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sabato 25 febbraio 2017

WEEK END MAGAZINE



QUASI UN MADRIGALE

Risultati immagini per quasimodo quasi un madrigale

Il girasole piega a occidente
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l'aria dell'estate
s'addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S'allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest'ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.

Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull'argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l'acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s'oscura.
E l'uomo che in silenzio s'avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.
(Salvatore Quasimodo) 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-19488>

venerdì 24 febbraio 2017

COSA SUCCEDE IN ROMANIA?


da http://popoffquotidiano.it/2017/02/23/romania-la-corruzione-sarebbe-colpa-dei-poveri/

Che cosa sta succedendo in Romania. Le mobilitazioni di queste prime settimane di febbraio sono state le più imponenti in quasi tre decenni. Ma davvero è una nuova “primavera rumena”?


Anti-government protest continues in Bucharest

La sequenza dei fatti è la seguente:
  • 3   31 gennaio 2017, mattina: si apre a Bucarest il processo contro Liviu Dragnea, patron del Partito socialdemocratico (PSD) e presidente della Camera dei deputati, accusato di aver intascato mazzette. Il tipo aveva già ricevuto una condanna di due anni, con la condizionale, per frode elettorale, ciò che gli aveva impedito di assumere cariche governative.
  • 3  31 gennaio 2017, sera: il governo di “centrosinistra” (PSD e liberal-popolari dell’ALDE) emana alcuni decreti con i quali promulga un’ampia amnistia (circa 2000 interessati) e derubrica (Ordonanței 13) i reati di corruzione inferiori a 48.000 euro: se si ruba al di sotto di questa cifra, non si rischia più la galera. Guarda combinazione, Dragnea è accusato di aver intascato “solo” la metà di questa somma, 24.000 euro…
  • N  Notte fra il 1° e il 2 febbraio: centinaia di migliaia di romeni mangiano la foglia e scendono in piazza a Bucarest e in altre città per protestare contro i decreti.
  • 3  3 febbraio: il governo si arrocca. Il giovane primo ministro, nuovo di zecca (è stato nominato in gennaio), Sorin Grindeanu, dice che, dato che il governo ha vinto le elezioni del dicembre scorso e dispone d’una maggioranza di ferro in Parlamento, di ritirare i decreti non se ne parla nemmeno. La protesta si gonfia, sino a coinvolgere circa 500.000 persone. Alcuni membri del governo si dimettono, arrivano i rimbrotti di non pochi esponenti dell’Unione europea.
  • 5   5 febbraio: il governo si rende conto d’aver pestato una cacca, e i decreti sono ritirati. Ma le proteste continuano: l’obiettivo ora è lo scalpo del governo stesso, se ne chiedono le dimissioni, si vogliono nuove elezioni.
  • L  Le manifestazioni, anche se in scala ridotta, proseguono. La confusione governativa aumenta, sino a sfociare nel ridicolo: si multa un manifestante (l’unico che manifestava, tutto solo e con un cartello in mano) in una piccola città di provincia; la ministra del lavoro, Olguta Vasilescu, fa balenare la minaccia di misure contro i … genitori che portano i propri figli alle manifestazioni, esponendoli a chissà quali pericoli…
* * *
Una «primavera romena»? Le mobilitazioni di queste prime settimane di febbraio sono state le più imponenti in quasi tre decenni. Per vederne una di maggiore entità occorre infatti risalire alle giornate del 1989 che hanno portato alla caduta del regime di Ceaușescu. Tutto bene, dunque? Siamo di fronte a una sorta di “primavera romena” in anticipo sul calendario? La risposta non è semplice, e per fondati motivi.
Di fronte alla corruzione non vi possono essere dubbi. Sia che la si giudichi una “degenerazione” del sistema capitalistico (ipotesi pietosa e pelosa dei liberaldemocratici), sia che la si ritenga ormai intrinseca al sistema (ipotesi più solida) è doveroso combatterla. Possibilmente andandone alle radici. Nonostante che alcuni commentatori si siano dilettati nel ripescare e rinverdire alcuni luoghi comuni dal sapore non tanto vagamente razzista, rispolverando eredità «balcaniche» e/o «ottomane», la corruzione non è una caratteristica esclusiva della Romania. Basti pensare a quel che succede in Francia con Fillon, a quel che succede in Spagna con il governo Rajoy, a quel che succede negli Stati Uniti con lo stravagante e inquietante governo circense allestito da Trump. Per non parlare dell’Italia, dove Mani Pulite è solo un episodio, particolarmente movimentato, di una storia e di una tradizione secolare: per non andare troppo lontano, basti ricordare che quella malalingua di Voltaire già nel Settecento ironizzava sulla «buona mancia» (in italiano nel testo originale), necessaria per ottenere un’udienza papale… [1] La corruzione caratterizza tutti i regimi esistenti, la differenza sta solo nel suo grado, nella sua diffusione, nella sua banalizzazione. Nei regimi parlamentari deboli è pervasiva e sotto gli occhi di tutti, in quelli più forti (o meno deboli) è più selettiva, meno visibile, a volte legalizzata (le lobbies statunitensi, per esempio).
O una rondine (che non fa primavera)? Ma torniamo al caso romeno. Dalla caduta di Ceaușescu a oggi in Romania si sono succeduti 20 governi. Fatta eccezione per i primi, grosso modo definibili – con qualche forzatura – di “unità nazionale”, i successivi sono stati caratterizzati da un alternarsi di coalizioni definibili – anche qui con una forzatura semplificatrice – di “centrosinistra” e di “centrodestra”. E nell’arco di questo tempo la corruzione è andata sviluppandosi, in perfetto spirito bipartisan. La prima significativa reazione popolare al suo diffondersi si ha nel 2015, quando, in seguito all’incendio scoppiato nel nightclub Colectiv(64 morti) vengono alla luce mancanze di controlli sui sistemi di sicurezza e di prevenzione, compensati con mazzette: ne derivano forti manifestazioni di protesta («La corruzione uccide»), che portano alla caduta del governo Ponta di centrosinistra e a un governo “tecnico”. Seguono nuove elezioni (dicembre 2016) che però riportano al governo il centrosinistra, sia pure con un’alta astensione (60 %, percentuale in linea comunque con le due precedenti consultazioni).
Qui emerge una prima anomalia, almeno apparentemente. La piazza rovescia un governo in nome della lotta alla corruzione, e nemmeno due anni dopo l’elettorato riconferma i partiti che facevano parte di quel governo. Sembra lecito cominciare a sospettare l’esistenza di due “blocchi” interni al popolo romeno, cosa peraltro non strana: anche in altri Paesi, Italia compresa, abbiamo visto in questi anni come la lotta alla corruzione mobiliti una parte della popolazione, mentre un’altra parte – pur non approvandola, almeno a parole – sembra essere più sensibile ad altri temi (stabilità, situazione economica, eccetera). Nel caso romeno, però, a questa anomalia se ne affianca un’altra.
Che le manifestazioni siano passate dall’iniziale richiesta del ritiro del decreto “salvaladri” a quella delle dimissioni del governo è abbastanza logico. E che abbiano poi compiuto un altro passo, rivendicando nuove elezioni, è altrettanto logico: il presidente della Repubblica, infatti, sulla base dei risultati elettorali del dicembre scorso, non potrebbe che dare nuovamente l’incarico a un esponente del partito di maggioranza, quello socialdemocratico. Ma così la iniziale generica protesta anticorruzione ha assunto una netta connotazione politica: antisocialdemocratica. E non solo antisocialdemocratica, bensì contraria tutto ciò che “puzza” di sinistra, contro tutto ciò che è riconducibile alla ciuma roșie (la “peste rossa”). E qui sta la seconda anomalia.
