regioni italiane economicamente più forti.
La sinistra reagisce al rafforzamento del centrodestra in modo maldestro, o sottovalutando il risultato o, all’inverso, suonando il campanello del Nazareno vale a dire chiedendo a Renzi un incontro per verificare le condizioni di una alleanza, come ha fatto il gruppo di Bersani. Un escamotage tattico visto che le condizioni per sedersi al tavolo sarebbero la modifica della legge elettorale, la cancellazione del Jobs act e della buona scuola. (E proprio mentre si profila una nuova fiducia, al senato, sulla materia elettorale giunta al suo decisivo passaggio parlamentare).
Cercare ancora l’accordo con il Pd di Renzi certo non rafforza lo spirito di chi a sinistra tenta faticosamente di dare agli elettori disamorati una ragione fondativa di un nuovo partito con salde radici laburiste e una cultura politica libertaria e di sinistra. Oltretutto farsi dire di no dal segretario del Pd più che un’idea di responsabilità restituisce l’impressione di una debolezza. Tanto più che dopo il secco rifiuto alle modifiche della legge elettorale, ieri Renzi ha pure messo il cappello sui referendum sostenendo che nessuno più di lui vuole colpire lo Stato-esattore. Allargando così la via maestra della grande coalizione per un governo che «nei primi mesi della prossima legislatura cominci con un accordo delle forze politiche» per abbattere le tasse. Con buona pace di chi, a sinistra, finge di non aver ancora capito bene il messaggio.

lunedì 23 ottobre 2017

LA BATTAGLIA DI BOMBA


da   https://ilmanifesto.it/la-battaglia-di-bomba-790-anime-resistono-alle-trivelle-in-val-di-sangro/


Capitalismo estrattivo. In Abruzzo c'è un rischio Vajont. Il giacimento di gas sotto un lago artificiale solletica multinazionali di ogni latitudine. La lotta paga: l'americana Forest Oil è stata respinta ed è fallita. Ora ci riprova la Cim con un progetto ancora più impattante. La diga contiene 70 milioni di metri cubi d'acqua. Sorge in una zona sismica e franosa, soggetta a subsidenza. Se si trivella può succedere l’imprevedibile