I due blocchi contrapposti Contrariamente a ciò che avviene in altri Paesi dell’Unione europea, infatti, lo scontro in corso in Romania non è fra antisistema e favorevoli al sistema, fra europeisti e antieuropeisti, fra “populisti” e partiti democratici vecchio stile. Da una parte, sulla difensiva, c’è un governo composto da socialdemocratici e popolari (accettati come tali dai rispettivi partiti europei) e, dall’altra quella parte della popolazione che è scesa in piazza, con l’appoggio però, per nulla larvato, dei partiti di centrodestra usciti in frantumi dalle elezioni, del presidente della Repubblica e dell’Agenzia anticorruzione (DNA), assurta a vera e propria star del momento. Ma entrambi i blocchi si dichiarano europeisti. Con la differenza che i socialdemocratici sono più “lenti” nell’accettare e nel mettere in pratica le “riforme” richieste a gran voce dall’Unione europea, che comporterebbero ulteriori tagli al già malridotto sistema di protezione sociale (il salario minimo lordo è di 320 euro), mentre il blocco di centrodestra vorrebbe che le risorse disponibili venissero spese “meglio”, non sprecate in “elemosine” elargite a una parte della popolazione improduttiva (pensionati) o impiegata in settori marginali (piccoli contadini, artigiani eccetera). Il tutto in un Paese dove le multinazionali hanno già arraffato quel poco di buono che c’era sul mercato.
Un commentatore romeno, Florin Poenaru, riassume così la situazione:
I socialdemocratici hanno innalzato il salario minimo e le pensioni, abbassato le tasse per i segmenti più poveri e aumentato (seppure di poco) le risorse per il sistema sociale. Per compensare queste misure hanno bisogno di modificare la tassazione, in modo particolare rottamando la flat tax e tassando i segmenti più ricchi e i redditi aziendali. Di fronte a questa prospettiva, non è per nulla sorprendente che i lavoratori delle grandi aziende, e soprattutto i loro capi, siano scesi in piazza a protestare. Nelle aziende di Bucarest sono stati dati giorni liberi [pagati] per poter partecipare di notte alle proteste contro il governo. McDonalds ha distribuito gratis il tè affinché i manifestanti si riscaldassero e reidratassero. Il dirigente locale della banca [tedesca] Raiffeisen, una banca accusata di aver truffato decine di migliaia di romeni mediante il trucco di introdurre clausole abusive nei contratti, s’è unito alla protesta con tutta la sua famiglia. […]. Nessuna meraviglia che in simile contesto le proteste siano rapidamente passate dallo specifico obiettivo riguardante il decreto [alla richiesta] di dimissioni del nuovo governo. [2]
Se le cose stanno così, è chiaro come la lotta alla corruzione abbia rappresentato la scintilla che ha incendiato la protesta, ma che gli obiettivi siano ora ben altri: sotto l’esile crosta della lotta alla corruzione si intravede infatti uno scontro di classe - classi medie e alte contro classi basse – dove le prime sono ben rappresentate politicamente, mentre le seconde non possono ripararsi, per ora, che dietro il poco credibile ombrello protettivo del governo socialdemocratico-popolare.
La corruzione è dunque un pretesto- Che la lotta alla corruzione sia diventato un pretesto lo si vede anche da qualche significativo particolare non preso in considerazione dalla grande stampa europea. Sembra in effetti che sotto accusa sia solo una fetta della corruzione – quella attribuita, o attribuibile, alla “sinistra” – mentre quella di “destra” viene passata sotto silenzio. Infatti, fa sempre notare Florin Poenaru,
le proteste [sono] state precedute dalle rivelazioni che il generale [Florian] Coldea, secondo in grado nella gerarchia del Servizio romeno d’informazione [SRI], un fermo pilastro della campagna anticorruzione, aveva dovuto dimettersi [12 gennaio 2017] in seguito all’accusa di collusione con un ex senatore accusato di corruzione. [3]
Ma questo scandalo non sembra essere stato notato dai manifestanti. Non si tratta di un particolare di secondaria importanza, perché il SRI, che dipende direttamente dal presidente della Repubblica, ha un ruolo importante nell’indirizzare in un senso o nell’altro la lotta alla corruzione. E il fatto che dipenda dal presidente della Repubblica non è tale da tranquillizzare: l’attuale presidente, Klaus Iohannis, è infatti stato onnipresente in questa crisi, e non si è certo mantenuto al di sopra delle parti. Appartenente alla esigua minoranza tedesca d’antica immigrazione (sono meno di 40.000 in tutto) è quanto meno un curioso personaggio: uomo di centrodestra, ammiratore d’Israele (il posto dove gli piacerebbe vivere, ha detto in occasione di un viaggio), beccato in un “fuori onda” mentre se la prendeva con un poveraccio definendolo «rom di merda» (e i rom sono la più consistente minoranza etnica del Paese), con una storia poco chiara di proprietà di immobili alle spalle (ma la storia è congelata, perché gode dell’immunità), fin da prima che iniziassero le proteste ha messo i bastoni fra le ruote al governo. Questi infatti aveva inizialmente proposto come premier Sevil Shadeh, una donna, per di più d’origini tartare e musulmana. Proposta bocciata da Iohannis, senza fornire motivazioni ufficiali. Ufficiosamente, avrebbe dichiarato che trattavasi di una «marionetta» di Liviu Dragnea. Ha poi dovuto accettare, a malincuore, la seconda proposta, quel Sorin Grindeanu che non ha esitato un attimo a dichiarare di ritenersi «agli ordini» di Dragnea. In sostanza, sì a una «marionetta» confessa, no a una donna tartara e musulmana. Data l’avversione dichiarata di Iohannis ai matrimoni gay e la sua ammirazione per Israele, non sembra azzardato “sospettarlo” di omofobia, antifemminismo e antislamismo. [4]
Altro particolare di non secondaria importanza: l’azione sempre più marcatamente politica di Laura Codruța Kövesi e della sua DNA, l’Agenzia anticorruzione. Che ha svolto un gran bel lavoro, mandando in galera un cospicuo numero di corrotti ma, a quanto pare, impiegando un criterio un tantino selettivo: ha gettato le reti fra le file socialdemocratiche, facendovi una pesca abbondante, ma prestando scarsissima attenzione ai “pesci” di centrodestra. Senza contare che il suo ruolo nell’affaire Coldea sopra ricordato resta tutto da chiarire. In Romania, come del resto in altri Paesi, il mito del magistrato “al di sopra delle parti” è duro da morire e si rinverdisce nei momenti di crisi del sistema, quando i pezzi dello stesso tendono ad autonomizzarsi. Ma questa loro autonomia è sempre relativa e quando nel sistema si aprono fratture lungo la faglia dello scontro di classe, questi organismi giuridici finiscono con lo schierarsi, da una parte o dall’altra. E di solito lo fanno dalla parte di “quelli di sopra”.
Il vero obiettivo. Il movimento anticorruzione, che si definisce liberaldemocratico ed europeista convinto, sta secernendo veleni ai quali dovremmo prestare maggiore attenzione. Dall’identificazione degli elettori socialdemocratici come responsabili dei problemi sociali ed economici del Paese, alcuni settori di questo movimento sono passati alle soluzioni. Per esempio,
proponendo alcune delle forme più grottesche di democrazia censitaria (l’esclusione [dal diritto di voto] di quelli sprovvisti di istruzione, di coloro che non hanno un certo reddito, di alcuni gruppi etnici oppure un’esclusione sulla base dell’età). [5]
Sembrerebbe dunque che nelle viscere di questo movimento di spiritosi e creativi millenials (come li ha descritti qualche giornale italiano) si agiti un’anima reazionaria di puro stampo ottocentesco. Il giudizio di un altro commentatore romeno rafforza questa impressione:
[Questa] lotta alla corruzione non è che l’equivalente locale dello sciovinismo etnico e religioso che serve da supporto ai surrogati di democrazia occidentale [presenti] in Ungheria e Polonia, dove le elezioni diventano accessori ancora più decorativi di quanto già non siano in Occidente. [6]
Esagerazioni? I toni usati dal filosofo marxista ungherese Gáspár Miklós Tamás in un’intervista a Lili Baier sono apparentemente più soft, ma la sostanza non cambia:
La corruzione [in Romania] è, naturalmente, endemica e immensa, ma la campagna anticorruzione diretta da una parte della burocrazia non elettiva – dal procuratore ai servizi segreti – è condotta in modo arbitrario. Le prove provengono spesso da testimoni che sarebbero finiti sul banco dell’accusa se non avessero stipulato un patto con i procuratori. I tribunali si servono di regolamenti estremamente elastici, in base ai quali l’intera popolazione potrebbe finire in carcere. Ma questo è il meno. Le manifestazioni sono state alimentate dal disprezzo che la giovane classe media liberale prova per i poveri, considerati come l’elettorato del partito governante, il PSD, ritenuto vecchio, decrepito, barbaro. Vi è inoltre il vecchio conflitto fra città e campagna, fra la “progredita” Transilvania [regione a maggioranza di lingua ed etnia ungherese] e le “primitive” Moldova e Valacchia, e via dicendo. […] Questo non è un trionfo della democrazia: è un trionfo della lotta di classe dall’alto. [7]
E la sinistra? In questo quadro drammatico, la sinistra latita. Non perché non abbia preso posizione, ma perché non esiste sul piano organizzativo, esiste solo in rete, in alcune istituzioni accademiche, in alcune riviste, in alcune associazioni, in alcune modestissime organizzazioni. Si tratta di una sinistra giovane, vivace, inserita nel dibattito internazionale, ma che non ha ancora potuto, o saputo, darsi gli strumenti adeguati per entrare in sintonia con quel “popolo di sinistra”, che c’è, ma che è disorientato e non trova altra soluzione che mettersi sotto l’ala protettiva del pur corrotto PSD.
Gli ostacoli da sormontare per questa sinistra non sono pochi. Uno dei principali sta nell’anomala transizione della Romania dal regime burocratico di Ceaușescu all’attuale democrazia “liberaldemocratica”, una “transizione” che ha traghettato nel nuovo regime la vecchia nomenklatura quasi al completo.
La liquidazione del regime burocratico si è infatti risolta nel sacrificio cruento del capo (Ceaușescu e la moglie processati e giustiziati nel giro di poche ore, in un processo talmente farsesco che lo stesso presidente del tribunale ha poi scelto di suicidarsi), cui è seguita la grottesca e macabra messa in scena d’un’inesistente guerra civile [8]. Liquidato Ceaușescu, si è liquidato anche il Partito comunista romeno (PCR), ma gran parte del suo apparato dirigente è rimasto in “servizio attivo” all’interno del nuovo soggetto “rivoluzionario”, il Fronte di salvezza nazionale (FSN). Ed è proprio da questo FSN che trarranno poi origine – mediante una complessa serie di scissioni e fusioni - sia l’attuale PSD, che ne rappresenta la versione aggiornata e socialdemocratizzata, sia il Partito nazionale liberale, che ne rappresenta l’ala convertitasi più rapidamente al capitalismo.
Naturalmente, vi sono stati tentativi di costituire qualcosa “a sinistra” del PSD. I primi sono stati fatti a partire da sopravvissuti al naufragio del PCR, sia nostalgici dei vecchi tempi, sia consapevoli della necessità di un aggiornamento. Dei nostalgici non vale la pena occuparsi, data la loro inconsistenza non solo politica, ma anche “materiale”, e cioè numerica. Sui secondi si può invece spendere qualche parola, se non altro per il fatto che il loro approdo finale, il Partidul Socialist Român (PSR), fa parte del Partito della sinistra europea (insieme a Rifondazione comunista, per intenderci).
Il primo tentativo di recuperare in parte l’eredità politica del PCR lo fa una sua scheggia, che nel 1991 dà vita al Partito socialista del lavoro (PSM, Partidul Socialist al Muncii), che l’anno successivo raggranella un po’ meno di 350.000 voti, il 3 % e 13 deputati: poco, ma potrebbe essere una base da cui partire. Ma non si riparte affatto. Già l’anno dopo il PSM entra in crisi e “partorisce” ben altri sette partiti, tutti “socialisti”. Così, alle elezioni del 1996, l’elettore di sinistra romeno si trova di fronte a una fin troppo generosa possibilità di scelta: gli oltre 800.000 voti chiaramente di sinistra (quasi il 7 %) si dividono pressoché equamente fra PSM, Partidul Socialist (PS) e Partito socialista operaio romeno (PSMR,Partidul Socialist Muncitoresc Român), con qualche rivolo che si sperde in altre direzioni. Nessun deputato viene eletto, naturalmente. In termini elettorali, questo è il massimo tetto raggiunto mettendo nello stesso sacco i vari spezzoni di sinistra. D’ora in poi comincia la discesa.
Nel 2003, infatti, la presidenza del PSM decreta la dissoluzione del partito e l’ingresso della sua maggioranza nel futuro PSD. Una minoranza dà vita ad Alleanza socialista (PAS, Partidul Alianţa Socialistă), che nel 2004 è appunto tra i fondatori del Partito della sinistra europea. Il PAS, diventato nel frattempo (2013) Partidul Alternativa Socialistă, dopo aver tentato invano di riassumere la denominazione del PCR (richiesta respinta dal tribunale), ha vita grama, sia in termini elettorali che di radicamento fra la popolazione. La sua ultima trasformazione risale al 2015, quando si rinomina Partidul Socialist Român(PSR); il suo bottino elettorale nel dicembre 2016 è di poco più di 25.000 voti, lo 0,4 %, e dunque l’irrilevanza.
Se ci siamo dilungati sulle vicende del PSM e poi del PSR è per far vedere come la via della “rifondazione”, sia pure in versione aggiornata e corretta, del PCR, non porti che verso il nulla o quasi. La funzione di parziale protettore delle classi basse le esercita già il PSD, percepito da una parte almeno della popolazione come l’erede, sotto altre spoglie, del PCR. Non lo si ama, ma lo si vota in funzione puramente protettiva. Per ora è difficile fargli concorrenza.
Ma si rende sempre più necessario. E la sinistra anticapitalista, quella non contaminata da impudiche nostalgie ma pienamente cosciente dei nuovi tempi e delle nuove necessità, sinistra anticapitalista che c’è, che dà prova di intelligenza politica e sta prendendo atto con lucidità dei pericoli insiti nella situazione, deve ora dimostrare di esserne all’altezza: uscire dallo stato gassoso in cui si trova (e in parte forse s’è adagiata) per cristallizzarsi in “qualcosa”, un embrione d’organizzazione. C’è un tempo per l’analisi, ma quando meno lo si aspetta arriva anche il tempo per l’azione.
[1] «Ma, se volete aver l’onore di parlargli, gli chiederò udienza per voi, con una buona mancia che avrete la bontà di darmi». Voltaire, La Principessa di Babilonia, BUR, Milano 1956, pag. 73.
[2] Florin Poenaru, What is at Stake in the Romanian Protests? in «Lefteast», 7 febbraio 2017:
[3] Florin Poenaru, ivi. Corsivo nostro.
[4] Su questa pittoresca e un po’ disgustosa figura si veda lo spietato e, perché no?, divertente ritratto tracciato da Florin Poenaru, dal quale abbiamo preso spunti, in From hero to zero: The spectacular rise and the immediate decline of the Romanian president, «Lefteast», 26 aprile 2016:
[5] Alexandru Dumitrascu, Drumul spre socialism e pavat cu meme antisăraci? In «CriticAtac», 7 febbraio 2017: http://www.criticatac.ro/29408/drumul-spre-socialism-e-pavat-cu-meme-antisaraci/
[6] Ciprian Șiulea, Anticorupţia împotriva retrograzilor – multă ipocrizie, puţin ideal, 7 febbraio 2017, in:http://baricada.org/anticoruptia-impotriva-retrograzilor-multa-ipocrizie-putin-ideal/
[7] Lili Bayer, Romania’s protests and Hungary: Interview with G. M. Tamás, in «The Budapest Beacon», 9 febbraio 2017: http://budapestbeacon.com/featured-articles/romanias-protests-hungary-interview-g-m-tamas/44500
[8] Alla stampa internazionale venne esibita una fossa comune colma di cadaveri di “martiri della rivoluzione”. Si seppe poi che quei cadaveri provenivano dall’obitorio, e appartenevano a persone decedute per malattie o incidenti. In realtà il regime burocratico si sfasciò senza che vi fosse alcuna significativa resistenza. Le violenze attribuite alla temuta polizia segreta, la Securitate, furono in larga misura immaginarie, perché gran parte di essa collaborò al rovesciamento del regime (e non a caso l’attuale SRI è una sua diretta filiazione). Vi furono è vero centinaia di morti, ma quasi tutti causati dal nervosismo delle reclute dal grilletto facile, da equivoci, da “fuoco amico”. I morti accertati prima dell’esecuzione di Ceausescu furono infatti solo 160. La finta breve “guerra civile” servita in pasto ai giornali e alle TV occidentali aveva lo scopo di mascherare il reale svolgimento dei fatti: a una autentica ribellione popolare, la cui scintilla era stata, more solito, un incidente di scarso rilievo, si era sovrapposto un colpo di palazzo organizzato da una significativa parte della nomenklatura.