Era il 18 maggio 2015 e a Bomba, un pugno di case tra le colline della Val di Sangro, in provincia di Chieti, pensavano di avercela fatta. Di essere riusciti, loro, appena 790 abitanti, a «cacciare» dal paese gli americani, i petrolieri di Denver, Colorado, che dal 2004 «insidiavano» il borgo. Quel giorno, il 18 maggio, campane di giubilo. Perché il Consiglio di Stato, dopo più di 5 anni anni di lotte, aveva decretato, in maniera definitiva, che quei luoghi, un paradiso incastonato tra i boschi, non possono essere trivellati: è pericoloso, perché è zona altamente franosa e sismica.
BOMBA, che ha dato i natali ai fratelli Spaventa, si slarga su un cocuzzolo che quasi si specchia nell’omonimo lago sottostante: bacino artificiale, con diga, costruito a cavallo tra il 1957 e il 1960 lungo il corso del fiume Sangro, le cui acque alimentano una centrale sfruttata, tutt’oggi, dalla società Acea, che ne ricava elettricità per illuminare buona parte di Roma. Lo sbarramento – come spiega un film documento dell’epoca – è stato realizzato «in terra compattata» per assicurarne la stabilità. Nel 2004 la statunitense Forest Oil Corporation, attraverso la sua controllata italiana Forest Cmi Spa, ha esplorato l’area attorno al lago e ha trovato, anzi ritrovato, il giacimento di gas naturale denominato “Colle Santo”. E, il 20 febbraio 2009, ha chiesto, all’Ufficio nazionale minerario, la concessione per procedere allo sfruttamento.
PERFORAZIONI A MILLE METRI di profondità, per tirar fuori 238 milioni di metri cubi di metano: circa 650 mila metri cubi al giorno per 12 anni. E poi una raffineria, con impianto di desolforazione, ad un palmo dal centro abitato. Ma – salta subito fuori – la messa in produzione di quel giacimento non è possibile per problemi geomorfologici, legati alla storica instabilità dei posti e al minaccioso fenomeno della subsidenza, cioè il suolo che cede e sprofonda. Nel 1992, Agip, gruppo Eni, la prima aver effettuato sondaggi e ad aver creato pozzi per l’estrazione, aveva rinunciato. Forest, però, intravede montagne di bigliettoni e non demorde. Ma non lo fa neppure il territorio, con i suoi cittadini, i comitati, le associazioni.
«BISOGNA RESISTERE». Così è stato. Tutti i balconi di Bomba si vestono di lenzuoli: «No raffineria». Cortei, manifestazioni, ricorsi, dossier, carte bollate, le osservazioni di contrarietà, la «rivolta» di decine e decine di Comuni e della Provincia. Compatti e cocciuti. Arrivano i primi dinieghi, del comitato Via (Valutazione impatto ambientale) della Regione: parere sfavorevole del 10 aprile 2012 e del 20 novembre 2013. Le ragioni? La raffineria prevista, con emissioni di idrogeno solforato, potente veleno, contrasta «con il piano regionale di qualità dell’aria» e poi nel caso si innestassero fenomeni di subsidenza questi sarebbero irreversibili, con «conseguenti danni insostenibili per la popolazione» e quindi va applicato «il principio di precauzione». Principio che, a seguire, è anche il cardine della sentenza numero 02495/2015 della quinta sezione del Consiglio di Stato, che, due anni or sono, boccia irrevocabilmente il progetto: alla magistratura hanno fatto ricorso Wwf e il comitato «Gestione partecipata del territorio» di Bomba.
«IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE – scrive il Consiglio di Stato – fa obbligo alle autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire i rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente, ponendo una tutela anticipata… L’applicazione del principio di precauzione comporta dunque che, ogni qual volta non siano conosciuti con certezza i rischi indotti da un’attività potenzialmente pericolosa, l’azione dei pubblici poteri debba tradursi in una prevenzione anticipata…». Stop, dunque, alle ambizioni a stelle e strisce.
UNA BATOSTA per la multinazionale statunitense, che opera nel settore degli idrocarburi dal 1916, e che ai propri investitori, sulle pagine del Wall Street Journal, è costretta ad annunciare la perdita di 35 milioni di dollari. È tracollo finanziario e il motivo è… Bomba. Il colosso Forest, malamente inciampato in questo lembo d’Abruzzo, fallisce. «The end», così dovrebbe concludersi la storia, con i festeggiamenti, che pure ci sono stati, degli irriducibili di Bomba che cantano vittoria. In Italia però, patria del nulla è certo e/o definitivo, accade che, pochi mesi dopo, con istanza pervenuta al ministero dello Sviluppo economico il 20 maggio 2016, protocollo 11210, la Cmi Energia Spa ripropone lo stesso progetto, più impattante e con delle varianti. Cmi (Compagnia meridionale idrocarburi), con sede legale a Roma, ma con governance canadese, è nata per mano di manager della Forest Cmi Spa. Modifica parziale della denominazione, passaggio del titolo minerario da una società all’altra et voilà, si riparte.
LA PROCEDURA RIPARTE, daccapo. «Possibile – domanda Alessandro Lanci, del movimento Nuovo Senso Civico – che non si tenga conto neppure di quanto deciso dal Consiglio di Stato?». Cmi chiede la messa in produzione dei pozzi esistenti a Bomba, con possibilità di realizzarne ulteriori 2-3. E di costruire, su tre ettari, «una centrale di trattamento (raffineria, ndr) che, invece che a Bomba, viene ora posizionata nella zona industriale di Paglieta (Chieti) e che verrebbe collegata ai pozzi tramite un gasdotto di circa 21 chilometri, che andrebbe a tagliare diversi centri della Val di Sangro quali Archi, Roccascalegna, Torricella Peligna, Pennadomo, Villa Santa Maria, Atessa, Colledimezzo, Altino e Perano. Progetto ritenuto «strategico» dal governo e attualmente all’esame del comitato Via (Valutazione impatto ambientale) nazionale che ha avocato a sé la questione, rifiutando il confronto con il territorio, che è di nuovo mobilitato. E in allerta, perché si teme uno scellerato nulla osta. «In questi giorni – spiega Massimo Colonna, chimico, di “Gestione partecipata del territorio”, in prima linea nella battaglia – , insieme a Wwf e a Legambiente, abbiamo predisposto una diffida da inviare al ministero dell’Ambiente, affinché la commissione Via esprima la propria contrarietà, e una richiesta al ministero dello Sviluppo economico per far dichiarare definitivamente non sfruttabile il giacimento». Negli atti si evidenzia che la nuova istanza «è illegittima, in quanto chiede di sottoporre a giudizio di compatibilità ambientale un progetto identico a quello bocciato dal Consiglio di Stato appena poco più di un anno prima. Tutto ciò – viene aggiunto – è offensivo nei confronti degli enti che già si sono espressi in merito in passato. La situazione idrogeologica dei luoghi, del resto, è la stessa».
TERRENI FRIABILI, sfaldabili, soggetti a continui smottamenti e che cingono un bacino idrico che racchiude 70 milioni di metri cubi d’acqua. «Le sponde del lago sono tutte franose; in particolare quella sinistra, sotto Montebello sul Sangro. E quella zona rassomiglia tanto al Monte Toc del Vajont, che produsse l’immane sciagura nel 1963»: è l’avvertimento che il 6 maggio 2010 lanciò, con raccomandata alla Regione e al Mise, Nicola Berghella, che aveva 86 anni, che era stato dirigente Acea e che dagli anni Cinquanta aveva seguito, passo passo, la realizzazione della diga, dagli espropri al taglio del nastro. Berghella, morto nel 2015, si era preoccupato di mettere in guardia le istituzioni. «Estrarre gas nelle vicinanze della diga, se non addirittura sotto il lago – scrisse – è a dir poco azzardato, assolutamente da evitare, considerando l’assoluta instabilità dei terreni. I pericoli sono potenziali e latenti e bisogna tenere conto del fenomeno della subsidenza, con le sue imprevedibili effetti. Ed in caso di possibili crepe alla diga o di franamenti delle sponde del lago e conseguente tracimazione, c’è soltanto il disastro inimmaginabile per tutta la Valle del Sangro, per le abitazioni e gli insediamenti industriali. Occorre pertanto evitare di andare a stuzzicare la zona».
LA PRIMA CONCESSIONE per l’estrazione di gas a Bomba fu rilasciata il 2 agosto del 1967 alla Società Meridionale Idrocarburi; il 30 gennaio 1969 fu trasferita ad Agip che avrebbe dovuto iniziare la produzione nel 1971 e che, dopo quasi 25 anni di proroghe, tentativi, di rilevamenti e perizie, di studi morfologici, idrodinamici e sismotettonici dovette abbandonare, per i rischi connessi. C’è una nota, del primo febbraio 1993, dell’allora ministero dell’Industria e dell’Artigianato che riassume le traversie vissute da Agip e pone l’accento sulla «presenza di vaste aree franose attive ed importanti dislocazioni tettoniche», sulla «sismicità medio-elevata, dovuta a movimenti di origine profonda del fronte appenninico della Majella e alla presenza di faglie…». «Pur trattandosi – conclude il ministero – di un adunamento di idrocarburi di ragguardevoli dimensioni, le numerose problematiche ambientali che si frappongono appaiono insanabili… Solo svuotando il lago si potrebbe procedere…».