giovedì 23 febbraio 2017

LE TERRE DEI FUOCHI ABRUZZESI


da http://popoffquotidiano.it/2017/02/21/vasto-tra-le-case-sbucano-fusti-tossici/

Pericolose discariche abusive alla periferia di Vasto a pochi passi dalle case. Qualche settimana fa un violento incendio ha sfiorato i fusti tossici. Le terre dei fuochi abruzzesi 

da VastoAlessio Di Florio



Miasmi insopportabili. Mal di testa, nausee, sensazioni di vomito anche a forte distanza. Dodici ore prima sotto il cavalcavia dominava solo il fuoco: un violento incendio ha avvolto cataste di rifiuti di ogni tipo. Compresi quattro fusti da 200 litri, di cui 3 arrugginiti, di un liquido vischioso di dubbia natura ma dalla sicura puzza orrenda. Uno dei bidoni, divorato dalla ruggine, ha perso totalmente il proprio contenuto creando un putrido e inquietante laghetto. Il catalogo dei rifiuti gettati indiscriminatamente è il più vario possibile.  Vecchi mobili, lavatrici, televisori, oggetti di ogni tipo, sacconi pieni di rifiuti di varia natura, lastre di eternit. Sono anni, denunciano i residenti, che è così. Sotto il cavalcavia, nelle immediate vicinanze o poco più distante. A circa mezzo chilometro, i residenti denunciano la presenza di lastre di eternit da anni (un residente ci ha parlato di almeno quattro anni). Rifiuti rimasti ammucchiati sotto al sole, alla pioggia o alla neve. Aria irrespirabile, un’altissima nube nera (esattamente sotto l’autostrada) e buona parte dei rifiuti bruciati, terrore che la sostanza contenuta nei bidoni potesse prendere fuoco e farli esplodere. 12 ore l’odore impregna ancora l’aria, bastano pochi secondi e respirare diventa difficile. Questo è in breve il racconto del 10 e 11 febbraio. Siamo sotto un cavalcavia autostradale a Vasto (Chieti). Maria Perrone Capano, residente a pochi passi da quest’enorme discarica tossica e abusiva ed ex segretaria del locale circolo di Rifondazione Comunista, racconta di aver postato già a dicembre “su facebook le foto dei rifiuti pericolosi e di tutta la monnezza che ci stavano riversando” aggiungendo “abbiamo chiamato, guardia forestale, vigili, comune  e pure la pulchra, con il WWF abbiamo anche fatto un’esposto a dicembre, da allora hanno continuato a gettare di tutto. Più sotto ci sono da anni anche lastre di eternit. Sono venuti la settimana scorsa Forestale e ARTA. Quelli sono rifiuti pericolosi, barili con sostanze che puzzano da morire e il cavalcavia sopra é l’autostrada.. Se quei barili esplodono che succede e soprattutto, di chi è la colpa se succede un disastro??? È evidente che qualche piccola impresa edilizia la sta usando come discarica, l’anno scorso trovai anche una lastra di eternit.. Più volte ho chiamato il Comune senza risultato (ci sono dei barili di metallo potrebbero contenere rifiuti pericolosi). Invece, sempre il Comune ha iniziato dei controlli sulla differenziata, multando non solo chi non la fa (cosa che riterrei legittima), ma anche chi compie qualche sbaglio. So di donne che hanno dovuto giustificare davanti a un vigile come buttavano un’assorbente sporco. La cosa assurda è che se non riescono a identificare il proprietario del sacchetto incriminato fanno la multa a tutto il condomino.. Io ritengo tutto questo illegittimo, sembra che chi ci governa non tenga conto che viviamo in uno stato di diritto, per diversi motivi: la privacy (ho l’AIDS prendo dei farmaci, chi fruga nella mia monnezza saprà della mia malattia), multano il condominio di fatto sanzionando anche chi è innocente (ma che sistema è?!?)”.
L’Abruzzo, dopo alcune settimane, sta ancora soffrendo i guasti dell’emergenza neve. Tra una buca e una voragine, molte strade fanno temere di franare da un momento all’altro. Ma le strade del crimine ambientale e dell’inciviltà, a quanto pare, non presentano nessuna difficoltà e continuano ad essere percorse a tutte le ore. A metà dicembre le Guardie WWF hanno presentato un esposto documentato e circostanziato. Ma il traffico non si è mai fermato, sotto la neve, l’acqua, settimana dopo settimana la discarica è stata alimentata costantemente.
Nell’ultimo mese e mezzo, dopo che la notizia dell’esposto delle Guardie WWF, il traffico di rifiuti non si è mai fermato. Si è continuato ad abbandonare indiscriminatamente di tutto. Il 3 febbraio il Corpo Forestale dello Stato (oggi carabinieri) e l’ARTA (Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente) hanno effettuato un lungo e approfondito sopralluogo. Intanto le settimane passano, e mentre i criminali continuano i loro viaggi, i fusti (di cui ormai almeno uno e mezzo ha già perso il liquido contenente disperso nel terreno) continuano a stagliarsi. Minacciosi, inquietanti. Pochi giorni è stato posto un telo a coprire una parte dei rifiuti sotto il cavalcavia.
E il panorama, basta spostarsi anche solo di qualche chilometro, è sempre quello. Basta percorrere le periferie, camminare sotto i cavalcavia o fermarsi ai bordi di alcune strade. Nella galleria dell’horror tour di quest’articolo c’è anche una foto scattata vicino la Chiesa di Santa Maria del Sabato Santo, una delle principali e più frequentate chiese della città. Nell’archivio di PeaceLink Abruzzo un articolo del 25 maggio 2009 denunciava che “le discariche abusive vengono scoperte secondo ritmi altissimi, mostrando una corona che cinge d’assedio l’intera periferia cittadina”. Otto anni dopo la situazione va sempre più peggiorando, in un misto di fatalismo e conformismo alla barbarie ecologica. E i campi, le acque, l’aria vengono continuamente avvelenati. Ancor di più quando scoppia un rogo, deliberatamente acceso da menti criminali. Non è il triangolo della morte campano, non è la “terra dei fuochi” denunciata da Roberto Mancini. E’ l’Abruzzo, dove il malaffare ambientale e le ecocamorre sono presenti da decenni. La mega discarica di Bussi, l’ex fornace di Tollo, le cave dell’aquilano negli Anni Novanta approdo dei rifiuti della camorra. L’elenco potrebbe essere ancora lunghissimo. Tutto questo non nasce dal nulla, fiorisce col disinteresse (o la complicità) di cittadini, istituzioni locali (negli Anni Novanta almeno 15-16 comuni appaltarono la gestione dei rifiuti urbani a Gaetano Vassallo, allora imprenditore dei rifiuti legato al clan dei Casalesi), penetra come una piovra lì dove trova già terreno fertile. Per la barbarie e l’inciviltà, perché lì dove già c’è monnezza può solo arrivare altra monnezza. E anche chi si crede assolto, chi di pietra fa il convitato, è tra i primi coinvolti.