domenica 22 ottobre 2017

SUNDAY MAGAZINE


QUASI UN EPIGRAMMA


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Il contorsionista nel bar, melanconico
e zingaro, si alza di colpo
da un angolo e invita a un rapido
spettacolo. Si toglie la giacca
e nel maglione rosso curva la schiena
a rovescio e afferra come un cane
un fazzoletto sporco
con la bocca. Ripete per due volte
il ponte scamiciato e poi s'inchina
col suo piatto di plastica. Augura
con gli occhi di furetto
un bel colpo alla Sisal e scompare.
La civiltà dell'atomo è al suo vertice.

sabato 21 ottobre 2017

LA GUERRA DELLO SMOG


da   https://ilmanifesto.it/smog-una-guerra-invisibile-da-9-milioni-di-morti/




Un valore economico di 4,6 trilioni di dollari all’anno andato in fumo. Equivale al 6,2% della produzione mondiale; più della ricchezza complessiva generata annualmente in Giappone, l’equivalente di Regno Unito e Italia messe insieme.
Un trilione è una cifra impegnativa: si scrive con 18 zeri e si fatica a pensarla. Ma ne abbiamo esperienza quotidiana: è la quantità di ricchezza e benessere distrutta ogni anno dall’inquinamento atmosferico.
Le cifre dell’economica sono sbalorditive ma fredde, quelle della medicina dicono meglio: la somma degli inquinanti in atmosfera, acqua e suolo, a livello globale, causa annualmente 9 milioni di morti.
Quindici volte le vittime di tutte le guerre in corso sul Pianeta e di tutti gli atti di violenza. La mortalità generata dall’inquinamento atmosferico è stimata in circa 6,5 milioni.
Questi dati emergono dal rapporto preparato dalla Lancet Commission on Pollution & Health, pubblicato da poche ore. Vengono resi noti in giornate in cui sulla Pianura Padana, come immortalato da una foto dell’astronauta Nespoli, si stende una cappa di smog visibile dallo spazio.
“Torino come Pechino” è stato il titolo giornalistico, facile ma veridico, coniato per rendere l’immagine di quanto avviene. Nel capoluogo sabaudo la concentrazione delle polveri è salita a oltre il doppio del valore individuato dalla normativa come soglia di allarme.
Dal Comune raccomandano di tenere le finestre chiuse, limitare gli spostamenti, non riscaldare i luoghi indoor oltre i 19 gradi. E partono anche misure di limitazione al traffico privato che sembreranno draconiane – in un Paese in cui per molti l’automobile è vettore solo e unico della mobilità – e che invece sono insufficienti ed emergenziali.
E come tali destinate solo a tamponare un fenomeno che ha invece una portata cronica.
Le fonti dell’inquinamento atmosferico, in un ambiente urbano, sono molteplici. Dipendono principalmente dalla mobilità, dall’edilizia, dall’industria. Variano da contesto a contesto ma, in generale, il loro contributo specifico al problema complessivo, inquinante per inquinante, è noto.
La situazione, da vent’anni a questa parte, nelle nostre città è in parte migliorata. Ma i miglioramenti sono appunto settoriali e non sufficienti.
Le città italiane – e quelle del nord padano in particolare – sono meno esposte ai fumi dell’industria; e l’efficienza energetica sta riducendo (anche se troppo lentamente) le emissioni che vengono dall’edilizia. Il settore che meno di altri contribuisce al risanamento dell’aria che respiriamo nelle nostre città è certamente quello della mobilità.
Greenpeace si sta occupando, in questo periodo e su scala europea, di un inquinante specifico: il biossido di azoto, un gas cancerogeno emesso in larga quantità dai veicoli diesel.
In una città come Roma oltre tre quarti del NO2 in atmosfera viene dai veicoli a gasolio. In difformità dall’immaginario collettivo, benché sia un inquinante precursore anche delle polveri sottili, non è un inquinante “padano”: la capitale e Palermo, ad esempio, registrano concentrazioni medie annue non dissimili da Milano e Torino, e sempre ben al di sopra della soglia indicata dall’Oms per la protezione della salute umana (40 microgrammi/metro cubo).
Secondo un recente rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente l’Italia è il paese europeo dove l’NO2 ha gli impatti sanitari maggiori: oltre 17mila casi l’anno di mortalità prematura.
I bambini sono i soggetti più esposti agli effetti patogeni del biossido di azoto. Per questo, nelle ultime settimane, Greenpeace ha monitorato l’aria in prossimità di dieci scuole romane, asili ed elementari.
Dieci monitoraggi su dieci mostrano livelli di inquinamento costantemente allarmanti, con picchi – in concentrazioni medie su dieci minuti – fino a 111,4 μg/m3: un valore abnorme, se si considera che già nel 2005 l’Oms segnalava come nei bambini gli effetti patogeni sul sistema respiratorio siano provati anche per concentrazioni inferiori ai 40 μg/m3.
“Biossido di azoto” è una dizione sconosciuta ai più. “Dieselgate” lo è certamente meno. I veleni che respiriamo sono anche e soprattutto il risultato composito di una gigantesca frode industriale, dell’attività di lobbying dell’industria automobilistica, di controllori “distratti”, di decisori pavidi. La sfida immediata resta quella di salvarci i polmoni. E una tra le poche soluzioni a disposizione, la più urgente, è una rivoluzione della mobilità.
*  responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace

venerdì 20 ottobre 2017

POLITICA E BANCHE


da   http://www.senzasoste.it/renzi-attacca-bankitalia-bridgewater-attacca-piazza-affari/