mercoledì 22 febbraio 2017

FOODORA: RIDER DISCONNESSI PER PUNIZIONE


da https://ilmanifesto.it/i-rider-di-foodora-disconnessi-dopo-la-protesta-per-i-diritti/

Gig Economy. Prendi 2,70 euro o ti sloggo. «Sloggati». Così si sono definiti alcuni dei ciclo-fattorini di Foodora per descrivere l’atto di «disconnessione» dalla piattaforma digitale che ha regolato il loro lavoro di consegne in biciclette a Torino dopo la protesta sui diritti a ottobre. Ieri l'audizione in comune a Torino dei manager della multinazionale. Sinistra italiana presenta un emendamento al Ddl lavoro autonomo in discussione in parlamento dal 27 febbraio


Torino, un momento della protesta di "Foodora et labora"
«Sloggati». Così si sono definiti alcuni dei ciclo-fattorini di Foodora per descrivere l’atto di «disconnessione» dalla piattaforma digitale che ha regolato il loro lavoro di consegne in biciclette a Torino. È accaduto a una quindicina di «rider» che sono stati privati della possibilità di lavorare nella città piemontese per la multinazionale tedesca che organizza consegne a domicilio da ottobre scorso, quando è esplosa la prima protesta italiana sui diritti dei «gig-workers» occupati nell’economia dei «lavoretti» a cui hanno partecipato cinquanta lavoratori. La denuncia è stata fatta martedì 14 febbraio alla camera, durante la presentazione della proposta di legge sulla tutela dei diritti, primo firmatario Giorgio Airaudo (Sinistra Italiana).
«Sono stato sloggato via WhatsApp – ha raccontato uno dei rider – per aver espresso un parere contrastante con il manager dell’azienda. Noi lavoriamo con la pioggia e con il freddo, senza alcuna tutela». Ieri hanno confermato a Il Manifesto di avere presentato attraverso il sindacato Si Cobas la disponibilità a continuare a lavorare, ma non hanno mai ricevuto una risposta. Il dubbio è che l’allontamento sia avvenuto in ragione della protesta di ottobre. Un tempo lo si chiamava licenziamento o mancato rinnovo del contratto. Oggi si chiama «disconnessione»: il contrario del «log in», l’operazione che si effettua quando si esce da una piattaforma. Il lavoratore è come un interruttore che si accende e si spegne. Questa è la condizione che è stata denunciata dalla protesta e che ha prodotto un forte impatto sull’opinione pubblica che ha scoperto una condizione del lavoro a cui, fino a pochi mesi fa, mancavano persino le parole per essere raccontata. Merito dell’auto-organizzazione dei ciclo-fattorini che hanno saputo ideare una campagna comunicativa capace di dare una forma all’invisibilità a cui è costretto chi lavora per le piattaforme digitali. “Siamo una forza autorganizzata che ha avuto il supporto di parti della politica – puntualizzano i rider – ma non vogliamo legarci a una particolare”.
Ieri a Torino sono stati ascoltati dalla commissione consiliare Lavoro gli ad di Foodora Italia Matteo Lentini e Gianluca Cocco che hanno descritto così i rider: «mediamente giovani che cercano un’occupazione flessibile e compatibile con le loro esigenze, spesso di studio ma anche di altri lavori». I manager hanno confermato le modalità di pagamento: 4 euro lordi, 2,70 euro a consegna «con una media di due consegne l’ora», a cui si aggiungono «i contributi pensionistici, l’assicurazione Inail e una integrativa». Foodora non paga più all’ora perché la consegna garantirebbe ai ciclo-fattorini «un aumento di guadagno del 20%». Interpellati sul punto i rider obiettano che Foodora paga così i suoi lavoratori, inquadrati come co.co.co., solo in Italia. Il pagamento, invece, dev’essere «misto»: va pagato cioè sia il tempo di lavoro, tra una consegna e l’altra, che gli scatti a consegna effettuata. I lavoratori chiedono l’abolizione del co.co.co. – e l’adozione di una forma contrattuale capace di garantire un monte ore al mese e coprire le tutele minime di un lavoratore parasubordinato. Queste persone si trovano in una zona grigia dove per l’azienda sono «freelance» che prestano un’opera occasionale, mentre in realtà sono eterodiretti e soggetti a una disciplina «flessibile». «I manager – afferma uno dei rider – non dicono che se non accetti due o più ordini puoi essere depennato». A differenza degli altri parasubordinati non godono delle tutele sociali di base. I «rider», proprio perché considerati «freelance», non hanno diritto a ferie, malattia o maternità, né disoccupazione. «Il sistema sancisce il ritorno del cottimo» ha detto Airaudo che parla di «caporalato digitale». «Sui lavoratori sono scaricati il rischio e i costi del lavoro» ha aggiunto Marco Grimaldi, capogruppo di Sinistra Italiana in regione Piemonte. Oltre alla proposta di legge, SI ha presentato un emendamento al Ddl lavoro autonomo, in discussione alla Camera dal 27 febbraio, che prefigura un rapporto di «lavoro subordinato».

***Dossier Capitalismo e piattaforme digitali

La Californian Ideology e il sogno dell’automazione totale nascondono un segreto. E cioè che il lavoro non è finito: al contrario, è sempre di più. Solo che è talmente invisibile che a nessuno viene in mente che vada pagato.A cura diRoberto Ciccarelli

martedì 21 febbraio 2017

E L'EROINA DIVENNE DEMOCRATICA


da http://popoffquotidiano.it/2017/02/19/e-leroina-divento-democratica/

Eroina 2.0, tra vecchie e nuove modalità di assunzione, tra guerra in Afghanistan e perversioni della Fini-Giovanardi, è una merce perfetta: occupa poco spazio, rende bene, provoca la fidelizzazione più rapida