Narra un vecchio aneddoto della storia dei partiti politici che, in Francia il primissimo premier espressione di un cartello delle sinistre, Édouard Herriotfu ricevuto, una volta assolti gli obblighi per la presa in carica di primo ministro, dal presidente della Banca di Francia. Herriot non era uno sprovveduto, era già stato ministro in governi di coalizione, sarebbe stato presidente del consiglio altre due volte assieme a numerosi incarichi fino all’ultimo anno di vita. Bene, con suo stupore Herriot, ricevette dal presidente della Banca di Francia una vera e propria lezione su cosa, nel bilancio dello stato francese di allora, era di reale competenza della banca nazionale e cosa davvero del resto delle istituzioni. Di fatto, narra sempre l’aneddoto, Herriot si accorse di non governare più del cinque per cento del bilancio dello stato. Decine di anni di finanziarizzazione della vita pubblica francese, a partire dai boom di borsa sotto Napoleone III, avevano ridotto moltissimo il margine di manovra finanziario a disposizione delle istituzioni della sovranità popolare. Come è andata a finire è qualcosa di noto. Herriot, senza un reale bilancio dello stato a disposizione, provò a mantenere il consenso con misure sia simboliche che a costo zero per le casse pubbliche: il trasferimento al Panthéon delle ceneri di Jean-Jaurés (eroe socialista-pacifista), amnistia per gli scioperanti e per gli ammutinati della prima guerra mondiale, diritto di sindacalizzazione esteso ovunque, creazione di un consiglio nazionale dell’economia senza reali poteri.
Le ultime pagine del libro sono come ci si può immaginare: guerra finanziaria contro le istituzioni francesi, attacco al franco, impossibilità statuale di trovare le risorse per far fronte a questo attacco e caduta del primo governo francese di sinistra. Negli anni ‘20, come oggi, non c’era bisogno di un Pinochet per abbattere un governo di sinistra. Era, ed è, affare, nel senso anche di guadagno, delle piazze finanziarie. Perchè abbattere i governi è un affare finanziario, per chi scommette al momento giusto, non dimentichiamolo.
Questo genere di lezione non è mai stato assimilato dalle sinistre italiane, infatti sono allo stato residuale, che hanno rimosso pure la vicenda Tsipras. Ma è, in qualche modo, è stata fatta propria da Matteo Renzi che, alla vigilia della scadenza del mandato di Visco a Bankitalia, ha fatto votare alla camera una mozione, di fatto, di sfiducia del governo proprio a Visco.
Ma cosa c’entra, nel quadro normativo odierno, una mozione di sfiducia del parlamento a Visco? Assolutamente niente. La legge del 286 del 2005, quella attualmente in vigore, prevede una procedura di nomina del presidente di Bankitalia che passa da una serie di istituzioni -Presidenza del Consiglio, della Repubblica, Consiglio Superiore Banca d’Italia etc- ma non dal Parlamento. Non entriamo nel merito delle polemiche tra casi umani che traboccano sui media (Veltroni, Gentiloni, lo stesso Renzi) è evidente che quello che è accaduto, nel linguaggio istituzionale, è un atto forte. Di una istituzione, la Camera dei Deputati, che cerca di mettere i piedi nel piatto delle nomine che, formalmente, appartengono ad altre istituzioni dello Stato. Con un preciso mandante, Renzi, che dice una cosa chiara tipo «di fronte a quanto sta accadendo nel mondo bancario le nomine non passano sulla testa mia e del gruppo dirigente del Pd». E’ cosi’ altrettanto evidente che Renzi è debole entro l’attuale procedura di nomina, altrimenti non si comporterebbe in questo modo.
Tra gli attuali osservatori del nesso banche-politica, ci riferiamo a quelli acuti e attendibili, ci sono quindi due filoni di interpretazione di questi fatti. Il primo sostiene che è solo propaganda elettorale, perché Renzi non avrebbe il tempo materiale e le sponde relazionali per preparare una propria candidatura; il secondo che l’atto irrituale fatto votare in parlamento finirà, visto lo spessore dei poteri irritati da Renzi, per ritorcersi contro l’attuale segretario del Pd.
Anche perché chi difende Visco non è poco importante: l’Associazione Bancaria Italiana, miracolata dai venti miliardi messi a disposizione dal decreto Gentiloni, e tutto l’establishment politico-istituzionale che conta (al quale si è accodata la Cgil, parente ridotto sul lastrico, ma pur sempre parente, di questo establishment).
Solo che Renzi ha capito la lezione di Herriot, e lo ha fatto stando a Palazzo Chigi. Con un presidente, come Visco, eletto nei mesi difficili della crisi del 2011 dopo che Draghi era andato alla Bce, parte integrante della filiera Bankitalia-Bce un Presidente del Consiglio può fare poco. Se non vantarsi della ripresa economica quando, seppur a cifre basse, appare grazie alle (pericolose) politiche della Banca Centrale Europea. Oppure difendersi dagli attacchi dei media quando le cose vanno male ma senza attaccare la Bce. Un po’ poco per Renzi che ha bisogno di andare in deficit a fondo per la sua politica di «redistribuzione» alle grandi ditte committenti di appalti pubblici di ogni genere. E tanto più con il 2018 che, per le banche italiane, può annunciarsi di nuovo difficile. Per tutto questo ci vuole un presidente di Bankitalia che si allinei con il governo non con la Bce. Istituzione che si avvia, per motivi interni ed europei, a muoversi in modo diverso da quanto desiderato da Renzi. Per non parlare della Ue.
Certo c’è da chiedersi cosa controllerà il prossimo presidente della Banca d’Italia, con la prossima tornata di competenze di vigilanza che passeranno alla Bce, ma un punto per Renzi pare essenziale. C’è anche da chiedersi perché l’ABI difenda Visco e non Renzi. Ma sono, per quanto grossi, dettagli. Il punto è che Renzi, non più Presidente del Consiglio ma aspirante attore forte del prossimo governo, vuole una Bankitalia meno estranea alle proprie esigenze. Certo, i nemici che si è fatto stavolta sono seri, e pericolosi, non c’è da dubitarlo.
C’è anche da dire che Renzi, in questi anni, si è mostrato vicino sia a una rete di potere bancario italiano, territoriale (il caso Etruria non nasce sugli alberi..), che a settori di capitalismo di ventura londinesi (vedi Serra di Albertis che ha fatto bingo scommettendo al ribasso su MPS grazie a informazioni della presidenza del consiglio) che a qualche grande banca d’affari. Vedi JP Morgan che, comunque, nonostante gli sia stata offerta MPS si è vista interessata all’Italia ma è rimasta lontana (dallo scottarsi). E fatto da non sottovalutare, qui, è che il comunicato della sfiducia Pd alla Camera sia, per i media, stato redatto prima in inglese, e consegnato all’agenzia Reuters, e solo dopo tradotto in italiano. Segno, voluto, che si guarda prima ai movimenti finanziari verso l’Italia e poi a cosa accade nostro paese. E questi movimenti, al momento, sono destabilizzanti. Ma quanto?
Il conto è semplice, il fondo Bridgewater, il più grande del pianeta, gestisce asset per 160 miliardi di dollari, sta scommettendo contro l’Italia e sul crollo di buona parte di Piazza Affari. E su quali titoli ? Energia, tra cui l’Eni (che è un asset pubblico molto importante) e, guarda te il caso, titoli bancari. Ecco una mappa delle scommesse che Bridgewater ha fatto sui titoli italiani per guadagnare dal loro crolli, per puntate complessive di 1,4 miliardi di lire. La ricostruzione è di Bloomberg. Ci troviamo la polpa sia del sistema energetico che di quello bancario-assicurativo del paese. Roba che se la scommessa andasse a buon fine il paese finirebbe a gambe per aria. Un tema un po’ più serio di quello della data delle elezioni, insomma.