di Checchino Antonini

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C’era una volta il tossico, “che ce l’hai cento lire?”, abitatore di panchine di parchi e stazioni, gradini di monumenti, locali malfamati, alla ricerca di autoradio e catenine o spicci, tutto per uno schizzo, la “roba”, sempre di più, sempre più spesso.
C’era una volta un tossico. E c’è ancora, ma ora è invisibile, bisogna stanarlo perché è cambiato il modo di consumare l’oppiaceo più efficace. L’eroina è una merce perfetta: occupa poco spazio, rende bene, provoca la fidelizzazione più rapida e tagliandola se ne moltiplica il valore. Oggi, più che spararsela in vena, viene inalata. La pallina di brown sugar, avvolta nella stagnola, è più “smart” della “pera”. E più insidiosa. Così raccontano tutte le voci ascoltate da Left in queste pagine.
E’ Eroina 2.0.  A “farsi” sono  giovani, italiani, insospettabili, che lavorano o studiano, “compatibili”, che non hanno bisogno di commettere reati.
Sprezzante del ridicolo la ministra Lorenzin ha detto che l’eroina è sparita dalle strade ma, dal 2009, stando ai dati ufficiali, il contatto con la sostanza risulta in leggera ripresa dopo anni di calo e la ricerca Espad del Cnr la classifica come la più popolare tra i quindicenni dopo la cannabis. Se un terzo dei liceali s’è fatto una canna, l’1% ha assaggiato eroina negli ultimi 12 mesi. Per l’Istat gli eroinomani sono 281mila (una città più popolata di Venezia) contro i 3-400mila del ’93. Lo studio Espad del Cnr, dal 1995 somministra questionari a 4-500 scuole per indagare consumi e comportamenti a rischio. La referente è la dottoressa Sabrina Molinaro. «Già dal 2003 – spiega – si assiste a un lento aumento di chi ne fa uso più di dieci volte al mese, quasi 20mila studenti fra i 15 e i 18 anni. Quello che colpisce è la scomparsa del tabù sulla sostanza, uno sdoganamento che corrisponde alla diminuzione della percezione dei rischi correlati e un aumento anche dell’uso iniettivo di questa e altre sostanze. Le scuole che partecipano a Espad (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) ci spiegano che, quando si interrompono i progetti informativi e la prevenzione aumentano i consumi problematici ed esiste un 2,5% del campione che ammette un uso caotico, ossia dichiara di assumere sostanze di cui non sa né il nome né gli effetti».
Spiega a Left Susanna Ronconi, ricercatrice di Forum Droghe: «Nell’ultimo decennio c’è stato sicuramente un calo di quei consumatori per cui l’eroina è la sostanza di elezione. L’aumento riguarda un tipo di consumatori di cui si sa poco: giovani soprattutto, anche come storia di consumi, che inseriscono l’eroina nel loro mix di sostanze. Quello che si osserva nei setting del consumo è un aumento dell’uso iniettivo di eroina e metadone che fa riaumentare i rischi di overdose. Il dato è che siamo di fronte a stili di consumo differenti da quelli su cui siamo abituati a lavorare. Questo tipo di consumatori frequenta poco i servizi e per questo Itardd (Rete Italiana Riduzione del Danno) sta conducendo una ricerca sui nuovi consumi». «Molti giovani la adoperano come automedicazione, ad esempio alla fine del week end per placare gli effetti delle metanfetamine, per riuscire a dormire – conferma Molinaro – e quando non la trovano, magari perché hanno arrestato il pusher, cercano da soli il metadone rivolgendosi ai SerD». Dalla strada arriva la conferma che i servizi «non riescono a intercettare la varietà di traiettorie del consumo e che questo è in ripresa tra i giovanissimi negli anni della Fini Giovanardi e della guerra in Afghanistan che ha aumentato l’offerta». Chiara, dell’Osservatorio antiproibizionista CanaPisa Crew, ci racconta di un uso massiccio di metadone endovena, una modalità importata dai georgiani tra chi vive la strada ma anche di un policonsumo che fa breccia nei “contesti del divertimento” dove un tempo era un tabù: feste techno, centri sociali, rave. «La siringa nemmeno è più tabù da quando viene adoperata per la ketamina», avverte da Firenze, Sara Contanessi del progetto Outsiders, unità mobili nei contesti illegali e nella movida, per intercettare il pendolarismo dei consumatori tra Firenze e Prato, e un centro a bassa soglia per adolescenti.
«E’ accaduto con gli spacciatori del Maghreb quello che s’era potuto osservare ad Amsterdam dove gli spacciatori cinesi hanno insegnato come fumarsi l’eroina – ci dice anche Salvatore Giancane, tossicologo in una Asl di Bologna e autore di “Eroina. La malattia da oppioidi nell’era digitale” per le Edizioni Gruppo Abele.
Fino a qualche anno fa si poteva schematizzare così: la cocaina è la droga della produttività mentre l’eroina è la droga no future, della crisi. Una dinamica evidente, con l’irruzione della crisi, in Portogallo e in Grecia. Ma in Italia? «Oggi sicuramente le culture d’uso stanno mutando – riprende Ronconi  – l’età media si abbassa, si sperimentano combinazioni di molecole, ciascuno insegue il proprio cocktail. Così quello dell’eroina è un uso funzionale: in certi mix, ad esempio, serve a bilanciare gli effetti eccitanti di altre sostanze». Due sociologi militanti raccontano di averne osservato un consumo diffuso, a Roma, tra i giovani corrieri di una notissima azienda spedizioniera che tentavano così di placare i sintomi della coca assunta per reggere i ritmi frenetici di lavoro.
Il mercato è quantomai vario. La criminalità campana e pugliese operano in stretto contatto con le mafie albanesi e balcaniche, così si legge nella relazione parlamentare sulle tossicodipendenze. «La roba arriva già raffinata lungo la Via dei Balcani – puntualizza Giancane – penetrando dall’Adriatico, dal Gargano a Ravenna, e poi verso Perugia o lungo la Via Emilia com’è possibile capire dai ritrovamenti di quelle che non sono più raffinerie ma centri di taglio e confezione. Oppure dalle morti per overdose in tempi ravvicinati nella stessa città come a Porto S.Elpidio un paio di anni fa. Ormai lo spaccio è cambiato, agiscono piccoli gruppi criminali in mille rivoli. E questo spiega tante cose: la presenza a macchia di leopardo, le percentuali di purezza esorbitanti».
Tutto ciò rende la merce diversa da città a città e perfino dall’una all’altra piazza di spaccio. «Tra quella reperibile a Torino e quella disponibile a Milano c’è un abisso, lì è più pura. Il problema – avverte Ronconi – sono i tagli, generalmente compiuti con psicofarmaci per bilanciare la cattiva qualità dell’eroina di strada. La concorrenza tra le cosche espone i consumatori a delle oscillazioni».
«A Roma abbiamo avuto già due morti per overdose nel nuovo anno e svariati casi di collasso – racconta Salvatore Migliore, presidente de La Tenda, onlus storica nata dalle madri coraggio del Tiburtino III negli anni ’80 – noi cerchiamo di utilizzare i nostri utenti come vettori per trasmettere l’allarme soprattutto a chi esce dal carcere o dalla comunità e si ritrova di nuovo in strada ed è pronto a rifarsi». Da vent’anni in progetti di frontiera, dove la tossicodipendenza si intreccia con vecchie e nuove povertà, Migliore conferma che il prezzo della roba è precipitato ed è facile reperire microdosi a 5 euro. «Dal 1990 il costo è sceso del 74% – conferma Giancane – da 120mila lire a 30 euro al grammo. Se allora un operaio poteva permettersi 6-7 grammi al mese, oggi ne può prendere una quarantina». La cannabis costava 30 volte meno della polvere e adesso è come se l’”ero” e il “fumo” fossero sullo stesso scaffale di un immaginario supermarket delle droghe dove c’è anche il metadone. Anche a Torino sono stati diffusi manifesti nei luoghi sensibili e sui social per avvertire dell’arrivo in città di eroina «particolarmente forte»: si dice che i campioni contengono 6-MAM, un metabolita attivo dell’eroina che aumenta il rischio di overdose e i danni epatici se utilizzato con l’alcool. “Se usi per via iniettiva – raccomanda l’avviso – è necessario iniettare la sostanza molto lentamente, oppure farla in due volte, per ridurre il rischio. Non farti da solo ma in compagnia di altre persone che possono chiamare i soccorsi in caso di overdose. E’ inoltre consigliabile avere del Narcan (naloxone, farmaco salvavita, ndr) a portata di mano”.
«In alcuni campioni di strada è stato rilevato un 33% di purezza, sei volte più del consueto – interviene Lorenzo Camoletto del Progetto Baonps (Be Aware On Night Pleasure Safety) – un dato sconvolgente per una piazza abituata da anni a sostanze in cui il principio attivo era mediamente 5-10 volte più basso. C’è una probabile overdose dietro alcune morti recenti. Che sta succedendo al mercato della droga? A chi giova vendere roba così forte? Forse le retate della polizia hanno provocato il ricambio dei pusher, forse ci sono bande concorrenti. Fuori da ogni moralismo, per capire e salvare le vite c’è bisogno di implementare la ricerca su vasta scala, di un’alleanza con i consumatori per capire quello che gira». Ormai è allarme fra i frequentatori  dei drop-in, delle unità mobili e nei gruppi social dei consumatori. Baonps (e anche realtà antipro come Lab57-Alchemica a Bologna o Infoshock Torino) propone il drug checking (test degli stupefacenti associato a informazioni su prevenzione e orientamento del consumatore) nei contesti di “vecchio” e nuovo consumo.
Certe dinamiche di mercato sembrano dunque possibili grazie alla «cornice politica» della Fini-Giovanardi, la legge proibizionista in vigore sulle droghe che punta all’astinenza anziché alla riduzione del danno e alla limitazione dei rischi. «Anche per questo – è di nuovo Susanna Ronconi a parlare – si investe sempre meno sulla riduzione del danno e sulla ricerca, anche antropologica, per comprendere gli stili di consumo». Anche il mix di proibizionismo e austerità è tossico: è sparito da anni il fondo nazionale per gli investimenti nella ricerca e ogni dibattito sulle politiche di riduzione del danno (come le cosiddette “stanze del buco”, risulta ostaggio delle pulsioni sicuritarie trasversali. Il Forum Droghe per condurre lo studio sul naloxone, appena ultimato, ha dovuto ricorrere a finanziatori privati sebbene sia in atto una campagna globale per l’accesso a questo farmaco salvavita.
Dovrebbe essere il Dpa, Dipartimento politiche antidroga, a garantire l’aggiornamento dei dati ma non lo fa. Non abbastanza e con sistemi statistici che non sono «né esatti, né tempestivi», osserva Giancane ricordando il caso dell’epidemia di eroina negli Usa, 50mila morti l’anno, che per anni è risultata invisibile ai rilevatori, «è sempre più difficile riconoscerci nell’affresco che forniscono i rapporti ufficiali del Dpa». Nella recente relazione parlamentare sono stati Cnca e Forum Droghe a fornire, gratis, il capitolo relativo alle politiche di riduzione del danno che rivela una geografia diseguale di questi interventi, l’assenza di linee guida nazionali e l’intermittenza dei finanziamenti che condannano gli operatori alla precarietà strutturale con salari al di sotto della soglia di povertà, sette euro l’ora, straordinari non pagati e la tendenza perversa degli enti locali a rimpiazzare i professionisti con volontari. Nei nuovi Lea governativi, i Livelli essenziali di assistenza, è comparsa finalmente la dicitura “riduzione del danno” ma è tutto ancora tutti da scrivere. «Per mettere fine alla “ruota della fortuna” per i consumatori continua Ronconi – in Piemonte un gruppo di lavoro prova a individuare quali prestazioni debbano diventare obbligatorie coinvolgendo il “cartello di Genova”, associazioni, gruppi, operatori, movimenti, persone che usano sostanze e rappresentanti istituzionali impegnati nel contrasto degli effetti nocivi dell’abuso di droghe e della criminalizzazione». Ma intanto i SerT, divenuti SerD, vengono ridotti e sovraccaricati di compiti (su alcolismo e ludopatia) e la conferenza nazionale sulle droghe, che il governo per legge dovrebbe organizzare ogni due anni, non viene convocata dal 2009. «Il servizio pubblico è mortificato – aggiunge Giancane – così nessuno ascolta più gli operatori». «Che, invece, hanno molto da dire su come «l’eroina sia diventata così “democratica”», conclude Sara Contanessi».
una versione di questa inchiesta è stata pubblicata sul numero 5/2017 del settimanale Left