Con questo non vogliamo dire qui che Renzi e Bridgewater fanno parte dello stesso complotto. Neanche che la scommessa andrà a buon fine, si chiama scommessa e i mercati finanziari sono fenomeni ad alta complessità. Oltretutto la massa di denaro investita, se confermata, è importante e magari, in qualche modo, potrebbe rientrare senza portare la scommessa fino in fondo. Solo che in Italia c’è una falla sistemica, nel comparto bancario, frutto di fattori globali e locali, sulla quale tutti si buttano. I segretari del partito di maggioranza e i fondi speculativi. E finchè questa falla non verrà sistemata l’Italia sarà alla mercé di scorribande di ogni tipo, nazionali e globali. E per sistemare la falla il problema non è tanto, o solo, contabile. O di regolazione della Bce. La rivoluzione Fintech, l’ibridazione tra finanza e tecnologia che rende le banche sempre più obsolete, avanzerà nei prossimi anni rendendo più difficoltosi gli equilibri raggiunti dalle banche nella crisi. A seconda delle pieghe prese da questa rivoluzione la sua portata può essere pari a quella dell’MP3 verso l’industria discografica. Bridgewater lo sa più di Renzi ma, per entrambi, questa quiete prima di una possibile tempesta va sfruttata.
Finiamo con un po’ di divertimento. Parliamo di quegli ascari in confusa ricerca di padrone, essendo senza più negus ma senza nemmeno il comando del governatore del duce, chiamati MDP. Il loro capo, in verità più capocomico che capobranco, sostiene, per sostenere Visco, che delle banche non bisogna parlare pubblicamente. A differenza di Renzi, duole dirlo, non ha afferrato la lezione di Herriot. Più la politica è silenziosa nei confronti delle banche più è facile che la sovranità popolare non abbia un centesimo a disposizione. Certo, a Renzi il centesimo servirebbe per le grandi ditte amiche, ma il fenomeno è qualcosa di elementare. Forse non per Bersani che è rimasto visibilmente ad oltre trenta anni fa. Quando la realtà, per lui, ha spiccato il volo fino a diventare irraggiungibile.

giovedì 19 ottobre 2017

mercoledì 18 ottobre 2017

GLI ITALIANI MIGRANTI


da  http://popoffquotidiano.it/2017/10/17/cervelli-in-fuga-e-italiani-allestero-emigrazione-e-disoccupazione-rapporto-migrantes/

Rapporto Migrantes. Al primo gennaio 2017, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Aire sono 4.973.942, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Nel 2016 48.600 italiani nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero


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ROMA – Al primo gennaio 2017, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) sono 4.973.942, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Dal 2006 al 2017, la mobilità italiana è aumentata del 60,1% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti. Nell’ultimo anno l’aumento è del +3,4%. È quanto emerge dalla XII edizione del ‘Rapporto Italiani nel Mondo’ della Fondazione Migrantes, presentato a Roma questa mattina.
Da gennaio a dicembre 2016, le iscrizioni all’Aire per solo espatrio sono state 124.076 (+16.547 rispetto all’anno precedente, +15,4%), di cui il 55,5% (68.909) maschi. Il 62,4% sono celibi/nubili e il 31,4% coniugati/e. Oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha un’eta’ compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9 mila in piu’ rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%). Le partenze – spiegano i ricercatori – non sono individuali ma di “famiglia” intendendo sia il nucleo familiare piu’ ristretto, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia “allargata”, quella cioe’ in cui i genitori – ormai oltre la soglia dei 65 anni – diventano “accompagnatori e sostenitori” del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). A questi si aggiunga il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti “disoccupati senza speranza” tristemente noti alle cronache del nostro Paese poiche’ rimasti senza lavoro in Italia e con enormi difficolta’ di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la propria famiglia e il proprio regime di vita.
Le donne sono meno numerose in tutte le classi di eta’ ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita piu’ lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la propria residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 e’ stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Il Regno Unito, con 24.771 iscritti, registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito dalla Germania (19.178), dalla Svizzera (11.759), dalla Francia (11.108), dal Brasile (6.829) e dagli Stati Uniti (5.939). (DIRE)

martedì 17 ottobre 2017

IL RESTO MANCIA



da  https://ilmanifesto.it/superticket-confermato-e-no-sulle-pensioni-e-la-manovra-no-social/