lunedì 20 febbraio 2017

SHARING ECONOMY IN CHIAROSCURO


da  http://www.senzasoste.it/la-sharing-economy-chiaroscuro-uber-airbnb/

Da Uber a AirBnB oltre alla “condivisione” portano anche questioni da risolvere. Tasse, sicurezza, privacy, frenata dei salari e esplosione degli affitti sono solo alcune delle questioni da regolare


sharing economy

In italiano si chiama “economia della condivisione” o come riporta Wikipedia “consumo collaborativo”: “Il termine consumo collaborativo (sharing economy) definisce un modello economico basato su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o conoscenze. È un modello che vuole proporsi come alternativo al consumismo classico riducendo così l’impatto che quest’ultimo provoca sull’ambiente”.
Si potrebbe anche definire un modello economico che non si fonda sulla produttività e la proprietà dei beni ma sulla condivisione e lo scambio, in cui quindi la partecipazione, la fiducia e le relazioni tra le persone risultano i pilastri fondamentali.
Inizialmente si parlava di banca del tempo quando le persone mettevano a disposizione il proprio tempo per fare qualcosa per poi ricevere un altro tipo di servizio da un altro. C’era il bike sharing, le bici “comunali” come ci sono, seppur poco usate, nella nostra città, c’era il car pooling quando aziende o lavoratori stessi si coordinavano per andare a lavoro con un’unica macchina. C’era infine il couchsurfing, cioè il mettere a disposizione il proprio “divano” per ospitare o essere ospitati. Erano forme primordiali di economia della condivisione favorite dalla massificazione delle tecnologie della rete e dall’uso di smartphone.
Poi però l’economia della condivisione si è strutturata fino a raggiungere una diffusione e un valore gigantesco: secondo un recente studio della Commissione Europea (Consumer Intelligence Series: The Sharing economy. Pwc 2015) infatti, la sharing economy entro il 2025 accrescerà le proprie entrate fino a 300 miliardi di euro.
Pensiamo ad esempio ad Uber, azienda californiana che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso una applicazione (APP) che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Uber è stata valutata 50 miliardi di dollari, scaturendo un dibattito fra coloro che dicono che l’innovazione va fatta galoppare senza ostacoli e chi dice che l’economia della condivisione va regolamentata perché ogni tipo di economia alla lunga accentra i profitti e penalizza i cittadini. Di sicuro nessuno può negare che ci siano, intanto, problemi di carattere assicurativo, di privacy, di tasse e di sicurezza degli utenti.
Sono altrettanto innegabili, in un mondo dove (purtroppo) siamo diventati prima consumatori e poi cittadini, anche i vantaggi che ha portato al momento Uber: più disponibilità, più opportunità e prezzi più bassi. Ma per giudicare la bontà di un sistema ci sarebbe soprattutto da monitorare la gestione e la ripartizione della ricchezza prodotta, senza per forza scadere nell’accusa che chi vuole regolamentare è giocoforza un tifoso delle caste. Noi senza essere simpatizzanti dei tassisti il problema della regolamentazione ce lo poniamo. Anche perché queste aziende cercano di porsi solo come mediatori e ci fanno accettare condizioni contrattuali in cui loro si tirano fuori da ogni responsabilità in caso, ad esempio, di incidente.
Ma non è solo una questione tecnico-giuridica. Prendiamo l’esempio di AirBnB, vale a dire il “portale online che mette in contatto persone in cerca di una camera/alloggio per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati” (Wikipedia).
AirBnB ancora più di Uber, oltre alla questione su tasse, sicurezza e responsabilità ha fatto aprire un dibattito sull’impatto sociale di questo strumento con cui ormai milioni di persone in tutto il mondo organizzano le proprie vacanze. E non è solo un problema di competizione con alberghi e strutture “ufficiali”, un settore con migliaia di occupati e prezzi e salari in picchiata (grazie anche ai voucher). Il danno principale che sta causando AirBnB in molte città è quello dell’aumento vertiginoso degli affitti. Specialmente nelle città turistiche, chi ha un appartamento ormai non lo affitta più perché è molto più semplice e fruttuoso metterlo su AirBnB e affittarlo per piccoli periodi e spesso esentasse. Il risultato è che gli affittuari residenti di queste città sono stati espulsi dal mercato degli affitti oppure si sono visti raddoppiare le richieste di canone mensile.
Insomma, la questione è delicata e complessa e vista la mole di soldi che gira intorno all’economia della condivisione lo scontro sarà duro. Noi concludiamo con alcuni dati del 2015: Uber 160mila autisti ma solo 550 dipendenti. Airbnb 600 dipendenti con un milione di stanze. E il lavoro non ha orari né regole precise.
Articolo tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste n.122 (gennaio 2017)