Una legge di Bilancio, quella varata dal Consiglio dei ministri (Cdm) di ieri, che di «sociale» ha davvero poco. Cassate le richieste avanzate da sinistra e sindacati, ovvero l’eliminazione del «super ticket» sanitario e lo stop all’aumento dell’età pensionabile previsto dalla legge Fornero. L’entità è di 20 miliardi di euro, è finanziata per una buona metà dalla flessibilità sul deficit e per il resto dai tagli alle spese (3,5 miliardi) e nuove entrate (5,1 miliardi). Ma più di due terzi, 15,7 miliardi, se ne vanno per evitare l’aumento dell’Iva.
IL RESTO, POCO PIÙ di 4 miliardi di euro, viene spartito tra gli sgravi per le assunzioni dei giovani, alcuni incentivi alle imprese come il superammortamento, i fondi per il Rei (reddito di inclusione), i contratti del pubblico impiego. La novità sul fronte del pubblico riguarda l’assunzione di 1500 ricercatori e un «impegno» sugli scatti di anzianità per i docenti universitari, categoria che per la prima volta aveva protestato qualche settimana fa. Promessi anche miglioramenti di stipendio per i presidi.
SGRAVI ASSUNZIONI. Viene prevista una decontribuzione fino al 50% per tre anni: solo per l’anno prossimo la soglia delle assunzioni incentivate sarà valida fino al compimento dei 35 anni di età. Negli anni successivi la soglia si abbasserà. Questo capitolo vale 338 milioni per il 2018 e il governo ha detto di puntare a 300 mila nuove assunzioni stabili. Lo sgravio contributivo è portato al 100% per i giovani assunti al Sud. Sempre nel Sud lo sgravio resta al 100% anche per tutti i disoccupati da almeno sei mesi, indipendentemente dall’età.
REDDITO DI INCLUSIONE. È, o meglio, sarebbe, il fiore all’occhiello della lotta alla povertà della manovra. Si confermano i 600 milioni già annunciati, che però sono assolutamente insufficienti a rispondere anche solo agli italiani in povertà assoluta. L’Alleanza contro la povertà ha calcolato che l’assegno – di per sé esiguo, dai 190 ai 480 euro – potrà raggiungere solo 1,8 milioni di nostri concittadini, pari al 38% degli italiani in povertà assoluta. Perché risultasse davvero incisivo, servirebbero circa 5,1 miliardi da stanziare in tre anni.
CONTRATTI E PROF. Per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego – che erano fermi da ben sette anni, cioè dal 2010 – la dote stanziata è di 2,6 miliardi: servono a garantire 85 euro di aumento ai 3,2 milioni di statali, compresi i docenti di scuola. È previsto anche un aumento degli stipendi dei presidi, che verranno gradualmente equiparati ai dirigenti pubblici. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uscendo dal Consiglio dei ministri, ha poi annunciato l’assunzione di 1.500 ricercatori nelle Università. E ha garantito lo sblocco degli scatti di anzianità dei docenti universitari. Punti, questi ultimi, che dovranno ovviamente essere verificati. Per lo sblocco dei contratti del pubblico impiego, invece, si dovrà passare per l’Aran. Pare che nel Cdm i ministri della Giustizia Orlando e degli Interni Minniti abbiano chiesto di ampliare le 7900 assunzioni già annunciate dalla ministra Madia.
ALLE IMPRESE. Si confermano gli incentivi agli investimenti, con l’iperammortamento che rimane al 250%, mentre il superammortamento scende dal 140% al 130%. Nel provvedimento, come annunciato, sarà previsto anche il credito di imposta per la formazione digitale, che dovrebbe essere stabilito al 50% delle spese destinate dall’impresa a questo scopo. Istituito il «Fondo per il capitale immateriale, la competitività e la produttività». Vale 10 miliardi in 10 anni (2028-2028) il cosiddetto pacchetto «Impresa 4.0» per chi investirà in innovazione, ricerca e formazione negli ambiti e nelle tecnologie che caratterizzano la quarta rivoluzione industriale.
BONUS «GREEN». Introdotto per la prima volta il «bonus verde»: detrazioni del 36% per la cura di giardini e terrazzi, anche condominiali. Una misura che nelle intenzioni del governo dovrebbe contrastare l’inquinamento, favorire il decoro dei quartieri e offrire nuove opportunità per i florovivaisti.
BONUS CULTURA. La manovra, ha spiegato il ministro Dario Franceschini, ha confermato 18app, la card da 500 euro per i consumi culturali dei diciottenni. Inoltre, si è istituito un nuovo fondo di 3 milioni di euro per la promozione del libro e della lettura; vengono destinati 4 milioni di euro per l’acquisizione di opere d’arte; si aggiungono 8 milioni di euro per il sistema museale e per autorizzare ulteriori assunzioni.