sabato 18 febbraio 2017

WEEK END MAGAZINE


DUE GOCCE

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I boschi bruciavano -
e loro
s’intrecciavano le mani intorno al collo
come mazzi di rose
la gente correva nei rifugi -
lui diceva mia moglie ha capelli
in cui ci si può nascondere
avvolti nella stessa coperta
sussurravano parole prive di vergogna
litania d’innamorati
Quando il pericolo era grande
si saltavano negli occhi
chiudendoli forte
così forte da non sentire il fuoco
che gli arrivava alle ciglia
fino alla fine coraggiosi
fino alla fine fedeli
fino alla fine somiglianti
come due gocce
sospese sull’orlo d’un viso
(Zbigniew Herbert)

venerdì 17 febbraio 2017

RAGGI SGOMBERA IL MOVIMENTO PER L'ACQUA


da http://popoffquotidiano.it/2017/02/16/vigili-al-rialto-raggi-sgombera-il-movimento-per-lacqua/

Legalità contro giustizia sociale. I vigili della Giunta Raggi hanno fatto irruzione nel palazzo del Rialto S.Amrogio e messo i sigilli alla sede del Forum dei movimenti per l’acqua

di Checchino Antonini
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Raggi contro il movimento per l’acqua pubblica. E’ la solita guerra tra il concetto astratto e ambiguo di legalità e quello più concreto di giustizia sociale. Stamattina dopo l’alba sono entrati i vigili urbani al Rialto S.Ambrogio, il palazzo al Portico d’Ottavia che ospita, tra gli altri il Forum dei movimenti per l’acqua, Attac!, il circolo Gianni Bosio, Transform, il Forum ambientalista. I vigili urbani hanno apposto i sigilli a tutti i piani.  Il nucleo Fenomeno Degrado urbano e Sociale del I Gruppo Trevi, spiega una nota della polizia municipale, «ha eseguito un’ordinanza del tribunale di Roma e sequestrato il primo e parte del secondo piano dello stabile, impedendo l’accesso agli occupanti. I locali sono tornati così a disposizione del Dipartimento Patrimonio di Roma Capitale». Si tratta di una cosa gravissima, tanto più che non è la questura ma direttamente i vigili del comune di Roma e alla faccia di una mozione del consiglio comunale che aveva chiesto una moratoria degli sgomberi in attesa di un nuovo regolamento per gli spazi sociali! A mezzogiorno e mezza s’è tenuta lì sotto una conferenza stampa, diversi attivisti sono già confluiti in zona alla notizia diffusa dal tam tam social. La vicenda è il frutto avvelenato della delibera 140, scritta dall’allora vicesindaco Nieri di Sel, al tempo della Giunta Marino. L’idea è quella di mettere a valore gli spazi del comune indipendentemente dall’utilizzo che se ne fa. Una scelta scellerata che tiene in bilico da un anno decine e decine di spazi e soggetti sociali nella capitale. Nel caso del Forum dei movimenti per l’acqua, la delibera calcola in 900 euro al mese l’affitto da pretendere per la stanza che, dal 2006, ospita il movimento per la ripubblicizzazione del servizio idrico.  La Giunta Raggi, che aveva promesso discontinuità con alcune politiche liberiste, si caratterizza per l’ambiguo immobilismo oltre che per le opache vicissitudini della sindaca e del suo staff. Così, dopo aver nominato un ultraliberista veneto, Colomban, a dirimere la sorte delle partecipate (tra cui Acea), ora avalla la spedizione punitiva dei pizzardoni contro la sede di associazioni prestigiose. In nessuna delle città in cui governa il M5s ha ripubblicizzato l’acqua e, nella Capitale, cannoneggia il luogo in cui s’è svolta la storia del movimento italiano per l’acqua, come ricordano in una nota il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua e Decide Roma, la coalizione di spazi e movimenti sociali. «È qui che si è fatta la storia del movimento dell’acqua che ha portato alla vittoria del referendum del 2011, spesso rivendicato dalla stessa giunta Raggi e dal Movimento 5 stelle… – continua la nota – evidentemente la loro prima stella si è prosciugata. Nessun contatto c’è stato con l’amministrazione Raggi nonostante le parole dell’assessore Mazzillo a cui chiediamo un incontro immediato. Sono mesi che insieme alla rete Decide Roma e a decine di associazioni ci siamo battuti per trovare una soluzione alla vicenda patrimonio del Comune di Roma e riordino delle concessioni e chiedendo il riconoscimento del valore sociale delle nostre attività in questi spazi, che come l’acqua non possono essere messi a profitto. La mozione approvata all’unanimità la scorsa settimana dall’assemblea capitolina deve trovare immediata applicazione con una delibera di giunta che blocchi gli sgomberi di tutti gli spazi e che restituisca il Rialto a coloro che ne hanno avuto cura in questi anni». 
Replica dell’assessore Mazzillo, bilancio e patrimonio di Roma Capitale: «Domani verrà sottoposta all’approvazione della Giunta Capitolina una memoria che, sostanzialmente, recepisce l’ordine del giorno approvato all’unanimità dall’Assemblea Capitolina lo scorso 9 febbraio. Sulla base del provvedimento che verrà approvato, daremo mandato agli uffici di sospendere i provvedimenti di rilascio degli immobili dati in concessione per attività senza fine di lucro, nelle more dell’approvazione del nuovo Regolamento sulle concessioni attualmente in discussione presso la competente commissione Patrimonio di Roma Capitale». In merito allo sgombero spiega che «si tratta di un’attività già programmata da tempo dal dipartimento competente per riacquisire al patrimonio comunale un bene necessario allo svolgimento delle attività istituzionali del Municipio e ridurre quindi i fitti passivi a carico di quest’ultimo». «L’amministrazione si è comunque immediatamente attivata – assicura l’assessore – per individuare una collocazione alternativa a favore delle associazioni che operavano all’interno dell’immobile, in considerazione dell’importante attività di interesse pubblico e sociale svolta in particolare sui temi dell’acqua pubblica e dell’ambiente».